giovedì 26 marzo 2020

A notebook from the Pearl Station


Quello che stiamo osservando nei comportamenti delle persone durante il lockdown – il tutto mediato da schermi, come se fossimo nella Stazione Perla – è significativo dell’epoca che abbiamo vissuto finora e che sta rapidamente volgendo al termine. Sovrastimolata e eccitata da anni da una quantità non gestibile di informazioni, la mente umana – quella di ciascuno e quella collettiva – si ritrova di fronte ad un abbassamento forzato del ritmo, alla prospettiva deprimente di non poter più correre come il sistema le ha imposto di fare*, alla frustrazione di non poter (illudersi di) controllare tutte le istanze della propria vita privata/lavorativa/comunitaria. Si ritrova, in altri termini, di fronte a quella che Bifo Berardi chiama psicodeflazione. E allora cerca in tutti i modi di tenersi impegnata, riproducendo a livello domestico i ritmi e la struttura multitasking della sua vita pre-lockdown.
Già abbiamo detto di smart-working e videochiamate, ma riflettiamo su quanto sia aumentata la produzione e diffusione di meme, opinioni, audio e video virali, bufale e fake news in questi giorni. Un numero spropositato di persone ha più tempo da riempire, con gli unici canali di comunicazione con l’esterno basati su internet. Quindi alla sovrastimolazione informativa e alla minaccia di psicodeflazione reagisce con una sovrapproduzione di contenuti (propri o altrui, poco importa) per far sapere al mondo che esiste.


Questa sovrapproduzione viene accompagnata dall’illusione di rendersi utile alla propria comunità, illusione che nel fate girare trova la sua locuzione-chiave: non essendo istituzioni riconosciute, i singoli vogliono essere utili diffondendo informazioni che paiono tali, ma senza verificarle, perché l’attention span si è troppo abbassato e si è persa la capacità di una verifica delle fonti che non sia – quando va bene – superficiale. Quindi è sufficiente che il contenuto pervenga da una fonte conosciuta e apprezzata perché possa essere rilanciato senza ulteriori controlli: è il confirmation bias come regola.
Se prima del lockdown le persone avevano meno tempo, venivano quindi bersagliate da meno informazioni, e – pur affette da confirmation bias (tutti lo siamo) – potevano contrastarlo, oggi lo stesso confirmation bias è divenuto endemico, grazie alla fretta di condividere informazioni, attraverso cui sentirsi impegnati e utili.
Ad aggravare il fenomeno c’è anche la tendenza a voler essere non solo impegnati e utili, ma anche voci critiche e argute – in parole molto povere, a volersi dimostrare più furbi degli altri: probabilmente questa è una tendenza solo italiana, ma la rete è invasa da dubitatori in servizio permanente effettivo, che – all’insegna del non ne parla nessuno – generano contenuti apparentemente controcorrente, originali e stimolanti una riflessione critica, ma che riproducono spesso il complottismo più becero e dannoso.
È evidente che qualcuno può agevolmente cercare di avvantaggiarsi di questo meccanismo, sia per monetizzare questa aumentata propensione ad abboccare al click-bait, sia per consolidare o recuperare posizioni nel consenso popolare, in barba a qualunque senso civico (o responsabilità personale, a dirla tutta). È possibile sperare che questa forma di sciacallaggio abbia vita ancora breve, senza dubbio, ma il trend di esasperazione dei rapporti personali e sociali è crescente, e non è detto che abbia miglior gioco chi lo cavalca, invece di chi cerca di smorzarlo, magari ammettendo i propri errori di valutazione iniziale.


È un luogo comune che nelle crisi le persone diano il meglio e il peggio di sé: l’estremizzazione delle caratteristiche personali – positive e negative – è in effetti osservabile nelle situazioni al limite. Osservarla in prossimità del limite strutturale della capacità cognitiva della mente individuale e collettiva fa ancora più impressione. Come farà impressione, alla fine di questa vicenda, all’alba del mondo che ne emergerà, il cimitero dei nostri post – vani come i quaderni della Stazione Perla ammassati a valle della posta pneumatica dell’Isola, guardati dai losties.


