La lavagna di Faraday

Fisica e filosofia nel serial televisivo LOST

sabato 17 ottobre 2009

Zeitgeist

Uno dei motivi per i quali Lost affascina tanto in profondità coloro che riescono ad andare al di là dell'apparente astrusità della trama, è il suo essere uno dei rappresentanti più maturi, se non il più completo, di quello che potremmo chiamare lo spirito dei tempi delle narrazioni contemporanee. Dando uno sguardo a film e telefilm che oggi occupano la ribalta mediatica statunitense e - per estensione imperialistica - di tutto il mondo occidentale, è facile cogliere un tema dominante nelle trame, almeno di quei prodotti che per comodità chiamiamo fantastici o fantascientifici, ma che di fatto contengono le riflessioni più ricche e sfidanti sull'oggi, dal punto di vista etico, politico, filosofico. Parliamo del tema banalmente detto destino vs. libero arbitrio, ossia quello che riguarda la dialettica tra libertà e necessità, tra la possibilità di costruire il proprio futuro e l'ineluttabilità di un destino già scritto. In Lost è diventato, nelle ultime due stagioni, il leitmotiv principale - che in The Incident è culminato nel confronto tra Jacob e il suo antagonista nerovestito e nel cliffhanger sull'esplosione della bomba - ma era, abbiamo visto, presente in nuce fin dal pilot. Ma, lasciando l'Isola, è qualcosa di più di una coincidenza l'uscita simultanea di un Terminator: Salvation e di uno Star Trek made in Abrams che parlano sostanzialmente della stessa cosa, così come non è un caso che al Life on Mars inglese seguano remake in USA, in Spagna e prossimamente in Italia. Non è solo legato al successo di Lost l'interesse destato da Flashforward, il suo erede designato, che affronta programmaticamente ed esclusivamente questo tema, mentre è legato solo alla totale atipicità del prodotto l'insuccesso dell'eccezionale Kings, che vede - coerentemente con la sua ispirazione biblica - una lotta costante tra l'uomo e Dio proprio in merito al realizzarsi delle profezie. Infine - ma gli esempi potrebbero andare avanti a lungo - sta forse nell'aver colto questo spirito dei tempi il relativo successo di un Defying Gravity, che per altri versi è più 'leggerino' e meno epocale, almeno rispetto ad un pilot di Virtuality, che è grande televisione, ma fuori tempo massimo come tema, e dunque un fallimento prima ancora di essere messo in onda.
Perché Virtuality è fuori tempo massimo, mentre Defying Gravity no, quando sembrano parlare della stessa cosa? Perché il nuovo prodotto di Ron D. Moore ha scelto come tema principale quello che era lo spirito dei tempi alla fine del XX secolo, cioè la fallacia della realtà che percepiamo. Negli ultimi anni 90 tanti prodotti cinematografici e televisivi hanno rappresentato questo zeitgeist: il culmine è senz'altro Matrix, quasi gnostico nella sua sfiducia nei confronti della realtà percepita, ma possono essere tranquillamente citati - tutti usciti nel giro di pochi anni - The Truman Show di Peter Weir, Dark City di Alex Proyas, Abre los ojos di Alejandro Amenàbar, Harsh Realm di Chris Carter... tutti fondati sulla scoperta, da parte dei protagonisti e/o degli spettatori, del fatto che la realtà che percepiscono non è quella vera. Orbene, Virtuality poteva essere il Lost di fine millennio, se solo fosse uscito dieci anni prima.
Qual è stato il momento di passaggio tra questi due temi portanti? Quale l'opera che meglio rappresenta la fine dell'uno e l'inizio dell'altro? Azzardiamo un titolo, per un motivo che sarà chiaro guardando le date e le circostanze per cui è divenuto un cult movie: Donnie Darko. Oltre ad essere un chiaro ispiratore di Lost fino al livello delle scelte registiche, il film di Richard Kelly contiene entrambi i leitmotiv: la realtà che il protagonista percepisce è dubbia, come minimo, e il loop in cui si ritrova (o che crea, secondo alcune letture della trama) è una manifestazione del contrapporsi di libertà e necessità, di caso e finalismo. Ma soprattutto, Donnie Darko è del 2001: il cominciare con un aereo che distrugge una casa non lo ha favorito, nei confronti di un pubblico colpito dalle immagini del 9/11, ed è circolato quasi di soppiatto per alcuni anni, riemergendo grazie al passaparola per assurgere allo status - meritato - di film di culto. L'11 settembre è forse la chiave: la paura, il senso di insicurezza, il desiderio di tornare indietro ed evitare quello che è accaduto (si legga in proposito Stanlio e Ollio, terror detectives di Valerio Evangelisti), lo struggersi per una seconda possibilità, la volontà di trovare un senso in eventi che paiono non averne affatto, tutto ciò ha segnato il mondo occidentale a partire da quella data, e forse è penetrato nelle trame di film e telefilm come ciò che più si accorda con la sensibilità del pubblico odierno. Con lo spirito dei tempi, appunto.

