Lost si è trovato gradualmente invischiato in una rete sempre più estesa di misteri nascosti, che alla fine hanno assunto i contorni della parodia e a dare l’impressione di essere stati inseriti al solo fine di mandare avanti la storia, senza la possibilità di essere spiegati in modo soddisfacente.
domenica 23 maggio 2021
How to let go
martedì 16 marzo 2021
The tide is turning
Se si è in grado di non ascoltare il
rumore di fondo del chiacchiericcio giornalistico e di quello social – che si amplificano
a vicenda per raggiungere ormai lo sciacallaggio – o se comunque si riesce ad
aumentare il rapporto segnale/rumore per cogliere le trasformazioni dello
spirito del tempo, quel mutamento nella direzione del vento che scorre oltre le
skinner box della comunicazione di massa, ci si rende conto che qualcosa sta
effettivamente cambiando.
È vero che le narrazioni distopiche sono
ancora molto di tendenza, è vero che l’apocalisse informativa veicolata dalla
pandemia sembra non lasciarci via d’uscita, è vero che il proliferare – anche
quello virale – di voci disperanti e disperate anche all’interno delle nostre
bolle social (da cui, come in una gabbia della Stazione Hydra, sembra
impossibile uscire) sembra ci dica che non c’è domani. Eppure ci sono segnali
che stiamo effettivamente uscendo dal decennio della melanconia, per entrare in
quello della guarigione.
Melancholy in a Skinner Box
Il decennio della melanconia è
cominciato proprio con Melancholia, di Lars Von Trier, che giusto
dieci anni fa dipingeva una letterale fine del mondo, ad opera di un pianeta
carico di paura, depressione, disillusione. E' il decennio del recupero e della
riproposizione di tutte le peggiori distopie in letteratura, cinema,
televisione. E' il decennio in cui la hauntologia è assurta a
paradigma definitivo di lettura della realtà, assediata dai fantasmi del futuro
immaginato una volta e mai realizzato, se non per imitazione, campionamento,
remix e avvitamento del tempo su sé stesso.
Il decennio della melanconia faceva
seguito a quello della seconda possibilità, quello cominciato con
il 9/11 e Donnie Darko, quello che ha avuto in Lost e Battlestar Galactica le
narrazioni più significative. L'ultimo decennio del secolo XX, invece, è stato
quello della fallacia della realtà, con tutte le narrazioni
gnostiche come Matrix, The Truman Show e Dark City.
Perché diciamo che questo 2021 potrebbe
segnare l'inizio di uno nuovo zeigeist? La nostra non è forse una
pia illusione, del wishful thinking che fa il paio con le
illusioni - quando non le allucinazioni - di QAnon?
Un indicatore del fatto che qui non si
sta delineando una narrazione salvifica, con al centro personaggi più o meno di
rilievo ai quali affidare il futuro, è che la tendenza di cui parliamo è
collettiva e dialogica. Non c'è colui che ci salverà tutti, siamo noi che
guariremo insieme.
Ille qui nos omnes servabit
Segnali che qualcosa sta cambiando li
possiamo trovare nell'utopia di Yanis Varoufakis, Another Now,
oppure in quel capolavoro - che già su questa lavagna abbiamo collegato per
molti versi a Lost - che è Dispatches from Elsewhere. Li
troviamo nell'affermarsi
I'm not saying that the battle is won
E' ingenuo questo ottimismo, questa idea che la rotta possa cambiare?
Parlando proprio di melanconia in
un'interessantissima trasmissione di BBC Radio 4, l'autore inglese Horatio
Clare (che chi scrive ha avuto l'onore di conoscere sull'erba di un campo da
gioco) ha parlato del suo breakdown di due anni fa, oggetto - insieme alle
conseguenze, che inclusero l'internamento in una struttura psichiatrica, ma
anche un percorso di terapia basata sul dialogo che revoca in dubbio tutti gli
assunti, ancora piuttosto incrollabili nel mondo anglosassone,
sull'indispensabilità dei farmaci - del suo nuovo libro Heavy Light. Uno
degli interlocutori della trasmissione gli ha obiettato che una crisi così non
va intesa necessariamente nel modo negativo implicato dal termine breakdown,
ma va presa nell'accezione piena di potenzialità di breakpoint, punto di
rottura - ma anche rottura di livello, cambio di paradigma.
La pandemia è un game-changer di questo
tipo? E' questo il momento di guarire, ma non da soli.
mercoledì 9 settembre 2020
Quelli che... risucchiati nello spazio-tempo...
Sarebbe bello, QUI SULLA LAVAGNA, approfittare di Tenet per ritornare per qualche istante a farci risucchiare nei paradossi spazio-temporali che tanto abbiamo amato in Lost o a interrogarci sull'uso della ripresa in senso inverso alla quale già i fratelli Lumière avevano alluso alle origini della settima Arte (per non parlare di altri, a partire da Lynch).
