La lavagna di Faraday

Fisica e filosofia nel serial televisivo LOST

lunedì 22 settembre 2014

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on air 22 september 2004 - ABC (station)



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venerdì 29 marzo 2013

Il telefilm sono io


Sono lieto di pubblicare anche sulla Lavagna il mio contributo su Lost (una specie di "blog dispensa" direbbe Faramir), dopo una serata (relatore Mariano Diotto) dedicata al Nostro Show al Centro Audiovisivi di Verona, nell'ambito di un corso sulla serialità televisiva.

Un grazie a Paolo e Luana per la sentita compagnia.



IL NAUFRAGIO DELLA VITA

Lost. Scritta bianca semovente in campo nero. Un suono sempre più cigolante come sottofondo. Vi perdereste mai in un mondo così? Io l’ho fatto e ne sto ancora “pagando le conseguenze”…
Tanti anni fa, ancora adolescente, senza avere nemmeno la più pallida idea di chi fosse Borges, pur conoscendo molto all’ingrosso Shakespeare e pur già in parte consapevole dell’importanza dei Classici per la cultura moderna, sognavo di poter un giorno leggere un libro, vedere un film, insomma assistere ad uno spettacolo nel quale fosse possibile radunare in un'unica narrazione tutto ‘il meglio di’.
A diciott’anni, poi, dopo un esame di maturità non particolarmente brillante, immaginavo già di tornare indietro nel tempo a riempire qualche buco, sia di studio sia di vita personale, per rimediare a quanto di lost e di looser mi ero lasciato alle spalle.
Ne è passata di acqua sotto ai ponti, ma poi ci hanno pensato i veri creativi, i geni dello script (tra i quali J.J. Abrams è più che un astro nascente), a sviluppare una semplice ma fondamentale intuizione... La storia più bella da scrivere? La nostra! Quella che intessiamo ogni giorno, a partire dalle nostre percezioni, razionali o meno che siano. La vita diventa ciò che col ‘pensier mi fingo’, per cui ‘il naufragar m’è dolce in questo mar’.
E poco male se J.J. Abrams non è riuscito a completare le sette stagioni, per chiudere il suo cerchio magico del ‘tre più quattro', o se molti fan hanno rivolto il pollice verso terra (la vittoria dell’anti-Fonzie) alla visione della doppia puntata finale.
E allora sotto con il mondo di Lost, che stasera il nostro relatore Mariano Diotto (certamente tradendo le mie lostalgiche attese, ma non lasciando malcontento nessuno) ha affrontato da un punto di vista prevalentemente tecnico-comunicativo.


L’IO EPICO

Con sedici protagonisti – vi parrà impossibile – il protagonista principale diventa il diciassettesimo. Il diciassettesimo – non prendetevela con la Cabala – siete voi!
In Lost la focalizzazione del racconto viene scientemente offerta allo spettatore, che pazientemente e amorevolmente, imparerà quasi da subito a teorizzarne e condividerne la filosofia.



L’occhio di Jack Shepard si (ri)apre, ma la visione diventa ben presto soggettiva; inoltre misteri e tessere da ricomporre faranno subito la loro comparsa (il cane Vincent, una scarpa da tennis, qualcosa di oscuro) e non solo nella prima puntata.
L’io epico si immerge nella narrazione, ma sempre nell’ottica dello straniamento, tecnica narrativa che ci chiama in causa non più come meri spettatori, ma quali ricercatori della nostra chiave di lettura.
Perdersi in Lost è quindi esattamente la prospettiva voluta, sempre che siate dei candidati pronti ad accettare le regole e a mettervi in gioco.
Anch’io l’ho fatto, insieme ad altri amici, ed oltre al mondo più o meno Vintage della Dharma, ecco il moltiplicarsi per me di serate al pub, cene a tema, gruppi di ascolto, una volata al Telefilm Festival e un blog cooperativo (questo!).


CHE MONDO SAREBBE… SENZA LOST

Creare molteplici mondi dalla natura più svariata (possibili, impossibili, inconcepibili), connotarli attraverso precisi paratesti e codici comunicativi non è stata una scelta da poco.
Il principio è quello della disseminazione di elementi, via via più complessi e ingarbugliati, fino ad operare su almeno quattro/cinque livelli narrativi, livelli che poi ognuno riassemblerà personalmente, inserendoli nel proprio orizzonte di attesa (almeno fino a che il cielo non diventi viola… da lì, in poi – lo confesso – ci ho praticamente rinunciato).
Le diverse modalità e il dosaggio nell’usufruire di questo prodotto televisivo hanno poi da sempre fatto la differenza, in modo oltretutto nemmeno tanto velatamente nascosto.


