Fisica e filosofia nel serial televisivo LOST

martedì 1 giugno 2010

Chiudendo gli occhi

Ci sono momenti nella vita, a volte brevi altre volte meno, che la caratterizzano spingendola con un soffio in una qualche direzione, imprimendole una traiettoria apparentemente obbligata.

Ebbene, in questi periodi le relazioni con l’ambiente che ci circonda e con gli altri divengono intense, morbose, oserei dire simbiotiche.

Sono quei segmenti di vita che alla fine dei nostri giorni, guardandoci indietro, ci appaiono chiari come un lampo che squarcia il buio, molto più che semplici ricordi, e ci accorgiamo che forse, hanno dato un senso alla nostra esistenza.

In ognuno di noi è chiaro questo elemento, questa scintilla che ci appartiene e che il nostro istinto tende a non sprecare e ad ognuno di noi è data almeno un’occasione per adempiere al proprio compito; non c’è bisogno di un’isola da custodire, nelle nostre vite non c’è alcuna necessità di salvare il mondo da un’implosione spingendo un bottone, perché all’interno delle relazioni createsi, ogni nostra azione è già importante poiché tesa a mantenere un equilibrio e fuori da questi c’è una trama ancor più ampia di relazioni, che sostiene il mondo.

Siamo ugualmente indispensabili nel bene e nel male proprio come i losties sull’isola.

In quest’ottica LOST diviene un inno alla vita e la scelta di missioni così forti e così importanti è solo un’opzione narrativa tesa ad esacerbare questo concetto.

A questo punto però, bisogna andare oltre la vita, si fa forte la necessità di avere, per ognuno di noi, un finale edificante che è poi, ciò a cui tutti aspiriamo, non fosse altro che per difenderci dalla consapevolezza e dalla insostenibilità della miserabile condizione umana; altrimenti a cosa è valso tutto quest’affannarsi? E dove andrà a finire quella scintilla di luce?

Ed è in questo preciso istante che nasce “The end”, un finale frutto di una scelta semplice ma non banale.

Semplice perché arriva diretto a tutti i livelli di consapevolezza, non banale perché omnicomprensivo di gran parte della mistica dal medioevo in poi e forse anche prima.

Cogliere e sentir proprio, nel senso di intimo, questo aspetto è fondamentale, perché rende inutile ogni tentativo esplicativo nei confronti di qualsivoglia aspetto tecnico.

Perché quando si riesce a cogliere l’essenza di una bella opera, le domande si fanno da parte e si rimane in contemplazione, sperando di rimanervi per chissà quanto tempo ancora.

Questa, è oggi ancora la mia condizione, e tenterò di prolungarla quanto più mi sarà possibile, per trattenere in me quel senso di appagamento dal retrogusto vagamente amaro; poi tutto svanirà e anche per me verrà il tempo delle domande, del gatto di Schrödinger, della fisica relativistica, della lotta tra destino e libero arbitrio e del senso religioso di Lost.

Non oggi però, non adesso, ho paura che chiudendo gli occhi tutto possa davvero finire.

Namaste

6 commenti:

  1. Il tono pacato e malinconico del tuo intervento non passa inosservato. E’ l’intervento di un filosofo che guarda Lost, come un tempo i filosofi leggevano Eschilo, Sofocle ed Euripide, o ne andavano a vedere le rappresentazioni a teatro; e poi, più tardi leggevano Dante, che tentò di fornire una visione completa del sapere del suo tempo. Una visione anch’essa piena d’incoerenze. Mettiamoci per un momento nei panni di una persona del Medioevo, di qualsiasi ceto culturale. Leggere di una mignotta collocata in Paradiso e di un Papa all’inferno costituiva (e costituisce) una frattura insanabile. Dante, mettendo in campo tutto il sapere dell’epoca (teologia, filosofia, scienza) non è scevro da fratture logiche interne. Quel che conta è il senso generale della sua opera. Lost, comunque lo si voglia valutare, piaccia o no, ha ambizioni enormi e, in gran parte, queste non sono state tradite. La luce della quale tu parli, di cui una scintilla è in ciascuno di noi, è una citazione dantesca, come del resto di parte della filosofia-teologia-mistica medioevale, le cui radici si trovano però, almeno per quanto riguarda l’Occidente, nel pensiero greco-latino. Io non penso che troverai, un giorno, veramente un accordo tra il gatto di Schrödinger e il finale di Lost. Ma mi pare, appunto, che il tuo intervento, vada proprio nella direzione opposta, cioè di lasciar perdere i dettagli e procedere oltre.

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  2. @Mitris Trovo molto interessanti i riferimenti ai tragici greci e alla Comedìa dantesca. Semplificando: lo spettatore greco cercava intrattenimento e catarsi, il lettore medievale intrattenimento e speranza di redenzione (quantomeno di non finire all'Inferno), mentre il moderno spettatore di Lost intrattenimento e... apriti cielo!

    Quando "va in scena" la vita (chiedo scusa se mi ripeto con un concetto già espresso in un precedente post) nella sua ricerca del sublime, le ambizioni e le attese non possono che essere alte. Rimane il fatto che lo spettatore moderno rimane uno dei più insaziabili, perché oggi nell'arte e nello spettacolo si sono infinitamente moltiplicati i punti di vista. Non tutti i fans o i detrattori di Lost sono disposti ad accettare una tale complessità non solo di lettura, ma anche di ricezione, magari bollandola come inadeguata.
    Attenti al gatto...

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  3. Mi correggo... una tale complessità non solo di ricezione (lettura), ma anche di scrittura...

    @spiderman Gli occhi di Jack sono accompagnati nella loro chiusura da un sorriso assai eloquente, che mi sono ripromesso di considerare sipario della mia personale memoria.

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  4. @ PopCorn,
    grazie per l'interesse mostrato per il mio commento.

    Se tutti i fans o i detrattori di Lost fossero disposti ad accettare una tale complessità di lettura, ricezione e scrittura ... mi prenderebbe un infarto ... subito!

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  5. @PopCorn Effettivamente il sorriso di Jack è indiscutibilmente il sorriso di chi, consapevolmente e pago della sua esperienza, vuol procedere oltre.

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  6. spiderman, bell'intervento! ed anche interessante. Trovare il proprio posto nel mondo.
    la butto lì ... Jack chiudendo gli occhi sorride.
    Per quale motivo? Perchè ha appena visto i suoi amici salvarsi? Forse. Perchè è in pace con sè stesso? Forse. Oppure perchè, in quel momento di trapasso - di passaggio - riesce a vedere quale mondo lo aspetta?
    Ha trovato il suo posto nel mondo ed ha visto anche che un nuovo mondo, un nuovo posto lo aspetta ...???

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