martedì 23 giugno 2009

Das Glasperlenspiel

Ce n'è voluto di tempo, per metabolizzare il pesce alla piastra all'ombra della statua... Fuor di metafora, la scena iniziale del finale di stagione di Lost, The Incident, ha aperto scenari che - sebbene preannunciati e intravisti da tempo - lasciano sconcertati gli spettatori, ora più che mai ansiosi di capire la piega che gli eventi - nel passato e nel presente - prenderanno nella sesta e ultima frazione di una narrazione, che ha raggiunto vette alle quali mai si sarebbe detto una serie televisiva avrebbe potuto puntare. Eppure eccoci qui (here we go again) a disquisire della natura dell'Isola, del senso che potrebbe avere la presenza dei Losties su di essa, e del ruolo (metafisico? fantascientifico? soprannaturale?) che hanno quei due individui - Jacob e il suo antagonista nerovestito - che parrebbero rappresentare i due players di cui già nel pilot parlava Locke, quello vero: one is light, one is dark.

Una soluzione che potrebbe coniugare almeno le due opzioni metafisica e fantascientifica (lasciando fuori il soprannaturale, che risulterebbe un deus ex machina troppo indigesto) è lo scenario che vogliamo chiamare - ipotesi di lavoro - postumano. Lo status postumano ha diverse possibili definizioni, nella letteratura contemporanea: delle tante, ne scegliamo due.

E' postumano ciò che trascende l'umano, a seguito della singolarità tecnologica. La singolarità tecnologica - a sua volta in una tra le definizioni più gettonate - è quel momento della storia umana, nel quale il tasso di sviluppo tecnologico diventa infinito, ossia quell'istante in cui la tangente alla curva dello sviluppo diventa verticale: da lì in avanti, il tempo non viene più misurato nel modo in cui siamo abituati e l'umanità diventa qualcosa di diverso. Pura informazione disincarnata, direbbe Greg Egan - ma è qualcosa che non possiamo nemmeno immaginare, legati come siamo alle nostre categorie classiche: gli autori di fantascienza ne parlano, appunto, in termini informatici, ma solo in mancanza di trascendenti davvero nuovi. Se Jacob e il suo antagonista fossero postumani in questo senso, lo scenario informatico potrebbe ritornare alla ribalta, con il virtuale che diventa - di fatto - il reale della nuova umanità, e con il tempo che perde il suo significato consueto, per essere piegato alle esigenze della disputa che è in corso - e che potrebbe benissimo essere cominciata nel lontano futuro.