TECNICISMI

*(Destare) MERAVIGLIA: è la cifra della narrazione. Stupire e intrattenere in modo intelligente è la strada maestra almeno fin dai tempi di Omero, che da bravo "sceneggiatore" preferiva non giocare subito le sue carte narrative migliori ed era solito scandire le sue opere in ventiquattro “libri”, forse presagendo la durata standard di una moderna stagione televisiva.

*(il particolare) CONTESTO: scardinare il ritmo e l’andamento tradizionale della narrazione è uno dei grandi risultati di Lost… 'Picture a large, large box!’.

*IDENTIFICAZIONE/EMULAZIONE (con i personaggi): io volevo essere Desmond David Hume… l’ho deciso durante il finale della seconda stagione. Obama, non lo so. E voi?

*MANIPOLARE (e rendere comunicativi i segni): vi rimando alla lettura dell’ultimo paragrafo, per non ripetermi.

*LINGUAGGIO ICONICO: stilizzare è un modo efficace di rappresentare la realtà. Lo sanno i grandi, lo fanno spontaneamente i bambini. Le situazioni stilizzate in Lost ci sono quasi da subito ben familiari.

*SEGNI INDICALI: la vicinanza, il richiamarsi dei vari segni moltiplicano l’efficacia della comunicazione. Lost sfonda questo orizzonte fino ai limiti estremi della metanarrazione.

*SEGNI SIMBOLICI: la metaforicità di Lost diventa con il passare delle stagioni sempre più strabiliante, come del resto lo è il numero delle teorie che i fan più o meno sfegatati sono riusciti ad elaborare proprio a partire dall’alto livello di connessioni possibili.

*CULTURE TESTUALIZZATE E CULTURE GRAMMATICALIZZATE: qual è il vostro orizzonte comunicativo? Siete più uomini di scienza o uomini di fede?

Like John Locke?




Like Jack Shepard?



SEGNATI DA LOST

In definitiva, i segni comunicativi in Lost sono proposti come messaggio e ricerca di senso da completare, possibilmente in modo comunitario, sia all’interno della storia, durante il suo svolgimento (intreccio), sia all’esterno, nella sua ricezione, per spingersi - lo ribadisco - fino al limite della metanarrazione, uno dei grandi orizzonti e dei principali grimaldelli con il quale abbiamo un po’ tutti cercato di scardinare la Serie e di risalire non solo alla sorgente dell’Isola ma anche alle fonti della... Lostpedia.
Certo, forse nessuno di noi comuni mortali è mai entrato nella stanza dei bottoni o ha fatto parte del writing staff. Ma il nostro stimato relatore, che ha avuto modo di intervistare J.J. Abrams, ci ha lasciato ricordandoci la bellezza dell’essere divenuti (anche grazie alla svolta di Lost!) degli spettatori sempre più accorti e partecipi, pronti ad apprezzare ciò che (tutta) la nuova serialità ci propone.



venerdì 26 ottobre 2012

IUXTA PROPRIA PRINCIPIA C.V.D.



Mi sono imbattuto, in questi primi giorni di vero inverno, prima in un bel dossier sui molti risvolti del linguaggio cinematografico Quando il cinema è filosofia, poi nella visione di una nuova serie tv americana nella quale tornava a fare la sua comparsa una sorta di fumo nero (di lostiana memoria).
Mi sono così ritrovato in mano tutti gli ingredienti (o, forse meglio, tutti gli stimoli necessari e sufficienti) per lasciare nuovi segni – spero in qualche modo significativi - su questa lavagna.

Partendo dalla considerazione (con “dedica” speciale a tutti i detrattori di Lost) che è troppo facile criticare (quasi) solo in negativo una serie tv tra le più innovative del recente panorama mediatico (basta prenderne solo il finale, e stroncarla, giusto?), mi piace considerare come si ritrovino puntuali i semi di Lost a germogliare, più o meno volutamente, in altre serie tv e altri film allo stesso successivi.
Penso ad esempio a Touch, con alla base l'ossessione per i numeri e il fitto intreccio di relazioni figlie dell'11 settembre 2001; ad Awake, con lo sfruttamento strutturale del what if scenario; a pellicole come I guardiani del destino o Hereafter, che aggiornano al 2010 il dibattito circa il libero arbitrio e la vita oltre la morte.
Per carità, Frank Capra, che ho imparato ad amare sempre di più ad ogni film che vedevo, ci ha regalato La vita è meravigliosa nel 1946: da lì in poi le camminate fatali vicino ad un ponte, gli “universi paralleli” e le presenze angeliche hanno fatto epoca.


