venerdì 26 ottobre 2012

IUXTA PROPRIA PRINCIPIA C.V.D.



Mi sono imbattuto, in questi primi giorni di vero inverno, prima in un bel dossier sui molti risvolti del linguaggio cinematografico Quando il cinema è filosofia, poi nella visione di una nuova serie tv americana nella quale tornava a fare la sua comparsa una sorta di fumo nero (di lostiana memoria).
Mi sono così ritrovato in mano tutti gli ingredienti (o, forse meglio, tutti gli stimoli necessari e sufficienti) per lasciare nuovi segni – spero in qualche modo significativi - su questa lavagna.

Partendo dalla considerazione (con “dedica” speciale a tutti i detrattori di Lost) che è troppo facile criticare (quasi) solo in negativo una serie tv tra le più innovative del recente panorama mediatico (basta prenderne solo il finale, e stroncarla, giusto?), mi piace considerare come si ritrovino puntuali i semi di Lost a germogliare, più o meno volutamente, in altre serie tv e altri film allo stesso successivi.
Penso ad esempio a Touch, con alla base l'ossessione per i numeri e il fitto intreccio di relazioni figlie dell'11 settembre 2001; ad Awake, con lo sfruttamento strutturale del what if scenario; a pellicole come I guardiani del destino o Hereafter, che aggiornano al 2010 il dibattito circa il libero arbitrio e la vita oltre la morte.
Per carità, Frank Capra, che ho imparato ad amare sempre di più ad ogni film che vedevo, ci ha regalato La vita è meravigliosa nel 1946: da lì in poi le camminate fatali vicino ad un ponte, gli “universi paralleli” e le presenze angeliche hanno fatto epoca.


Certo è bene distinguere, nel caso di Lost, tra meri espedienti narrativi (il fumo nero, appunto) e la profondità dell'impianto narrativo (il livello diegetico).
Devo riconoscerlo: al primo livello l'Isola rimane forse una delle tante “isole delle Hawaii, ex colonie di lebbrosi, stese su un vulcano attivo, sulla quali e' stato girato il deludente finale di Lost” (The Big Bang Theory s05e16).
Ma se vari autori si preoccupano di schermirsi più o meno amichevolmente di Lost o, nel migliore dei casi si spingono a riprenderlo, è forse perché, nell'altro livello, quello drammatico, quello del coinvolgimento emotivo dello spettatore, Lost ha di fatto (magari non con la stessa intensità per tutte le sue sei stagioni) rinnovato l'idea di mythos (traducendo con parole mie... racconto drammatico che inscena, liberando noi spettatori, un sentimento più o meno profondo e nascosto, che insieme proviamo).
Lost lo ha fatto indubbiamente senza inventare nulla ex novo (gli archetipi restano archetipi), ma aggiornando il proprio racconto a una sensibilità e ad una realtà odierna sempre più complessa e sfaccettata, difficile da “sintetizzare”, problematica nell'attribuizione di un senso (meaning) a ciò che quotidianamente viviamo e proviamo.
E' un po' come cercare di rispondere a quelle domande che un po' tutti, dopo le prime profonde delusioni e paure della vita (per me è stato a diciassette anni), ci poniamo. Il nostro mondo potrebbe essere diverso? Come fare eventualmente a “riscriverlo”?

Il destino di Pilčík

Insomma, proviamo di nuovo a sfidare Chronos, il tempo lineare e irreversibile, e a vincerlo con le sue stesse armi, con il Tempo dei nostri sentimenti più profondi (la Recherche di Proust), anche quelli - o forse specialmente quelli - più contraddittori.
Baruch Spinoza risponderebbe che il nostro è l'unico mondo possibile, differentemente da Leibniz che lo considerava il migliore dei mondi possibili.



Cinema e tv ci aiutano, così, insieme alla letteratura, al teatro, all'epica, un tempo mattatori incontrastati, a interrogarci meglio su tali fondamentali questioni di senso.
Il mito, in fondo, è “nato” proprio per questo, per sciogliere in forma di racconto le domande fondamentali dell'esistenza. E ora che si è aggiunto anche il canale del World Wide Web... siamo un po' tutti più vicini per sentirlo.
Non dimentichiamo, però, a mo' di conclusione, che tale incontro rimane collocato all'interno del più o meno favoloso mondo dello show-businnes, mondo che pur non avendo per nulla pretese scientifiche, né tanto meno filosofiche, va comunque considerato e analizzato in modo filo$ofico... e $cientifico... iuxta propria principia. Come volevasi dimostrare!

mercoledì 7 marzo 2012

WHAT IF... e chiudo

Sempre di più, di fronte a un film o a una serie tv di nuova generazione, è possibile registrare le reazioni più disparate.

Chi abbandona deluso o scocciato la sala cinematografica, chi si addormenta beato sul divano nonostante Lost o similia dovessero rappresentare, come da consiglio fidato, la nuova frontiera della serialità, chi impazza, sulla Rete, nelle stroncature, una volta operate solo dai critici di professione...

Certo la verità è che il gradimento dello spettatore è da sempre diverso da quello del suo vicino di posto o del suo compagno di audience: il cosiddetto “orizzonte di attesa” non è così facilmente codificabile.

Uno spettacolo piace o non piace, potrà essere apprezzato o meno, potrà magari essere rivalutato se veramente valido. Quello che però, a mio modesto avviso urge, è una nuova grammatica dello spettatore.

Non tutti sono disposti ad accettare storie non auto-conclusive, realtà parallele, viaggi nel tempo e quant'altro impazza al cinema e in tv negli ultimi vent'anni; prima esisteva la fantascienza ad inglobare tutto ciò che non si poteva ricostruire razionalmente.

Considerate (simpaticamente) lo sconcerto di certi spettatori ben espresso nel seguente (esilarante) "siparietto"

http://www.youtube.com/watch?v=oerZnryFxX0

Ora che questo ritorno alla complessità del reale sembra dominare al cinema e in tv, ora che è stato definitivamente messo in crisi e al contempo esaltato il valore della rappresentazione, è bene familiarizzare con questa eterna ma sempre nuova dimensione narrativa del possibile...






...WHAT IF e chiudo.

E una volta tanto, anziché rivoltarsi, qualche illustre nome potrà gongolare nella tomba.


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