Oppure postumano è ciò che diventa l'umano dopo tutte le possibili permutazioni delle sue variabili esistenziali, qualcosa di completamente, definitivamente umano, che si realizza grazie a condizioni spazio-temporali particolari (le proprietà fisiche dell'Isola?). Qualcosa che è descrivibile ancora attraverso le categorie umane, ma solo dopo un tempo, che linearmente può essere visto come infinito, eppure che - avvolgendosi su sé stesso - è contemplabile dall'esterno nella sua interezza. Se Jacob e il suo antagonista sono postumani in quest'altro senso, assomigliano a due giocatori, non già di scacchi - come la somiglianza della scena sulla spiaggia con Il Settimo Sigillo potrebbe lasciar intendere - non già di backgammon - come invece potrebbe evincersi dalla già citata scena tra Locke e Walt - ma del Gioco delle Perle di Vetro di cui parla Hermann Hesse nel romanzo omonimo. Si tratta di un romanzo ambientato in un futuro non meglio precisato, in cui almeno una parte dell'umanità, quella che si raccoglie tra le mura di Castalia, ha raggiunto un grado di sviluppo intellettuale tale da potersi dedicare quasi esclusivamente al gioco che dà il titolo all'opera, una misteriosa pratica combinatoria di tutte le arti e le scienze umane, che esplora tutti i possibili nessi fra i concetti immaginabili dall'uomo, per attingere - questo parrebbe lo scopo del gioco - ad una sintesi superiore e dunque a una conoscenza più completa. Comprendere l'uomo, diventare più compiutamente uomini, attraverso l'iterazione di un gioco sempre più complesso, in un tempo fuori dal tempo: è forse quello che stanno facendo Jacob e la sua nemesi?
Ci piace credere che anche il nostro sia un gioco delle perle di vetro, un piacere intellettuale che esplora però dimensioni profonde della condizione umana; sicuramente lo è quello degli autori di Lost, che connettono le idee, le suggestioni, i contenuti più varii, combinando e scombinando, permutando e riordinando le perle di vetro che poi ci lanciano alla rinfusa.
Ma il tempo sta arrivando, they're coming!

Un modo meno evidente di autodeterminazione del futuro

Nel sistema spaziotemporale in cui la variabile [tempo] ha una natura diversa da quella classica, ovvero linearizzata e progressiva, che siamo abituati a concepire intuitivamente (anzi per eredità filogenetica), in un sistema del genere dunque di nuovo non c’è solo un'interazione crono-causale che prescinde tale principio di linearità – per il quale la causa deve precedere l’effetto – e che in tal modo consente che il futuro contribuisca (in modo effettivamente materiale, corporeo, inviando propri “componenti” indietro nel tempo) a determinare il passato, affinché poi la catena di eventi che ne seguiranno porti a quello stesso futuro; in più c’è anche un’interazione causale inversa di tipo non material-esperienziale, ma psichico-paranormale: il futuro si preannuncia sottoforma di visione, e proprio quella visione permette la realizzazione futura del suo stesso contenuto, che se non si fosse preannunciato non avrebbe potuto poi esistere.
Mentre il primo caso è piuttosto frequente in Lost, e si esplicita senza timori nel momento in cui si assiste a veri e propri skip di viaggiatori temporali nel passato, il secondo caso è meno lampante. In mezzo alle diverse visioni avute da Desmond dopo l’implosione della stazione Swan, che funzionano tutte in modo simile – ovvero Des vede il futuro e, nel caso della morte di Charlie, decide di contrastarlo e provare a cambiarlo – ce n’è una che segue uno schema diverso: la visione confusa che preannuncia a Desmond la catena di eventi che porterà a trovare Naomi appena paracadutata è un presupposto indispensabile alla stessa realizzazione di quegli eventi, compresa la quasi-morte di Charlie (Des anche stavolta non lo lascia morire però lo porta comunque nel punto di morte, affinché si realizzi ugualmente la visione). Senza quella visione, Desmond non avrebbe mai pensato di organizzare quel finto pic-nic e non avrebbe mai saputo cosa fare una volta sulla spiaggia, e quale via seguire nella foresta. Dunque è il futuro che, proprio preannunciandosi, può generare se stesso, attraverso una forma immateriale di interazione causale reciproca con il passato.
Ma questo stesso meccanismo in realtà si era già manifestato in precedenza, quando il veggente Malkin ha visto il futuro di Claire: Malkin, avendo una visione anticipata delle sorti di Claire (probabilmente ha visto Aaron nelle mani di Kate off-island), sapeva che l’unico modo per tenere uniti Aaron e Claire fosse l’isola, e per questo l’ha spinta sull’815 con una scusa, e così anche in questo caso il futuro si è preannunciato nuovamente per autodeterminarsi. Ironia della sorte però, l’isola in tal caso non basterà a tenere uniti Claire e suo figlio. La questione qui è controversa, perchè bisognerebbe chiedersi cosa abbia visto Malkin esattamente, visto che anche sull'isola Aaron correrà non pochi pericoli. Senza però voler indagare le dinamiche narrative, è sicuramente anche questo un caso di interazione immateriale fra futuro e passato.

venerdì 8 maggio 2009

Only fools are enslaved by time and space

E ad un certo punto, tutto mi è parso più chiaro.