Certo è bene distinguere, nel caso di Lost, tra meri espedienti narrativi (il fumo nero, appunto) e la profondità dell'impianto narrativo (il livello diegetico).
Devo riconoscerlo: al primo livello l'Isola rimane forse una delle tante “isole delle Hawaii, ex colonie di lebbrosi, stese su un vulcano attivo, sulla quali e' stato girato il deludente finale di Lost” (The Big Bang Theory s05e16).
Ma se vari autori si preoccupano di schermirsi più o meno amichevolmente di Lost o, nel migliore dei casi si spingono a riprenderlo, è forse perché, nell'altro livello, quello drammatico, quello del coinvolgimento emotivo dello spettatore, Lost ha di fatto (magari non con la stessa intensità per tutte le sue sei stagioni) rinnovato l'idea di mythos (traducendo con parole mie... racconto drammatico che inscena, liberando noi spettatori, un sentimento più o meno profondo e nascosto, che insieme proviamo).
Lost lo ha fatto indubbiamente senza inventare nulla ex novo (gli archetipi restano archetipi), ma aggiornando il proprio racconto a una sensibilità e ad una realtà odierna sempre più complessa e sfaccettata, difficile da “sintetizzare”, problematica nell'attribuizione di un senso (meaning) a ciò che quotidianamente viviamo e proviamo.
E' un po' come cercare di rispondere a quelle domande che un po' tutti, dopo le prime profonde delusioni e paure della vita (per me è stato a diciassette anni), ci poniamo. Il nostro mondo potrebbe essere diverso? Come fare eventualmente a “riscriverlo”?

Il destino di Pilčík

Insomma, proviamo di nuovo a sfidare Chronos, il tempo lineare e irreversibile, e a vincerlo con le sue stesse armi, con il Tempo dei nostri sentimenti più profondi (la Recherche di Proust), anche quelli - o forse specialmente quelli - più contraddittori.
Baruch Spinoza risponderebbe che il nostro è l'unico mondo possibile, differentemente da Leibniz che lo considerava il migliore dei mondi possibili.



Cinema e tv ci aiutano, così, insieme alla letteratura, al teatro, all'epica, un tempo mattatori incontrastati, a interrogarci meglio su tali fondamentali questioni di senso.
Il mito, in fondo, è “nato” proprio per questo, per sciogliere in forma di racconto le domande fondamentali dell'esistenza. E ora che si è aggiunto anche il canale del World Wide Web... siamo un po' tutti più vicini per sentirlo.
Non dimentichiamo, però, a mo' di conclusione, che tale incontro rimane collocato all'interno del più o meno favoloso mondo dello show-businnes, mondo che pur non avendo per nulla pretese scientifiche, né tanto meno filosofiche, va comunque considerato e analizzato in modo filo$ofico... e $cientifico... iuxta propria principia. Come volevasi dimostrare!

mercoledì 7 marzo 2012

WHAT IF... e chiudo

Sempre di più, di fronte a un film o a una serie tv di nuova generazione, è possibile registrare le reazioni più disparate.

Chi abbandona deluso o scocciato la sala cinematografica, chi si addormenta beato sul divano nonostante Lost o similia dovessero rappresentare, come da consiglio fidato, la nuova frontiera della serialità, chi impazza, sulla Rete, nelle stroncature, una volta operate solo dai critici di professione...

Certo la verità è che il gradimento dello spettatore è da sempre diverso da quello del suo vicino di posto o del suo compagno di audience: il cosiddetto “orizzonte di attesa” non è così facilmente codificabile.

Uno spettacolo piace o non piace, potrà essere apprezzato o meno, potrà magari essere rivalutato se veramente valido. Quello che però, a mio modesto avviso urge, è una nuova grammatica dello spettatore.

Non tutti sono disposti ad accettare storie non auto-conclusive, realtà parallele, viaggi nel tempo e quant'altro impazza al cinema e in tv negli ultimi vent'anni; prima esisteva la fantascienza ad inglobare tutto ciò che non si poteva ricostruire razionalmente.

Considerate (simpaticamente) lo sconcerto di certi spettatori ben espresso nel seguente (esilarante) "siparietto"

http://www.youtube.com/watch?v=oerZnryFxX0

Ora che questo ritorno alla complessità del reale sembra dominare al cinema e in tv, ora che è stato definitivamente messo in crisi e al contempo esaltato il valore della rappresentazione, è bene familiarizzare con questa eterna ma sempre nuova dimensione narrativa del possibile...






...WHAT IF e chiudo.