* Naturalmente non tutti siamo costretti in casa, molti sono costretti fuori – chi perché impegnato a livello sanitario nell’arginare l’emergenza, chi perché ancora operativo in settori produttivi ritenuti essenziali per l’economia. E per queste persone – che magari vorrebbero restare a casa, almeno per un po’ – vale tutt’altro discorso, perché sottoposti a stress di altra natura: non è questo il tema dei nostri appunti.


lunedì 16 marzo 2020

Memories from the Hatch

Se ci avessero detto, quindici anni fa, che per giorni e giorni (e senza una prospettiva chiara sul per quanto tempo) avremmo dovuto fare la vita di Desmond, probabilmente avremmo riso. Non rientrava nel nostro orizzonte una crisi globale tale da cambiare davvero le nostre abitudini di vita – addirittura, non si poteva immaginare che l’unico modo per superare una tale crisi fosse rinunciare al testardo attaccamento alle quotidiane abitudini consolidate. Del resto, che cosa faceva Desmond per trascorrere le sue giornate interminabili nella Stazione Cigno? Proseguiva attività fisiche e intellettuali come se fosse tutto normale – e inseriva numeri su una tastiera, sempre gli stessi, sempre ogni 108 minuti, come se fosse fondamentale per la sopravvivenza della specie umana.


Da allora, una crisi globale c’è stata, eppure il sistema ha fatto in modo che ne uscissimo aumentando l’intensità del nostro impegno lavorativo e comunicativo, abbassando la prevedibilità dei nostri ritmi produttivi (qualcuno direbbe precarizzando ogni forma di lavoro), erodendo il tempo libero e lo spazio dedicato davvero alla vita privata in nome del work-life balance (di fatto, estendendo il tempo-lavoro a tutta la giornata solare), imponendoci di essere a disposizione sempre e comunque per cogliere le occasioni lavorative, facendo di tutti i lavoratori (anche quelli che imprenditori non sono mai stati e non vogliono esserlo) degli imprenditori di se stessi (abusando peraltro di un concetto nobile della cooperazione). In questo, un ruolo-chiave lo hanno avuto i social network, che – lungi dall’essere un sistema di comunicazione puramente conviviale – si sono evoluti in arene per il personal branding, creando l’illusione che tutti possano essere influencer e quindi essere seguiti con interesse da qualcuno per cui creare valore aggiunto. Il quarto d’ora di celebrità di Andy Warhol si è rapidamente ridotto ai pochi secondi di un video di TikTok, coerentemente con il calo dell’attention span delle generazioni attive sui social – correlato, a parere di chi scrive, con l’endemicità dei disturbi dell’attenzione.
Si tratta del processo più rapido e incisivo di privatizzazione che si sia mai visto: Mark Fisher – non a caso suicida nel 2017 – parla di privatizzazione dello stress, perché lascia l’individuo solo con le sue preoccupazioni, angosce, delusioni (#maiunagioia), speranze continuamente disattese (come uno scommettitore incallito), abbandonato anche da un welfare che, se non può più essere di Stato, non riesce nemmeno ad essere comunitario. Sicuramente nel Regno Unito e negli Stati Uniti questa deriva è più antica (i danni del thatcherismo si sono accentuati e non certo attenuati nei quarant’anni ormai trascorsi, e il trumpismo non ne è che il succedaneo involgarito), ma se guardiamo all’Italia – in cui fino a nuovo ordine alcuni diritti sono ancora tali – l’evoluzione del welfare in piattaforme, possibilmente online, di incontro di domanda e offerta non è altro che la trasformazione del sistema di interventi e servizi sociali in un mercato letteralmente neoliberista.
Pertanto, tutto il mondo che è uscito dalla crisi finanziaria del 2008-09 è un mondo ancora più capitalista – nonostante la crisi sia stata la manifestazione più chiara degli errori e dei falsi miti del capitalismo – un mondo che simula felicità, attivismo ed entusiasmo per la miriade di possibilità che ci offre il capitalismo delle reti e delle piattaforme, grazie a quella sorta di programmazione neurolinguistica basata sull’ossessiva ripetizione del concetto che non c’è alternativa.