Alla fine oramai della fifth season, la frase che per me ha rappresentato un tormentone, ha preso finalmente la sua giusta collocazione, il suo colore appropriato divenendo meno eterea.

“Only fools are enslaved by time and space”; un leitmotiv che mi ha accompagnato costantemente con le mille sfumature che di volta in volta lo show mostrava all’impavido telespettatore.

Oggi finalmente il mio plauso va agli autori che, sebbene siano inevitabilmente incorsi in qualche peccato di presunzione scivolando su alcuni paradossi, sono riusciti comunque a giocare con lo spazio-tempo in maniera tuttavia originale.

Un po’ perchè la storia si dipana mostrandosi mediante due piani temporali in movimento parallelo, ma soprattutto perchè coordinate spazio-temporali contenenti eventi e personaggi si incontrano e si scontrano, svilendo miseramente la percezione lineare del tempo che la nostra condizione ci offre.

E’ così che il mio presente si imbatte nel tuo passato condizionandolo e risolvendolo, creando in te un ricordo di me in anni, ragionando in termini consequenziali, nei quali probabilmente non sarei manco dovuto essere nato; ma affichè tutto ciò accada bisognerà attendere che io nasca e che ad un certo punto del mio “tempo lineare”, coordinate spazio-temporali apparentemente lontane (se seguissimo una time-line) si fondano. Un geniale rincorrersi nella trama del tempo, un grosso cane che si morde la coda, un immenso cerchio.

Badiamo bene però, non si tratta assolutamente di creare ponti di interazione tra due epoche inscritte su di una linea, nonostante gli inganni proposti dalla nostre percezioni; si tratta piuttosto di ammettere che il melting-pot quadrimensionale di Minkowski funziona e senza tenere per nulla conto di quale anno convenzionale sia per noi.

In un contesto simile, parole come time-line, allineamenti temporali, date ed ore perdono completamente significato ed hanno il solo scopo di dare un ordine alle cose secondo le nostre convenzioni ; con ciò non voglio dire che vadano snobbate, non fosse solo perchè ci semplificano i ragionamenti, ma è necessario che si utilizzino queste grandezze con la consapevolezza del fatto che non corrispondano ad una realtà oggettiva o quantomeno alla realtà che muove e ordina i corpi nell’universo.

La stessa sapiente consapevolezza che gli autori hanno fin qui utilizzato creando loop temporali, non solo in termini di probabile reiterazione degli eventi, ma soprattutto in relazione ad eventi “futuri” che condizionano quelli “passati” e viceversa, estremizzando il concetto, fino a condurre John Locke ad agire per “conto terzi” su se stesso.

L’immaginaria linea del tempo viene scomposta in elementi sempre più piccoli, infinitesimali e gli stessi elementi si mescolano tra loro creando situazioni paradossali ma teoricamente possibili secondo i rudimenti di fisica relativistica.

Un invito quindi, ad aprire la mente verso un nuovo concetto di tempo più vicino alla realtà. E’ questo, che a mio parere, rende ancora più unico questo show movie, il tentativo di rendere fruibili concetti e tesi di “nicchia” accessibili di solito ai soli addetti ai lavori, la volontà di divulgare ed in qualche modo di far cultura su argomenti assolutamente ignoti ai più; e tutto ciò partendo da una affermazione che ha il sapore di un monito: “Only fools are enslaved by time and space”.

