Fisica e filosofia nel serial televisivo LOST

martedì 2 novembre 2010

Mito e realtà

Spesso si è discusso, su questa Lavagna come altrove, sulla natura di Lost in quanto svolta epocale della serialità televisiva, come snodo decisivo della narrazione postmoderna (se non addirittura post-postmoderna), quasi fosse un nuovo paradigma, alla stregua del web 2.0 per la fruizione della rete. Senza scomodare Kuhn e le sue rivoluzioni scientifiche (che prevedono proprio slittamenti di paradigma spesso non riconosciuti subito, se non addirittura osteggiati, dalla cultura corrente), ci troviamo di fronte - a ormai sei mesi di distanza da The End - ad una disputa che ha ripreso vigore con la pubblicazione della Lost Encyclopedia, summa stampata di quanto abbiamo amato o odiato, ma comunque indefessamente analizzato, nel corso di sei stagioni. Molti hanno riposto speranze forse illegittime in questo volume ufficiale, contando su rivelazioni ulteriori che potessero far luce su misteri ancora insoluti della serie, su aspetti lasciati - a detta di alcuni - con troppa leggerezza all'interpretazione dello spettatore. In realtà, come ribadiscono Damon Lindelof e Carlton Cuse in persona, che firmano la prefazione:
“this text will not confirm nor deny your theories about the show. It will provide clarity, and it’s a great reference guide, but what it does NOT provide are answers to the great unknown. It was incredibly important to us to maintain the purposeful interpretive quality of the show, and although it is frustrating at times to puzzle things out for yourself, the show was called LOST for a reason”.
Ed è normale che sia così: probabilmente spiegazioni troppo puntuali avrebbero scontentato ancora più spettatori di quanti sono quelli rimasti delusi dal finale metafisico (consolatorio e pseudo-religioso, direbbero costoro), e di questo hanno mostrato chiara consapevolezza gli Autori, lanciandoci un ulteriore messaggio in questo senso con The New Man in Charge (l'appendice ironicamente didascalica con protagonisti Hurley & Ben uscita solo su dvd nel cofanetto della 6a stagione). A più forte ragione, risulterebbe insultante per la funzione stessa dello spettatore una spiegazione extra-testuale da ricercarsi su un volume posteriore alla conclusione della serie. Sicché, la Lost Encyclopedia è quello che promette, né più né meno: un compendio enciclopedico di luoghi, fatti e personaggi che sono stati visti nella serie - peraltro in una confezione da collezionisti che risulta oggetto irresistibile del desiderio per l'appassionato.
La cosa più vicina è un prontuario di mitologia: per certi versi, ricorda a chi scrive, a parte la veste grafica, quella Mitologia classica del Ramorino (edita da Hoepli) che alcuni di noi hanno consultato in gioventù. E questo paragone ci riporta ad uno dei temi più caldi della disputa sulle spoglie di Lost: si è trattato di un vero mito? Abbiamo davvero assistito alla manifestazione televisiva di una narrazione mitologica?
Possiamo misurare la natura mitologica di Lost muovendoci lungo tre coordinate di riferimento, quella della comunità, quella del contenuto e quella della struttura. Lost è un mito perché fonda una comunità - e poco importa che essa sia prevalentemente virtuale e internazionale: ha i suoi riti, ha il suo codice di appartenenza (il suo ethos, se vogliamo) - e da questa comunità è alimentato, attraverso le interpretazioni, gli approfondimenti, le stesse idee nate tra gli spettatori che sono state cooptate nella narrazione (pontifex di questa comunicazione è il buon Hurley). Ma Lost è un mito anche per il contenuto della sua narrazione, che è il racconto delle origini ed anche delle cose ultime: l'aver proiettato il senso dell'Isola in illo tempore, con gli atti di quelli che Eliade chiama esseri soprannaturali, e il senso dei personaggi in un futuro escatologico (uno stato ulteriore dell'essere, non già un mero aldilà più o meno paradisiaco) conferma l'idea che Lost abbia voluto fin dall'inizio parlarci di temi universali, che trascendono - ma elevano a esemplari - le vicende dei personaggi. Infine Lost è un mito per la sua struttura, che è aperta ad ogni possibile ri-narrazione (chi scrive ha sostenuto altrove che si possa trattare del primo serial open source, dal momento che adesso il suo codice sorgente è stato rilasciato ed è personalizzabile da chiunque) e ad ogni completamento, visto che le sue estremità cronologiche si perdono nella notte dei tempi da una parte e in un futuro atemporale dall'altra.
Lost è un cerchio, ma anche una retta: si tratta di un mito che si presta a letture cicliche (caratterizzate dall'equilibrio tra il bianco ed il nero) e a letture teleologiche (con un'affermazione finale del bianco). Le risposte al great unknown, alle domande di senso, le lascia a chi ascolta - e poi racconta a sua volta, come in un memoriale - come ogni mito che si rispetti.

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