martedì 4 agosto 2026

Verso Occidente

Si può dire qualcosa di nuovo su Lost usando (magari proprio piegando ai propri scopi) il film di cui parlano tutti oggi? Il tentativo che vogliamo fare è quello di leggere l’Ulisse di Christopher Nolan come manifestazione di un archetipo che era stato incarnato da Jack Shephard oltre sedici anni fa.

Quando, nel 2009, chi scrive tenne due lezioni su Lost in un corso dell’Università di Verona – sostenendo che la prima stagione fosse fondata sulla dicotomia cooperazione/competizione – Lorenzo Bernini aggiunse una ulteriore possibile distinzione, fondata su quello che Michel Foucault chiama potere pastorale. Jack (Shephard, pastore, nomeus) rappresenta la leadership pastorale, perché è colui che istituisce nomos (ordine simbolico, legge, distribuzione, direzione), opposta alla leadership cacciatrice di Locke, che segue la physis (natura selvaggia, istinto, predazione). Ora, potrebbe essere un falso ricordo, ma a quel Jack rappresentante del potere pastorale, qualcuno aggiunse ‘come Ulisse’. E quel ricordo è tornato alla mente guardando l’Odissea di Nolan perché ci si è ritrovati a pensare: ‘c’è un po’ troppo Jack in questo Ulisse’.

Ma allora, nel 2009, non si era ancora mai visto un Ulisse davvero pastore: sarebbe stato un anacronismo attribuire all’Ulisse classico un potere pastorale, soprattutto da parte di uno studioso di Foucault. In Sicurezza, territorio, popolazione (e in particolare nella Lezione 6 del 15 febbraio 1978), Foucault riconosce che sia nell’Iliade che nell’Odissea si trovano riferimenti al re in quanto ‘pastore di popoli’ (ma è qualcosa che semmai vale per Agamennone), ma andrebbero letti come un titolo onorifico-rituale, erede di un’influenza orientale. Ricorda in effetti come presso i pitagorici e anche i neopitagorici sia presente il modello del ‘pastore’ come colui che fa le leggi, distribuisce il cibo, guida le greggi e dà la giusta direzione; tuttavia si tratta di una tradizione che nel mondo greco è rimasta marginale o comunque circoscritta. Il politico, ad esempio per Platone, è piuttosto assimilabile alla figura del ‘tessitore’.

Quelle pecore sono di Polifemo, per dire

Il potere pastorale di cui parla Foucault è una forma giudaico-cristiana, è qualcosa che non appartiene alla cultura classica: la caratteristica che non esiste nel potere politico greco classico e che invece caratterizza il potere pastorale cristiano è l'infinitizzazione della responsabilità. Il leader politico greco classico è ‘a responsabilità limitata’: il bene dello stato, la vittoria in guerra, l'ordine civile. Il pastore cristiano ha una responsabilità infinita: la salvezza di ogni anima, il senso di colpa perpetuo, il dovere senza fine di ricondurre i perduti. Il pastore deve “vegliare su ogni pecora come se fosse l'unica” (omnes et singulatim). Non una salvezza collettiva, ma individuale e infinita.

È evidente che Jack Shephard incarni perfettamente questo modello, non a caso frutto della penna di autori di religione ebraica e protestante: ossessionato dal ‘sistemare le cose’ (fix it), dal salvare tutti e ciascuno, dal senso di colpa rispetto ai propri fallimenti (soprattutto verso chi ha perso per strada, magari non per colpa sua), dal ritorno (prima a casa, poi di nuovo sull’Isola). Ovviamente figura cristologica, Jack si immola per salvare gli ultimi rimasti sull’Isola e istituisce un sacramento per rinnovare la custodia dell’Isola. Non solo, la salvezza che lui persegue è addirittura successiva alla morte, per cui il passare oltre (let go, move on) avviene quando le pecore sono state tutte radunate nella chiesa di The End. È un’apocatastasi che troviamo ad esempio ne Il Grande Divorzio di C. S. Lewis, in cui è possibile conversione anche post mortem: e infatti Ben Linus chiede di aspettare ancora un po’.

Un altro che chiede di aspettare ancora un po’ prima di entrare nel pub di Life on Mars e Ashes to Ashes è il guv, Gene Hunt. Quel finale andò in onda a pochi giorni di distanza da quello di Lost

Il tema del ritorno (nostos) è ovviamente la prima cosa che lega Jack a Ulisse – anche a quello classico: le sue peripezie sono tutte prove che deve affrontare per tornare a un’isola che è anche casa. Ma l’Ulisse di Nolan è qualcosa in più, perché filtrato da oltre duemila anni di giudeo-cristianesimo: il ritorno a Itaca non è la fine del viaggio, di un viaggio che è soprattutto interiore come per quello di Joyce. L’Ulisse di Nolan si porta dietro la responsabilità della fine di un mondo, ma non si ferma finché non renderà onore almeno alle persone che erano la sua compagnia e che ha perso lungo la via. Non ci sono dèi in questa Odissea, lo hanno notato in molti: l’unica apparizione con cui lui continua a confrontarsi è Atena, ma – lo si scopre alla fine – lei è solo la manifestazione del senso di colpa. Il soprannaturale, il magico c’è: del resto è un’epoca di magia manifesta, lo si legge nell’incipit del film (attenzione ai false friends: apparent magic non vuol dire – non qui – apparente). Ma il divino no, il viaggio è dentro di sé, la confusione della rotta non è voluta da Poseidone, è smarrimento interiore.

There and back again, andata e ritorno, l’Ulisse di Nolan è un personaggio anche molto tolkieniano – e non a caso J. R. R. Tolkien è autore cattolicissimo: come Bilbo, come Frodo, il suo viaggio non è completo senza prendere la rotta verso occidente. Il finale dell’Odissea di Nolan è struggentemente tolkieniano: è peraltro la licenza più ardita che il film si prende. Ecco, forse l’unico Ulisse che manca all’appello è quello dantesco: qui le vele non vengono alzate per andare a Ovest a seguir virtute e canoscenza, ma per andare a rendere onore alla compagnia perduta, a salvare quelle anime (Sinone in testa) che non aveva saputo proteggere in vita. Per essere pastore fino in fondo, e trovare pace. Come trova pace Jack, lì dove aveva aperto gli occhi all'inizio di tutto: è irriverente paragonare l’Isola di Lost a Valinor, ma dal punto di vista (con l’occhio) di Jack, è il luogo in cui diventa – finalmente – immortale.

Potremmo anche azzardare un paragone tra Argo e Vincent (un’altra simmetria che diventa apparent oggi), ma chi scrive si commuove troppo quando ci sono di mezzo i cani, quindi lasciamo perdere.

Confrontare Ulisse e Jack Shephard sulla base dell’idea di potere pastorale è qualcosa che nel 2009 poteva essere prematuro – e anzi in contrasto con quello che Foucault dice in proposito. Ma oggi, alla luce dell’Ulisse di Nolan, il paragone non è più campato in aria, ed è affascinante pensare che le riflessioni di oggi possano essere arrivate – a ritroso nel tempo – a suggerire un parallelo inedito in quell’aula universitaria.


Questo post è dedicato alla memoria di Luigi Franco, mio professore di filosofia al liceo appena scomparso, al quale devo molto in quanto a curiosità, sensibilità interdisciplinare, cura delle fonti. In gioventù allievo della titolare del corso di cui si parla all'inizio del post, partecipò a quelle mie lezioni su Lost.

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