E invece l’alternativa c’è, ed è questo il momento per riconoscerla. La pandemia in corso, e i provvedimenti conseguenti, ci mettono in condizione di sperimentare ritmi e relazioni totalmente differenti dal consueto. Il lockdown, termine tanto caro a noi losties, ci impone delle restrizioni al lavoro, al movimento e alla socialità: non sono limitazioni fasciste alle libertà personali, magari usate ad arte dall’establishment per controllarci – come qualche miope filosofo ha provato a sostenere sul Manifesto, evidentemente più attento all’ortodossia ideologica che alla lettura del dato di realtà. L’establishment ha tutto l’interesse acché lavoro, produzione e consumo continuino il più indisturbati possibile, ed è riprova di questo interesse il criminale ritardo con cui stati nazionali come Regno Unito, Stati Uniti e Francia stanno adottando provvedimenti restrittivi già operativi in Italia. Il ritardo criminale nel voler riconoscere la gravità della situazione si vede bene anche in provvedimenti e dichiarazioni di organizzazioni transnazionali – UEFA  e BCE per dirne due – e nei deliri complottisti di sostenitori Q-like dell’establishment medesimo, deliri che hanno oggi una cassa di risonanza mai ottenuta prima.
Ma anche in Italia l’atteggiamento è quello ben sintetizzato dallo slogan “Andrà tutto bene”, come a dire: vedrete che tutto tornerà come prima, resistiamo a questo momento, non potrà che tornare tutto come prima, meglio di prima. L’ottimismo come oppio del popolo: ottundere le masse con la promessa di vincere, lo stesso dispositivo che funziona sui ludopatici. Strategico, in questa dinamica, è il ruolo di internet. Con una rete che funziona, possiamo illuderci che andrà davvero tutto bene: possiamo continuare ad andare in ufficio – soprattutto gli addetti a quelli che David Graeber chiama bullshit jobs – a studiare – sulle mille piattaforme all’uopo predisposte – a socializzare – grazie alle videochiamate, ormai feature più utilizzata dei social media: in sintesi, a lavorare, a produrre, a consumare.
Ma se invece non andasse tutto bene?
Per usare un meme molto in voga in questi giorni, quello con il Marty Feldman di Frankenstein Junior:


