All’indomani del season finale di Widow’s Bay non possiamo esimerci dal parlarne qui sulla Lavagna, perché quella che era una sensazione superficiale di somiglianza con Lost, è diventata una certezza – e a un livello più profondo. Se a questo aggiungiamo che si tratta di una serie compiutamente folk horror, l’entusiasmo lo riteniamo ampiamente giustificato.
Ovviamente SPOILER su tutta la prima stagione
Meglio di chi scrive, qualcuno (peraltro in un podcast
– e la tentazione di resuscitare Lostbooks per
l’occasione è forte) ha osservato come molto horror efficace contemporaneo sia
scritto da autori con un passato comico (Jordan Peele e Curry Barker ne sono
gli esempi lampanti). La cosa è spiegabile con la capacità di gestire il timing,
addestrata sui tempi comici e resa funzionale ai tempi orrifici:
è la capacità di operare uno scarto tra le aspettative dello spettatore e l’effetto
della battuta, un incanto (per certi versi analogo al prestigio
dell’illusionista) che assume le forme – alternativamente e nei casi migliori
complementarmente – della risata e dello spavento. L’autrice di Widow’s Bay,
Katie Dippold, arriva proprio dalla comedy, in particolare da Parks &
Recreation – e la mano si vede.
Altra serie comedy di cui ci sono echi nel season finale di Widow’s
Bay è The Good Place – che peraltro deve molto a Lost
(ricordate l’opening della puntata s03e09 che è un omaggio esplicito alle
aperture di Desmond e Juliet?). In particolare, quando viene evocato il problema
del tram nella conversazione tra Tom e Ruth, viene subito alla mente
l’episodio s02e05 (The Trolley Problem, appunto), che illustra molto
bene il dilemma che il sindaco di Widow’s Bay si sta trovando ad affrontare.
Ma la continuità con Lost è esplicita. Per questo finale
di stagione, il recap
di Vulture non esita a citare il diretto parallelo tra i video di
orientamento che Dale trova nel rifugio e i video della Dharma Initiative, con
la loro estetica raggelante. Il parallelismo non è meramente estetico, però.
Lost ha avuto il dilemma ‘destino vs libero arbitrio’
come tema centrale di più stagioni – se non di tutta la serie, col senno di poi.
E questa ‘domanda di senso’ viene ripresa da Widow's Bay, mettendola in
bocca alla segretaria novantenne del sindaco, Ruth (una
straordinaria K Callan), nel momento più esplicito del finale: quando Tom le chiede di risolvere il trolley problem – il dilemma per
eccellenza sulla scelta, sulla morte, e su chi ha il diritto di decidere.
Non a caso è stato un post entusiastico di Damon Lindelof a farci decidere di seguire Widow’s Bay
La risposta di Ruth è che non si sceglie. "Non
puoi controllare le cose cattive che accadono, Tom. Ma se tiro questa leva, sto
scegliendo di uccidere quella persona, e non potrei mai farlo." Ruth
accetta il fuoco — il male inevitabile — come dato del mondo, mentre Tom, il
sindaco moderno e razionale, cerca di spegnerlo.
La citazione da Tennessee Williams messa a punto-croce
Ruth l’ha trovata in questo libroInteressante segnalare che nel 2023 la veridicità delle
interviste ivi raccolte è stata messa seriamente in dubbio
Widow's Bay applica il dilemma del tram a una
questione di sacrifici umani: l'isola richiede effettivamente sangue, non è una
metafora. Un uomo muore (Hanno ammazzato Kenny! Brutti bastardi!), la
tempesta si ferma, e il dato rimane incontrovertibile — l'isola è un
personaggio (come in Lost), non una metafora.
E se parliamo di sacrifici umani, strani riti e isolamento, non può che venire in mente Adam Scovell e la sua folk horror chain.
Qui
Se il framework di Adam Scovell per la lettura di questo
(sotto-? meta-?)genere è costituito da quattro anelli —
paesaggio, isolamento, sistemi di credenze distorti, e il momento rituale
finale (happening/summoning) — Widow's Bay li realizza progressivamente
nel corso della stagione, ma è nell'episodio 4 che il folk horror si fa
palese, che il paesaggio e l'isola cessano di essere sfondo per diventare
pienamente agenti.
L'episodio, interpretato straordinariamente da Kate O'Flynn
nel ruolo di Patricia, l'assistente eccentrica e disadattata del sindaco, segna
il momento in cui la serie abbandona definitivamente la maschera della dark
comedy per rivelarsi come narrazione di infestazione rituale. Patricia scopre
un libro di auto-aiuto che si rivela essere un grimorio, una manifestazione
diretta della volontà dell'isola. Mentre Patricia si ossessiona nel pianificare
una festa per guadagnarsi l'accettazione sociale dalle sue coetanee, l'isola – attraverso
il libro – la possiede progressivamente. La festa stessa diventa lo spazio del
rituale: gli ospiti entrano in trance, camminano verso l’acqua, mentre sulla
spiaggia arde un'effigie fiammeggiante (richiamo esplicito a The Wicker Man).
Quando Patricia si guarda allo specchio, scopre di indossare
non una tiara ma una corona di corna, denti e pelliccia di roditori – il
momento in cui il personaggio comico e vulnerabile che era, diventa il canale
dell'isola stessa. È un episodio folgorante perché O'Flynn tiene insieme, con
tempi perfetti, la dimensione comica della disperazione sociale di Patricia e
la dimensione orrorifica dell'infestazione, fino a renderle indistinguibili.
E quindi, ecco i quattro anelli della folk horror chain:
Il paesaggio: l'isola, l’Isola che non è sfondo, ma agente
– L'isolamento: il confinamento dei personaggi in uno spazio inospitale,
tagliato fuori dal resto del mondo, non soltanto in senso fisico ma metafisico –
I sistemi di credenze distorte: un conflitto permanente tra la
razionalità e il lore della comunità, stratificatosi nei secoli – Lo happening/summoning:
la tempesta, il sacrificio di Kenny (in una botola, sì), otto rintocchi
nel finale che significano otto anime ancora dovute, un patto che è stato
rinnovato.
Lost ci ha insegnato che l'isola è un personaggio,
che il mistero può strutturare una narrazione, che la razionalità ha dei limiti
di fronte alle forze che governa. Widow's Bay accetta questa lezione e
la radicalizza: non il mistero, ma il rito funzionante; non l'enigma irrisolto,
ma il patto che continua a esigere il suo dovuto.
La domanda che rimane è quella che Ruth pone a Tom, citando
Tennessee Williams: "Viviamo in un edificio eternamente in fiamme, e
quello che dobbiamo salvarvi, sempre, è l'amore". Ma se il fuoco è l'isola
stessa, se il fuoco è metafisico e non materiale, come facciamo a salvare
l'amore senza salvare il sangue (del proprio sangue) che l'isola
continua a reclamare?