venerdì 1 maggio 2009

É parte do plano, meu amigo, é tudo parte do plano

All'indomani del finale di Through the looking glass, quando in molti cercavano ovunque flashforward nascosti nelle stagioni precedenti, qualcuno di noi azzardò che la scena conclusiva di Live together die alone, quella con i portoghesi che chiamano Penelope Widmore per annunciare I think we found it, potesse essere il primo, vero ff a cui avessimo inconsapevolmente assistito. La cosa fu ipotizzata senza tema di smentite, attesa l'imperscrutabilità di quel finale, ancor oggi avvolto nel mistero più fitto. L'anno dopo, notata la simmetria tra i finali della terza e della quarta stagione (con There's no place like home che riprendeva il medesimo flashforward, per completarlo e inquadrarlo nel contesto dell'esperienza off-island degli O6), qualcun altro rincarò la dose scommettendo che il finale della quinta stagione, che non dista - per chi scrive oggi - più di tre settimane, avrebbe ripreso, per analoga simmetria, la scena dei portoghesi, per contestualizzare questo flash (back? forward?) finalmente nella cornice di quanto avremmo appreso nel frattempo. Ci si spingeva addirittura a lanciare l'ipotesi che anche il finale della sesta e ultima stagione si sarebbe attenuto a questa modalità simmetrica, riprendendo il flashback finale di Exodus. Ovviamente qui cascava l'asino, in quanto le scene finali della prima stagione - a parte la botola e la zattera - riguardano l'imbarco dei passeggeri sul volo Oceanic 815 - qualcosa che non ha bisogno di inquadramenti e contestualizzazioni, qualcosa su cui pensiamo di sapere tutto, o quasi. Fino a ieri.
The variable è un episodio decisivo non tanto per le agnizioni più o meno previste tra Daniel Faraday, Eloise Hawking e Charles Widmore, non solo per aver chiarito qualche scena che attendeva collocazione (Daniel nel cantiere dell'Orchidea, oppure in lacrime davanti al notiziario del ritrovamento del finto relitto dell'815), quanto e soprattutto per lo scambio di battute tra Faraday stesso e Jack, in cui viene ipotizzato cosa succederebbe se la Stazione Cigno non venisse mai costruita, cosa che Faraday vorrebbe riuscire ad ottenere quello stesso pomeriggio: If I can, then that hatch will never be built, and your plane... your plane will land, just like it's supposed to, in Los Angeles.
La frase assume i contorni della rivelazione mitologica, se solo pensiamo a quello che sta per avvenire, qualcosa che ha sempre di più l'aspetto di una guerra tra le forze del destino e del libero arbitrio - da qualcuno di noi, ça va sans dire, intravista già un anno fa. Poco importa che il dubbio programma di Faraday venga impietosamente interrotto, come è sempre stato, da sua madre: la battaglia sta per iniziare e si svolgerà su più piani temporali, almeno i due (thirty years earlier/after) sui quali ci siamo abituati a seguire le vicende di questa stagione. Due piani che siamo sempre più convinti dovranno comunicare direttamente fra loro, come nel filmato del Dottor Pierre Chang (o come nel racconto Il mercante e il portale dell'alchimista, premio Nebula e Hugo 2008, pubblicato su Robot n. 55, il cui autore porta un nome che pare conferma indiretta della teoria, Ted Chiang). 
Un ruolo importante - probabilmente il vero ruolo di variabile, checché ne pensi il povero Daniel - lo giocherà Desmond, a cambiare qualcosa tra il 1977 e il 2007, che renda incerte le sorti della disputa. E che renda le scene dell'imbarco dei nostri sul volo Oceanic 815 un finale aperto per l'intera serie. Qui vogliamo arrivare: gli autori sostengono da sempre (lo hanno fatto anche in un recente podcast) che sanno già quale sarà la scena finale di Lost, sebbene non abbiano già sceneggiato l'episodio finale. Ora, se a questo aggiungiamo la nozione - risaputa - che il titolo originale della serie doveva essere The Circle, e se diamo per scontato che una scena finale coincidente con l'apertura dell'occhio di Jack sarebbe troppo banale, ci resta un'ipotesi quantomai lineare: l'ultima scena di Lost sarà quella dell'imbarco dei passeggeri del volo Oceanic 815, ma con lo spettatore che non sa se siano destinati a schiantarsi sull'Isola o ad atterrare serenamente a Los Angeles. Tutto ciò, in virtù degli avvenimenti della sesta stagione, che opereranno presumibilmente cambiamenti nel passato, ma senza che vi sia la certezza della vittoria dell'una o dell'altra parte - incertezza che si ripercuote logicamente sul destino del volo 815.
Perché affrettarsi a postare questa teoria, in luogo di un'analisi dell'episodio? Perché cedere ancora alla tentazione della speculazione estrema? Non è per poter dire, poi, c'eravamo arrivati prima noi! Non è per evitare plagi, attribuendo una data certa alle proprie idee. E' perché queste idee, che raramente sono esclusivamente personali e più spesso comunitarie, nella loro ricchezza e profondità, nel brivido che danno a enunciarle e discuterle e commentarle, quale che si riveli la loro fondatezza, possano non andare del tutto perdute nel tempo, come lacrime nella pioggia.