Proviamo a pensare come sarebbe questa clausura senza l’accesso al web – se per qualche motivo (anche solo perché non abbiamo i soldi per rinnovare i nostri Giga) non ci fosse consentito libero accesso alla rete, o peggio se internet diventasse un bene rivale, oltre che escludibile.
Non si vuole qui dipingere uno scenario apocalittico, bensì provare a riflettere su un futuro diverso da quello che ci viene promesso, un futuro in cui i ruoli dello Stato, del privato e della comunità siano davvero ridisegnati dallo stato di necessità, introdotto da questo lockdown e che potrebbe farsi più serio nel medio periodo.
Proviamo a immaginare, per la prima volta dopo tanti anni, un futuro. Usciamo dal tunnel della distopia e dell’ucronia – i sottogeneri della fantascienza oggi più in voga, non a caso – e pensiamolo davvero, con paradigmi nuovi, senza nostalgie bucoliche e luddiste, ma anche senza l’illusione che tutto possa tornare come prima della pandemia.
Il tema-chiave è quello della ricchezza, oggi non equamente distribuita non solo a livello globale, ma anche a livello di società di una singola nazione, quando non al livello della singola organizzazione. La vulgata del realismo capitalista (altro topos di Mark Fisher) ci ha convinto che questa iniquità è inevitabile e incontrovertibile.
Il futuro che potremmo provare a immaginare, invece, non dà per scontato questo assunto, e anzi vuole ribaltarlo, insieme a quello di scarsità (presupposto teorico dell’economia capitalista). Beni e servizi ci sono per tutti: è ciò che il capitalismo ritiene efficiente che non è equo. L’idea di equità che oggi tutti danno per scontata è quella meritocratica – ma è un concetto ideologico, tanto quanto quella per uguaglianza, tipica del socialismo reale (ma con residui consistenti nella pubblica amministrazione e in ciò che resta dei sindacati).
È possibile pensare un’idea di equità basata su una redistribuzione diversa della ricchezza? È possibile pensare un assetto della società, una configurazione nuova di Stato, Mercato e Terzo settore, che consenta l’applicazione di tale idea di equità?
È possibile pensare un futuro in cui lo Stato sappia farsi carico dei bisogni dei suoi cittadini e – pur senza gestire direttamente tutti i servizi – si occupi responsabilmente della redistribuzione della ricchezza, senza affidarsi alla mano invisibile del Mercato?
Ma soprattutto: chi potrebbe impegnarsi nella costruzione di una nuova società, fondata su questo paradigma davvero alternativo per la prima volta in almeno trent’anni?
Paradossalmente, gli stessi nativi digitali a cui oggi si tende ad attribuire potenzialità enormi (come nel caso del fenomeno dei Fridays for Future) sono ormai troppo condizionati dall’uso della tecnologia (mezzo principale di privatizzazione dello stress, ricordiamolo) e privi di qualsivoglia coscienza collettiva (di classe, di partito, di movimento) per farsi carico di una simile rivoluzione.
Forse solo chi è nato da poco o deve ancora nascere potrà crescere in un contesto radicalmente cambiato e dare alla società una seconda possibilità. Forse solo a chi nasce sull’Isola, su questa isola che nessuno di noi ha saputo prevedere, è data la possibilità di pensare questo futuro.


mercoledì 22 maggio 2019

Through the burning Throne

Con la conclusione di Game of Thrones, clamorosa più nelle reazioni del pubblico che negli eventi narrati, si chiude un'epoca per molti tv-addicted e si stendono i primi bilanci di un esperimento senza precedenti: una serie, partita come trasposizione di una saga letteraria ancora in corso, supera l'originale per avventurarsi negli eventi successivi a quelli già fissati sulla pagina scritta e chiudere la vicenda sul piccolo schermo prima che essa prenda forma letteraria.
A meno che non corrisponda al vero quanto sostenuto da Ian McElhinney (l'interprete di Barristan Selmy), e subito sdegnosamente smentito da G.R.R. Martin - cioè che il sesto e il settimo volume della saga esistano già, pronti per la pubblicazione alla conclusione della serie HBO - l'autore delle Cronache del Ghiaccio e del Fuoco ha agio di completarle con la certezza di superare - in complessità, approfondimento e ricchezza di pathos ed epos - le ultime stagioni televisive, e di godere di un'attesa accresciuta da parte del pubblico per come questo superamento avverrà.
Sul se, dicevamo, c'è poco da discutere: sebbene probabilmente concordata a grandi linee con Martin medesimo, l'ultima stagione della serie non è stata all'altezza delle aspettative, e Benioff & Weiss (D&D, i produttori di Game of Thrones) stanno pagando con un disprezzo da parte del pubblico anche superiore a quello di Lindelof & Cuse (gli sceneggiatori di Lost, ça va sans dire) delle scelte di sceneggiatura a dir poco discutibili.


Sì, ad essere bullizzato adesso sarà il finale di GOT, e la gente potrà smetterla di criticare quello di Lost (magari senza averlo capito, visto che ancora oggi, giusto nove anni dopo, c'è chi crede che fossero tutti morti fin dall'inizio). Gente che comprende lo stesso Martin, che - nel ricevere comunque un assist favoloso da D&D, se non altro come traino commerciale - può ora provare che davvero sa far meglio di Lost, che la sua storia meriterà di essere ricordata, e non per la delusione che ha generato (cfr. quanto si diceva qualche anno fa).