E una volta tanto, anziché rivoltarsi, qualche illustre nome potrà gongolare nella tomba.


sabato 11 giugno 2011

What if (philosophy)




Tra i tanti semi sparsi nelle stagioni di Lost è cresciuto sempre di più quello della POSSIBILITA'.



La vicenda stessa, in fase di sceneggiatura, è cominciata su un aereo, via via precipitando, forse inaspettatamente o casualmente (beato chi ha alloggiato nella “stanza dei bottoni”), nelle profondità di una botola e addirittura degli abissi marini.

Si, la possibilità, una pianta che è man mano germogliata e cresciuta fino a prendere il sopravvento e radicare il cuore stesso della vicenda.

L'idea di scrivere una storia che contenga tutte le storie possibili non è certo scoperta o riscoperta recente (basta risalire all'antichità mediorientale, in un senso, o ai filoni narrativi e critici degli anni '60, per non parlare della letteratura potenziale già presentata da Virginia, dall'altro) e non a caso nella stessa ricerca storica l'approccio controfattuale (la storia fatta con i “se” e con i “ma” tanto per intenderci) è pratica sempre più diffusa negli atenei americani e non solo.

Dopo Locke che richiama la mostruosità, Rousseau l'esser selvaggi, Hume la percezione dell'esistenza (tanto per limitarmi alle suggestioni “maggiori”), la Serie sembra essersi trasformata in una sorta di trattato filosofico sulla possibilità.

Pur essendo soprattutto letteraria la mia non eccelsa formazione, ho pensato di scomodare la filosofia, perché nelle “possibilità” di Lost ho letto solo in parte una strizzata d'occhio alla cultura, come dire, “pop(olare)”, della quale “Ritorno al futuro”, tanto per capirci, potrebbe essere il riferimento. Lost è in buona parte innervata dalla cultura filmica e telefilmica statunitense, e le tante battute affidate ad Hurley e Sawyer sono lì a dimostrarlo. Lost è poi immersione nella grande letteratura americana (difficile dimenticare tutta la puntata sullo scuotimento, del coniglio e di Sawyer, che ripercorre in modo dannatamente intelligente la trama di “Uomini e topi” di Steinbeck).

Ma Lost ha soprattutto un forse ancora poco indagato substrato filosofico, che ci permette di postulare che la vita stessa è un grande intreccio di possibilità e che tutti i mondi possibili, comunque vengano generati, hanno bisogno dell'apporto di ciascuno dei personaggi entrati in scena.

Che poi i due grandi poli del Bene e del Male attraggano i personaggi ora in un senso ora nell'altro, a seconda del “what if scenario”, beh, questa è un'altra storia, o forse è sempre la stessa storia, uguale ma diversa allo stesso tempo...

... è la storia antichissima dello Yin bianco (l'energia potenziale) e dello Yang nero (il movimento).

Il simbolo ben raffigura un rapporto dinamico e inversamente proporzionale: lo Yin raggiunge il suo acme dove lo Yang finisce e viceversa; la linea che li separa è curva; il punto bianco nella parte nera e quello nero nella parte bianca indicano l'origine l'uno dall'altro e il fatto che indipendentemente non possono esistere.

E così la filosofia diventa religione, riportandoci a quando la conoscenza inglobava tutti i saperi (storico, filosofico, religioso, scientifico, etc.).


E' la forza della POSSIBILITA', come quella che...


lunedì 23 maggio 2011

Time for letting go

E' passato un anno: sembra ieri - o forse era ieri. Un viaggio si concludeva, che ci aveva visto condividere con persone prima ignote, alla fine veri amici - anche se magari nemmeno conosciuti di persona - un tratto importante della nostra vita. Solo un telefilm? Forse. Sicuramente una metafora perfetta della vita di molti di noi, che si sono riconosciuti in quei naufraghi - così stereotipati, così archetipici, così veri - e che con loro, ma in una dimensione parallela (convenzionalmente detta mondo reale), hanno trascorso sei anni, imparando a ri-conoscersi, a dare un nome a quelli che prima erano altri, a vivere insieme per non morire soli. Noi siamo stati il flash-sideways dei naufraghi di Lost, metanarrativamente siamo loro, che ancora oggi (nel futuro al di là del cerchio narrativo ormai concluso) si ri-trovano, in uno spazio buio su cui si apre una finestra di luce (la porta del tempio, il monitor di questo pc) per provare a passare oltre. Let go. Move on. Per chi scrive è dura: la tentazione è quella di Ben, quella di restare ancora un po'.
E' stata un'esperienza fondativa: di un nuovo modo di fruire la televisione, di un modo nuovo di partecipare attraverso la rete, di un tipo nuovo di comunità. Ogni minuto speso con i cultori/creatori di questo mito post-postmoderno è valso la pena di essere vissuto: con quelli con cui si è discusso, anche aspramente; con quelli con cui si è collaborato, anche se solo a distanza; con quelli che ci sono sempre stati, anche se magari in silenzio; con quelli che se ne sono andati troppo presto, in un senso troppo reale. Le battute su un blog non riescono ad esprimere le dimensioni della gratitudine per tutto ciò, se è vero che in un anno non sono riuscito a scriverlo, un post così. Vorrei restare ancora un po' da questa parte, davvero. Ma se tutti la attraversate, quella porta, beh... allora forse ce la faccio anch'io.