martedì 28 aprile 2009

Here we go

La frase sconsolata di Juliet, che riecheggia analoghe espressioni (ad esempio di Kate, ma anche il titolo del primo post di questo blog), dà il senso di imminente catastrofe che si sprigiona da questo episodio, dal titolo che più geek non si può (sarà da vedere come tradurranno in Italia Some like it Hoth), la cui aura leggera - in quanto dominata dal duo Hurley-Miles - non deve trarre in inganno. Siamo sull'orlo del precipizio e le pedine della guerra più volte preannunciata stanno pian piano disponendosi sulla scacchiera, pronte a darsi battaglia. 
Avevamo invocato il ritorno di Faraday ed eccoci serviti: dal sottomarino proveniente da Ann Arbor ecco sbucare colui che da forse tre anni si è allontanato dall'Isola per attività di tipo scientifico, che riportano nuovamente il focus della nostra attenzione sulle caratteristiche fisiche di quel luogo, che è probabilmente tanto il premio quanto la scacchiera della partita metafisica che si sta segretamente disputando. Adesso manca solo Desmond, il jolly di questa partita, verosimilmente la variabile che dà il titolo al prossimo episodio, il centesimo della serie.
E' una partita che si svolge su più piani temporali, piani tra i quali solo ora paiono intravvedersi i nessi: il primo, e più evidente, è il filmato che era stato proiettato l'estate scorsa al Comic Con di San Diego, con protagonista il Dottor Pierre Chang, e che fino ad ora pareva avere poco senso, se non quello di un divertissement di sfondo alla campagna di reclutamento della ricostituita Dharma Initiative, apparente ennesimo gioco metanarrativo tra una stagione e l'altra.
 
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E invece, l'apparizione, nel 2007, di Bram - colui che fa da spalla a Ilana tra i 316ers e che dunque sa cosa giace all'ombra della statua - ci segnala abbastanza chiaramente che una delle fazioni in gioco è proprio la ricostituita Dharma Initiative, che dunque ha trovato il modo di arrivare sull'Isola. Si dovrebbe trattare di una fazione ostile a quella di Widmore, ma il legame con Ben o con Eloise Hawking è tutto da scoprire.
Come è tutto da scoprire il legame tra il circle of trust della Dharma e gli Altri, legame (accordo? alleanza segreta? non certo solo tregua) che consente a Horace, Radzinsky e soci di costruire la Stazione Cigno addirittura in territorio Ostile.  Ricordiamoci che, al termine del countdown della Stazione, appaiono sul display dei geroglifici, che finora siamo stati abituati ad associare agli Altri, non alla Dharma: la Stazione persegue un obiettivo comune?
L'altro nesso tra i due capi del trentennio 1977-2007 sull'Isola sono ovviamente Locke e Ben (nonché Sun), che dovranno poter comunicare nella direzione simmetrica rispetto a quella del Dr. Chang. Ci sono informazioni che dal futuro è necessario che arrivino al passato (almeno, ripetiamo, quella della necessità di costruire una pista di atterraggio sull'Hydra Island) perché ciò che è accaduto sia effettivamente accaduto: non basta che i Losties ospiti di Dharmaville siano ripristinati nel futuro per stabilizzare la timeline. Soprattutto, non è affatto detto che la guerra, quella partita che abbiamo chiamato proxy war, si disputi nel 2007, o comunque all'epoca del crash dell'Ajira 316, che potrebbe benissimo essere avvenuto in un'epoca ancora posteriore.
Infine, un sassolino che gli autori dovranno togliersi dalla scarpa entro pochi episodi: la primissima scena della quinta stagione mostra un Miles piccolino e un Faraday in incognito nel cantiere dell'Orchidea: logica vorrebbe che la scena fosse successiva al ritorno di Daniel con il sottomarino (se n'è andato da tempo - anni - dall'Isola, e al suo ritorno Miles ha solo tre mesi), ma allora perché si finge un operaio in presenza di Chang, se è stato accolto da lui con tutti gli onori poco prima?

mercoledì 15 aprile 2009

Smokey rings*

* Avrei preferito intitolare il post Smokey gets in your eyes, ma l'edizione online di Time mi ha battuto sul tempo. Di una settimana, in realtà. P.