Non è una buona storia quella a cui abbiamo assistito, con buona pace del discorso (involontariamente?) metanarrativo di Tyrion.


What unites people? Armies? Gold? Flags? Stories. There’s nothing more powerful in the world than a good story. Nothing can stop it. No enemy can defeat it.
Gli aspetti più imperdonabili riguardano lo spreco di personaggi e situazioni potenzialmente molto più potenti. Il Night King, il sangue Targaryen di Jon Snow, il climax con Daenerys davanti al Trono, lo stesso Three-Eyed Raven: tutto vanificato, quasi affrettatamente passando oltre, pur con costosissimo dispiego di mezzi - attoriali e produttivi - degni di miglior causa. Per non parlare poi dei tarallucci e vino con cui si risolve politicamente la vicenda, all'insegna del fan service che - non volendo scontentare nessuno - scontenta praticamente tutti.
Probabilmente - per molti auspicabilmente - sarà diversa la conclusione letteraria della saga, sebbene - nonostante la seconda R nel nome di Martin - non si intraveda all'orizzonte nessuna eucatastrofe.



Ci hanno provato, D&D, a fare di Samwell Tarly lo Hurley di GOT: come a Hugo, soprattutto sul finire, gli mettono in bocca teorie e proposte dei fan. Troppo tardi: una risata seppellisce le sue velleità democratiche e ci dice che non abbiamo voce in capitolo. O forse D&D ci hanno detto (involontariamente?) che questa, rispetto a Lost, è proprio un'altra storia...

sabato 4 febbraio 2017

We have to go back?

In questi giorni Damon Lindelof è stato interpellato circa la possibilità di un reboot di Lost.
Al di là della più o meno poca veridicità di queste voci e del modo sempre (e solo) più approssimativo di riportare le notizie del web, spero che, dopo qualche anno dall'episodio finale, si sia ormai sedimentata l'idea che Lost è tale proprio per il suo carattere sperimentale, collaborativo, alternativo e innovativo che tanto abbiamo amato e di cui tanto abbiamo parlato proprio in questo blog.
Questa, a mio modestissimo parere, rimane la cifra di Lost che, tolto ciò, risulta, ad essere obiettivi, poco comprensibile e anche, tutto sommato mediocre, in quanto non rispetta molte promesse fatte al suo spettatore (mentre in Breaking  Bad,  ad esempio, vengono rispettate fino in fondo).
Ma su Lost non bisogna essere obiettivi, il punto non è il giudizio sulla serie, tanto più soggettivo quante più persone interpellerete (a proposito... non andate per sentito dire... fatevi una vostra idea... ogni anno che passa il cofanetto completo ve lo portate a casa con sempre maggior convenienza). Insomma, Lost per me rimane e rimarrà sempre una grande serie tv,  perché capace di lasciare nello spettatore, anche in quello tradito, la sensazione di averlo vissuto e di aver contribuito a crearlo (e ricrearlo) insieme ai suoi sceneggiatori.
Capace di tanti reboot quasi ad ogni stagione (tra spiaggia, botola, altri, sciopero degli sceneggiatori, statua, fumo nero, barche e molto altro) Lost non poteva che concludersi laddove era cominciato ovvero con un occhio che si chiude, perché la serie contiene già dentro di sè tutti i suoi possibili prequel, sequel... ed inquel (non vi sto prendendo in giro, qualcuno comincia già a designare così la narrazione di tutto ciò che, senza essere uno spin-off, qualche ellissi ci ha solo lasciato intendere).


WE HAVE TO GO BACK? Certo, basta essere disposti ad aprirlo (di nuovo) l'occhio!

lunedì 22 settembre 2014

ABC station


on air 22 september 2004 - ABC (station)



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venerdì 29 marzo 2013

Il telefilm sono io


Sono lieto di pubblicare anche sulla Lavagna il mio contributo su Lost (una specie di "blog dispensa" direbbe Faramir), dopo una serata (relatore Mariano Diotto) dedicata al Nostro Show al Centro Audiovisivi di Verona, nell'ambito di un corso sulla serialità televisiva.