domenica 1 maggio 2011

Man of ice, man of fire

La recente polemica a distanza tra George R. R. Martin , autore della saga fantasy A Song of Ice and Fire, e Damon Lindelof, showrunner di Lost assieme a Carlton Cuse, ci ispira delle riflessioni - alcune nostalgiche, alcune polemiche, alcune di metodo. Non è un caso - nulla avviene a caso - che questa sia più o meno l'epoca in cui l'anno scorso andava in onda la faida tra spettatori fedeli e detrattori di Lost, se è lecito semplificare così la disputa che scoppiò definitivamente all'indomani di Across the sea. E chi scrive prova una nostalgia struggente verso una primavera - varie primavere - in cui ci si incontrava e scontrava sui forum, sui temi di un telefilm che almeno per un bel po' non vedrà eguale e che oggi ci lascia orfani a postare su un blog che non è ancora riuscito a passare oltre.
Faida c'è stata, e anche in questo caso in modalità asincrona e per via informatica, anche tra l'ormai leggendario autore dei romanzi, dal primo dei quali - A Game of Thrones - è in corso la trasposizione televisiva (di pregevolissima fattura, a partire dal casting) targata HBO, e il nostro Damon, che si è visibilmente risentito di alcuni poco lusinghieri apprezzamenti di Martin sul finale della serie - apprezzamenti che, almeno nella trascrizione giornalistica, non denotano una lettura particolarmente approfondita da parte di Martin medesimo, che anzi pare echeggiare le posizioni più superficiali tra quelle di chi è rimasto deluso da The End.
Il risentimento, che poi ha sortito una micidiale serie di tweet dall'account di Lindelof - alcuni dei quali decisamente divertenti - si riferisce soprattutto al fatto che Martin abbia sostenuto di non voler tirar via un altro Lost quando si tratterà di concludere la sua saga. Ora, un'affermazione del genere farebbe irritare chiunque, soprattutto perché - status di culto di Lost a parte - rischia di diventare un modo di dire, anche grazie a una paternità così autorevole.
Ma in realtà Lindelof è vieppiù legittimato a indignarsi e replicare in quanto G.R.R.M. parrebbe aver contravvenuto alla regola d’oro (di deontologia, ma soprattutto di decenza) secondo cui un narratore (regista, scrittore, fumettista…) non dovrebbe criticare un suo pari sul come narra. Nessuno lo fa, nemmeno Stephen King si permette di dire all’ultimo dei parvenu dell’orrore che avrebbe potuto fare di meglio. Perché è ovvio che avrebbe potuto fare di meglio, ma si espone al rischio che l’interessato gli risponda, a buon diritto, di provarci.
Ma soprattutto, e l'interessato questo lo ha ben esposto in un'intervista a Entertainment Weekly, Lost e le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco sono due narrazioni ben diverse, essendo caratterizzata la prima - come anche Battlestar Galactica, per dire - dall'interazione dei personaggi con un nucleo fondante di mistero, mentre la seconda ruota attorno all'interazione dei personaggi tra loro ed un contesto storico-sociale (sebbene immaginario). Pertanto, la conclusione di Lost ha a che fare con questo mistero (ed è, chi è andato al di là della superficie lo ha colto, un mistero di senso), ed è una conclusione contemporaneamente circolare e lineare, ciclica e teleologica. La conclusione delle Cronache (se e quando Martin ci arriverà) non potrà che essere lineare, perché non ha a che fare con un mistero, bensì con chi vince e chi perde, con chi vive e chi muore, chi regna e chi è assoggettato. Volendo estremizzare, Lost sta alle Cronache come un racconto mitologico sta ad un romanzo storico.
Forme narrative diverse, che solo a determinate condizioni possono essere paragonate: e purtroppo, che in nessun modo possono colmare l'una l'assenza dell'altra.

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