Nonostante il fatto che ogni nuova puntata di Lost ci dia informazioni abbastanza precise sulla storia dell'Isola e sulla mitologia che fa da sfondo allo show, i misteri non cessano di accumularsi. Non si tratta più di misteri sui fatti, bensì sui criteri secondo i quali questi fatti avvengono. Abbiamo già visto come non sia affatto chiaro il perché alcuni passeggeri dell'Ajira 316 siano saltati, a seguito del flash che li ha investiti in volo, mentre altri (in particolare Sun, a tutti gli effetti una degli O6) siano atterrati e si aggirino in un'Isola sicuramente appartenente al futuro - se non altro rispetto al giro di ruota di Ben (il Risiko sul tavolo parla chiaro). Ora il dubbio ci assale - non tanto sulla funzione - quanto sulle ragioni del Fumo Nero, che condannò senza pietà alcuna Mister Eko, mostrandosi sotto le spoglie di suo fratello Yemi, mentre risparmia Ben, agli occhi del senso comune ben più colpevole del nigeriano, presentandosi con l'aspetto di Alex. Anche qui, probabilmente il criterio secondo cui Ben ha fatto tutto per il bene dell'Isola e dunque merita la salvezza è insufficiente, se non del tutto fuorviante. Ancora una volta, se usiamo il metro della dialettica Destino/Libero Arbitrio possiamo provare a capirci qualcosa in più: Mister Eko è fin da subito fideisticamente un uomo del destino, di fatto abbandonandosi - e cercando a più riprese di fare in modo che Locke si abbandoni - a ciò che era supposed to happen. Anche sull'Isola lascia che le cose accadano. Ma se l'Isola volesse invece un atteggiamento attivo da parte di chi la popola? Un atteggiamento come quello di Ben, che non uccide la Rousseau, ma soprattutto non uccide Alex, quando invece erano destinate a morire? Un Ben che paradossalmente sfida ancora il destino, credendo così di salvare nuovamente Alex, questa volta dal proiettile di Keamy. Se l'Isola - di cui Alpert parla, all'epoca della guarigione di Ben, come se fosse indistinguibile da Jacob - volesse che i suoi sfidino il destino, invece di abbracciarlo? Dopo tutto, la terra della seconda possibilità, il regno del possibile, il dominio del libero arbitrio questo vorrebbe: né uomini di scienza né uomini di fede, ma persone che scelgono. Anche Juliet e Kate lo hanno incontrato, il Fumo Nero: sono state scansionate e risparmiate. Perché? Solo perché sono essenziali, nel loro futuro, al passato dell'Isola, oppure - più profondamente - perché sono donne libere, che sceglieranno di salvare Ben bambino, nonostante il destino che lo riguarda e che loro già conoscono?
Tutto ciò, dando per scontato - come siamo stati abituati a fare - che l'Isola abbia una volontà propria, di cui il Fumo Nero è manifestazione. E trascurando il ruolo di Jacob, chiunque o qualunque cosa sia, e il suo nesso con l'Isola e con il Fumo, che parrebbe parlare da pari a pari con Anubi fin dalla notte dei tempi.
A proposito di Egitto, qualcuno ha osservato come la prima volta che abbiamo visto dei geroglifici sia stata quando il countdown della Stazione Cigno raggiunse lo zero nella puntata Lockdown. Ma il counter non è un manufatto della Dharma Initiative? I geroglifici non sono invece qualcosa di preesistente alla Dharma, di cui gli Altri sono i custodi? Perché questa commistione: nel tempo che intercorse tra l'Incidente (fine anni 70) e la Purge (1992), c'è stata qualche forma di collaborazione - clandestina o alla luce del Sole - tra gli Altri e la Dharma? Che c'entrino qualcosa i nostri Losties?
Vale ancora la pena di osservare come l'attenzione si sia spostata, anche tra i fans, dal come certe cose avvengano al perché avvengano in un certo modo piuttosto che in un altro. Questo non deve però farci perdere di vista il fatto che determinati fenomeni (gli skip, il giro di ruota, lo sfasamento temporale on/off-island) hanno un come, eccome se ce l'hanno, e che possiamo ancora cercare di capirlo e augurarci che ci venga spiegato adeguatamente. Faraday, dove sei?

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