Un grazie a Paolo e Luana per la sentita compagnia.



IL NAUFRAGIO DELLA VITA

Lost. Scritta bianca semovente in campo nero. Un suono sempre più cigolante come sottofondo. Vi perdereste mai in un mondo così? Io l’ho fatto e ne sto ancora “pagando le conseguenze”…
Tanti anni fa, ancora adolescente, senza avere nemmeno la più pallida idea di chi fosse Borges, pur conoscendo molto all’ingrosso Shakespeare e pur già in parte consapevole dell’importanza dei Classici per la cultura moderna, sognavo di poter un giorno leggere un libro, vedere un film, insomma assistere ad uno spettacolo nel quale fosse possibile radunare in un'unica narrazione tutto ‘il meglio di’.
A diciott’anni, poi, dopo un esame di maturità non particolarmente brillante, immaginavo già di tornare indietro nel tempo a riempire qualche buco, sia di studio sia di vita personale, per rimediare a quanto di lost e di looser mi ero lasciato alle spalle.
Ne è passata di acqua sotto ai ponti, ma poi ci hanno pensato i veri creativi, i geni dello script (tra i quali J.J. Abrams è più che un astro nascente), a sviluppare una semplice ma fondamentale intuizione... La storia più bella da scrivere? La nostra! Quella che intessiamo ogni giorno, a partire dalle nostre percezioni, razionali o meno che siano. La vita diventa ciò che col ‘pensier mi fingo’, per cui ‘il naufragar m’è dolce in questo mar’.
E poco male se J.J. Abrams non è riuscito a completare le sette stagioni, per chiudere il suo cerchio magico del ‘tre più quattro', o se molti fan hanno rivolto il pollice verso terra (la vittoria dell’anti-Fonzie) alla visione della doppia puntata finale.
E allora sotto con il mondo di Lost, che stasera il nostro relatore Mariano Diotto (certamente tradendo le mie lostalgiche attese, ma non lasciando malcontento nessuno) ha affrontato da un punto di vista prevalentemente tecnico-comunicativo.


L’IO EPICO

Con sedici protagonisti – vi parrà impossibile – il protagonista principale diventa il diciassettesimo. Il diciassettesimo – non prendetevela con la Cabala – siete voi!
In Lost la focalizzazione del racconto viene scientemente offerta allo spettatore, che pazientemente e amorevolmente, imparerà quasi da subito a teorizzarne e condividerne la filosofia.



L’occhio di Jack Shepard si (ri)apre, ma la visione diventa ben presto soggettiva; inoltre misteri e tessere da ricomporre faranno subito la loro comparsa (il cane Vincent, una scarpa da tennis, qualcosa di oscuro) e non solo nella prima puntata.
L’io epico si immerge nella narrazione, ma sempre nell’ottica dello straniamento, tecnica narrativa che ci chiama in causa non più come meri spettatori, ma quali ricercatori della nostra chiave di lettura.
Perdersi in Lost è quindi esattamente la prospettiva voluta, sempre che siate dei candidati pronti ad accettare le regole e a mettervi in gioco.
Anch’io l’ho fatto, insieme ad altri amici, ed oltre al mondo più o meno Vintage della Dharma, ecco il moltiplicarsi per me di serate al pub, cene a tema, gruppi di ascolto, una volata al Telefilm Festival e un blog cooperativo (questo!).


