Una recente conversazione online ha riportato all’attenzione di chi scrive un testo tra i più complessi e affascinanti di Hermann Hesse – anzi, forse proprio la summa della sua poetica: Il Giuoco delle Perle di Vetro. È un romanzo che è tornato più volte e con diverse e nuove chiavi di lettura, in questi ultimi tempi: addirittura lo si trova citato da Alan W. Watts nel Prologo de La Gaia Cosmologia (1962, ma letto da poco), il cui il gioco del titolo sarebbe pratica analoga all’uso riflessivo delle sostanze psichedeliche.
La curiosità che ci si è trovati a voler soddisfare è la
collocazione temporale degli eventi del romanzo di Hesse e in particolare la
possibile data di fondazione della Provincia Pedagogica di Castalia, teatro
delle vicende con protagonista il Magister Ludi Josef Knecht.
La Castalia sarebbe stata fondata dopo un periodo di
rivolgimenti bellici, che nel testo viene chiamato “secolo guerresco” oppure “era
appendicistica o della terza pagina” (usiamo la mai superata traduzione di Ervino
Pocar), a trasfigurare il presente di Hesse, ossia il XX secolo, caratterizzato
da giornalismo superficiale, cultura di massa, politicizzazione degli
intellettuali. Vi si legge:
La pace subentrata nel nostro continente alla fine
dell’epoca guerresca […] va attribuita in parte al generale esaurimento
conseguito alle terribili guerre, ma molto più al fatto che allora l’Occidente
cessò di essere centro della storia universale e campo di battaglia delle lotte
per l’egemonia.
e poi (anzi, prima, nel testo):
Padre Jacobus smise di criticare la giovane età
dell’Ordine castalio che, avendo poco più di due secoli di vita, era superato
da quello benedettino di un millennio e mezzo.
Saremmo quindi, nel mondo reale, in prossimità della
fondazione dell’ordine castalio, dacché millecinquecento anni dalla fondazione
di quello benedettino ricorreranno nel 2029.
Che oggi stiamo vivendo un’epoca guerresca senza precedenti,
con un degrado della cultura ad ancella del potere economico, sempre più
indistinguibile da quello politico, è un fatto. Che l’Occidente sia sempre meno
il centro della storia universale, e che stia cercando – in modi sempre più
scomposti e disperati – di riprendere un controllo di tipo imperiale sulle
sorti del mondo (a costo di morire con tutti i filistei) è un altro
fatto. Che oggi la forma di speculative fiction (non diciamo
fantascienza, ma quello intendiamo) più rivoluzionaria immaginabile sia
l’utopia, quello invece lo sosteniamo da tempo, forse proprio perché la
distopia è il (meta)genere attuale più mainstream di tutti.
Non vogliamo qui dire che Hesse sia stato in qualche modo
profetico o volesse prefigurare questa nostra epoca (aveva i suoi pensieri
all’epoca del Giuoco: era il 1943), ma che la Castalia e il suo essere luogo
utopico dell’armonizzazione ludica di tutte le discipline dello scibile umano è
qualcosa che risuona molto in chi – oggi – fa fatica letteralmente ‘a stare al
mondo’.
La Castalia, sebbene situata chiaramente in Europa Centrale
e quindi lontana dal mare, ha caratteristiche insulari che ne fanno un
esponente tipico dell’utopia. È un’enclave culturale, separata – isolata
– dal resto del mondo più dalla disciplina di chi la abita che da strutture
naturali o artificiali. È – come tante società utopiche – una realtà che,
attraverso la chiusura (o comunque la permeabilità selettiva) verso l’esterno,
cerca di preservare un ideale.
Per quanto rivoluzionaria sia la scelta di staccarsi
dal resto del mondo per salvare l’armonia, la bellezza, il sapere, essa è
comunque una scelta conservativa.
La mente corre a quell’altro capolavoro di sci-fi
post-apocalittica che è Un cantico per Leibowitz di Walter M. Miller
jr., dove in un monastero del sud ovest degli Stati Uniti dei monaci operano
per preservare ciò che rimane della conoscenza scientifica dell'umanità prima
dell'olocausto nucleare.
Miller – per la cronaca – partecipò al bombardamento alleato dell’Abbazia (benedettina, ça va sans dire) di Montecassino.
Le utopie sono tutte conservatrici? Sono tutte frutto di un
atto paternalistico di protezione da parte di una qualche individualità illuminata
che intende salvare qualcosa (anche solo la propria idea di società)?
Il recente romanzo di Wu Ming 2, Mensaleri, parla
proprio del contrasto tra l’utopia aziendale di un capitano d’industria e il
fermento dal basso che caratterizza il contesto in cui viene introdotto il
nuovo ethos. Esemplare immaginario della prassi storicamente reale
dell’edificazione di villaggi operai (fino alle città-fabbrica), Mensaleri
sorge proprio su un’isola ed è a suo modo un’utopia sociale voluta dal proprio
fondatore – come Crespi, come Olivetti, come Marzotto.
Il nesso tra utopia e insularità è stato già più volte
esplorato su queste pagine: la tentazione era infatti quella di mettere tra gli
esempi di fondatori illuminati di comunità ideali anche Alvar Hanso e la sua
Dharma Initiative. Ma, come l’esperimento Dharma finisce male, come il
protagonista de L’uomo che amava le isole di D.H. Lawrence muore da solo
nella terza isola in cui si rifugia, come la comunità fondata sulla paura di The
Village (il film di M. Night Shyamalan) non può che uscire dall’isolamento pena
l’estinzione, così tutte le utopie (anche quella positiva e psichedelica di
Aldous Huxley, L’isola – ma va’? – che è tra le ispirazioni di Lost)
sono fragili e votate alla dissoluzione, sotto la pressione del mondo esterno.
Ma è vero anche l’opposto: se il mondo esterno diventa
un’unica grande comunità intenzionale, in cui tutti vivono in armonia, tutti
fanno necessariamente il bene della collettività, condividendo un solo
monolitico ethos, che fine fa la libertà dell’individuo? Quanto è fragile e
votata alla dissoluzione l’identità personale?
Per chiudere un cerchio: la rapidità e la molteplicità vertiginosa
delle connessioni consentite dal cloud computing – e dall’intelligenza
artificiale che esso rende possibile – assomigliano all’effetto degli
psichedelici sulla mente umana, che possono essere ritenuti positivi a patto di
accettare la possibilità dell’ego dissolution.
La morte di Josef Knecht, alla fine del Giuoco, è – a
suo modo – una dissoluzione dell’io nel tutto:
Il lago, alimentato dalle acque dei ghiacciai e adatto, anche in piena estate, soltanto agli allenati, lo agguantò con il gelo di una tagliente ostilità. Egli si aspettava un gran brivido, ma non quel freddo così glaciale che lo avvolse come un mare di fiamme e dopo una prima vampata incominciò a penetrargli nelle ossa. Dopo il salto era riaffiorato subito e aveva visto davanti a sé Tito che nuotava con grande vantaggio, ma, sentendosi aspramente incalzato dal gelo ostile, s’illuse di lottare ancora per diminuire la distanza, per raggiungere la meta della gara, per il rispetto e l’amicizia, per l’anima del ragazzo, quando invece lottava già con la morte che gli aveva dato lo sgambetto e lo stringeva fra le braccia. Facendo appello a tutte le forze vi resistette fintanto che il cuore continuò a battere.
Nessun commento:
Posta un commento