CHE MONDO SAREBBE… SENZA LOST

Creare molteplici mondi dalla natura più svariata (possibili, impossibili, inconcepibili), connotarli attraverso precisi paratesti e codici comunicativi non è stata una scelta da poco.
Il principio è quello della disseminazione di elementi, via via più complessi e ingarbugliati, fino ad operare su almeno quattro/cinque livelli narrativi, livelli che poi ognuno riassemblerà personalmente, inserendoli nel proprio orizzonte di attesa (almeno fino a che il cielo non diventi viola… da lì, in poi – lo confesso – ci ho praticamente rinunciato).
Le diverse modalità e il dosaggio nell’usufruire di questo prodotto televisivo hanno poi da sempre fatto la differenza, in modo oltretutto nemmeno tanto velatamente nascosto.


TECNICISMI

*(Destare) MERAVIGLIA: è la cifra della narrazione. Stupire e intrattenere in modo intelligente è la strada maestra almeno fin dai tempi di Omero, che da bravo "sceneggiatore" preferiva non giocare subito le sue carte narrative migliori ed era solito scandire le sue opere in ventiquattro “libri”, forse presagendo la durata standard di una moderna stagione televisiva.

*(il particolare) CONTESTO: scardinare il ritmo e l’andamento tradizionale della narrazione è uno dei grandi risultati di Lost… 'Picture a large, large box!’.

*IDENTIFICAZIONE/EMULAZIONE (con i personaggi): io volevo essere Desmond David Hume… l’ho deciso durante il finale della seconda stagione. Obama, non lo so. E voi?

*MANIPOLARE (e rendere comunicativi i segni): vi rimando alla lettura dell’ultimo paragrafo, per non ripetermi.

*LINGUAGGIO ICONICO: stilizzare è un modo efficace di rappresentare la realtà. Lo sanno i grandi, lo fanno spontaneamente i bambini. Le situazioni stilizzate in Lost ci sono quasi da subito ben familiari.

*SEGNI INDICALI: la vicinanza, il richiamarsi dei vari segni moltiplicano l’efficacia della comunicazione. Lost sfonda questo orizzonte fino ai limiti estremi della metanarrazione.

*SEGNI SIMBOLICI: la metaforicità di Lost diventa con il passare delle stagioni sempre più strabiliante, come del resto lo è il numero delle teorie che i fan più o meno sfegatati sono riusciti ad elaborare proprio a partire dall’alto livello di connessioni possibili.

*CULTURE TESTUALIZZATE E CULTURE GRAMMATICALIZZATE: qual è il vostro orizzonte comunicativo? Siete più uomini di scienza o uomini di fede?

Like John Locke?




Like Jack Shepard?



SEGNATI DA LOST

In definitiva, i segni comunicativi in Lost sono proposti come messaggio e ricerca di senso da completare, possibilmente in modo comunitario, sia all’interno della storia, durante il suo svolgimento (intreccio), sia all’esterno, nella sua ricezione, per spingersi - lo ribadisco - fino al limite della metanarrazione, uno dei grandi orizzonti e dei principali grimaldelli con il quale abbiamo un po’ tutti cercato di scardinare la Serie e di risalire non solo alla sorgente dell’Isola ma anche alle fonti della... Lostpedia.
Certo, forse nessuno di noi comuni mortali è mai entrato nella stanza dei bottoni o ha fatto parte del writing staff. Ma il nostro stimato relatore, che ha avuto modo di intervistare J.J. Abrams, ci ha lasciato ricordandoci la bellezza dell’essere divenuti (anche grazie alla svolta di Lost!) degli spettatori sempre più accorti e partecipi, pronti ad apprezzare ciò che (tutta) la nuova serialità ci propone.



venerdì 26 ottobre 2012

IUXTA PROPRIA PRINCIPIA C.V.D.



Mi sono imbattuto, in questi primi giorni di vero inverno, prima in un bel dossier sui molti risvolti del linguaggio cinematografico Quando il cinema è filosofia, poi nella visione di una nuova serie tv americana nella quale tornava a fare la sua comparsa una sorta di fumo nero (di lostiana memoria).
Mi sono così ritrovato in mano tutti gli ingredienti (o, forse meglio, tutti gli stimoli necessari e sufficienti) per lasciare nuovi segni – spero in qualche modo significativi - su questa lavagna.

Partendo dalla considerazione (con “dedica” speciale a tutti i detrattori di Lost) che è troppo facile criticare (quasi) solo in negativo una serie tv tra le più innovative del recente panorama mediatico (basta prenderne solo il finale, e stroncarla, giusto?), mi piace considerare come si ritrovino puntuali i semi di Lost a germogliare, più o meno volutamente, in altre serie tv e altri film allo stesso successivi.
Penso ad esempio a Touch, con alla base l'ossessione per i numeri e il fitto intreccio di relazioni figlie dell'11 settembre 2001; ad Awake, con lo sfruttamento strutturale del what if scenario; a pellicole come I guardiani del destino o Hereafter, che aggiornano al 2010 il dibattito circa il libero arbitrio e la vita oltre la morte.
Per carità, Frank Capra, che ho imparato ad amare sempre di più ad ogni film che vedevo, ci ha regalato La vita è meravigliosa nel 1946: da lì in poi le camminate fatali vicino ad un ponte, gli “universi paralleli” e le presenze angeliche hanno fatto epoca.


Certo è bene distinguere, nel caso di Lost, tra meri espedienti narrativi (il fumo nero, appunto) e la profondità dell'impianto narrativo (il livello diegetico).
Devo riconoscerlo: al primo livello l'Isola rimane forse una delle tante “isole delle Hawaii, ex colonie di lebbrosi, stese su un vulcano attivo, sulla quali e' stato girato il deludente finale di Lost” (The Big Bang Theory s05e16).
Ma se vari autori si preoccupano di schermirsi più o meno amichevolmente di Lost o, nel migliore dei casi si spingono a riprenderlo, è forse perché, nell'altro livello, quello drammatico, quello del coinvolgimento emotivo dello spettatore, Lost ha di fatto (magari non con la stessa intensità per tutte le sue sei stagioni) rinnovato l'idea di mythos (traducendo con parole mie... racconto drammatico che inscena, liberando noi spettatori, un sentimento più o meno profondo e nascosto, che insieme proviamo).
Lost lo ha fatto indubbiamente senza inventare nulla ex novo (gli archetipi restano archetipi), ma aggiornando il proprio racconto a una sensibilità e ad una realtà odierna sempre più complessa e sfaccettata, difficile da “sintetizzare”, problematica nell'attribuizione di un senso (meaning) a ciò che quotidianamente viviamo e proviamo.
E' un po' come cercare di rispondere a quelle domande che un po' tutti, dopo le prime profonde delusioni e paure della vita (per me è stato a diciassette anni), ci poniamo. Il nostro mondo potrebbe essere diverso? Come fare eventualmente a “riscriverlo”?

Il destino di Pilčík

Insomma, proviamo di nuovo a sfidare Chronos, il tempo lineare e irreversibile, e a vincerlo con le sue stesse armi, con il Tempo dei nostri sentimenti più profondi (la Recherche di Proust), anche quelli - o forse specialmente quelli - più contraddittori.
Baruch Spinoza risponderebbe che il nostro è l'unico mondo possibile, differentemente da Leibniz che lo considerava il migliore dei mondi possibili.



Cinema e tv ci aiutano, così, insieme alla letteratura, al teatro, all'epica, un tempo mattatori incontrastati, a interrogarci meglio su tali fondamentali questioni di senso.
Il mito, in fondo, è “nato” proprio per questo, per sciogliere in forma di racconto le domande fondamentali dell'esistenza. E ora che si è aggiunto anche il canale del World Wide Web... siamo un po' tutti più vicini per sentirlo.
Non dimentichiamo, però, a mo' di conclusione, che tale incontro rimane collocato all'interno del più o meno favoloso mondo dello show-businnes, mondo che pur non avendo per nulla pretese scientifiche, né tanto meno filosofiche, va comunque considerato e analizzato in modo filo$ofico... e $cientifico... iuxta propria principia. Come volevasi dimostrare!

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