Come ho già scritto sul mio blog a proposito di #TENET, non credo di riguardarlo, ma avendolo visto nel giorno d'uscita in sala e avendo di conseguenza seguito con interesse il ricchissimo (e devo dire assai stimolante) dibattito scaturito, mi sono convinto che il film paga il fatto di non essere stato girato subito, ovvero sei o sette anni fa, quando è stato concepito (e magari allora il fratello avrebbe pure battuto un colpo in sceneggiatura).
La rottura di paradigma che Nolan difende è ormai lontana qualche anno e pensare alla cifra del palindromo come di rottura epocale ora, mi suona difficile. Gli stessi scenari da spy-movie, inseguiti per tutto il film, non vengono innervati a sufficienza dalla rottura spazio-temporale. C'è molto dejavu, non sempre semplice da decifrare però.
Film come #THEMATRIX o serie Tv come #LOST sembrano a me più riusciti e centrati anche perché maggiormente figli del loro tempo.
O forse la manovra a tenaglia (cara già ai grandi condottieri della storia antica) non si è ancora compiuta. Ma questo lo lascio dire ai nolaniani più esperti di me (io che nolaniano non sono).
Vorrei tanto congedarmi con un palindromo all'altezza, ma non essendo in grado di manifestare cotanta scienza aspetto altre riflessioni su algoritmi più o meno spezzati, paradossi spazio-temporali e cambi di paradigma.
E infine c’è lei, la ruota.
domenica 19 luglio 2020
Dispatches from Eutopia
L’incertezza – più ancora che su quello che succederà fra uno, due, tre mesi – è proprio questa: stiamo scommettendo consapevoli delle nostre probabilità di vincita oppure stiamo sperando che la giocata a questa slot machine (di cui non conosciamo costruttore, algoritmo, probabilità di vincita) ci serva un jackpot e non l’ennesimo giro a vuoto?
Non era questo il momento per sfuggire alla logica distopica del tardo capitalismo? A quel tallone di ferro che non è necessariamente una dittatura para-fascista, ma l’asservimento di intere categorie etniche, economiche e sociali agli interessi di pochi? La distopia – non a caso se ne parla molto, di questi tempi – non è un genere letterario né un sottogenere della fantascienza: l’approssimazione migliore è quella del meta-genere al quale afferiscono più filoni letterari, cinematografici, televisivi – anche musicali e teatrali, peraltro – attualmente particolarmente in voga. Perché ben descrivono la situazione attuale, si dice, estremizzandone qualche aspetto, ma in fin dei conti raccontando fedelmente la realtà. Ma è sano crogiolarsi in questo brodo di coltura distopico, senza cercare di tirarsene fuori? Non è a sua volta malsano nutrirsi di questo tipo di spettacoli, confermandone con la fruizione, il godimento, quasi il compiacimento, la natura descrittiva e ineluttabile? Perché non provare a trovare una utopia positiva, una eutopia che non sia outopia?
Qualcuno ci sta provando, durante il suo lockdown: il nuovo EP dei Massive Attack si chiama proprio Eutopia ed è un esperimento singolare, perché rinuncia alla fruibilità immediata della musica per imporre il messaggio politico, rendendolo imprescindibile sebbene dissonante dalla cornice artistica. Volete ascoltarci? paiono dire. Ebbene, ascoltate (e leggete) quello che hanno da dire su questioni-chiave del post-Covid alcuni studiosi esperti – più di noi, che magari saremmo osannati da fan acritici, ma che perderebbero tutto il contenuto che vogliamo veicolare.
Ma perché molti di noi non riescono ad alzare la testa, a liberarsi dal giogo apparentemente inevitabile che ci opprime? Perché siamo acquiescenti, anzi volenterosi abitanti del Villaggio (quello di The Prisoner, ovviamente), che accettano acriticamente le follie dei vari Numeri Due e anzi accusano, ingannano e trattengono chi se ne vuole andare?
I Numeri Sei preferiscono essere presi per stupidi, piuttosto che per carogne.
C’è chi è in grado di voler uscire, da questo villaggio, e seguendo degli indizi (un gioco, anche qui, ma quanto di immaginario e quanto di reale rappresenta?) dare un nome al proprio desiderio di una vita diversa, con qualcuno di diverso, con sogni nuovi di una città nuova, di una società nuova, di un mondo completamente altro. La serie Dispatches from Elsewhere rappresenta qualcosa di totalmente atipico nello scenario televisivo odierno: lungi dall’essere una parabola vagamente autobiografica e metanarrativa di chi lo ha scritto, prodotto e interpretato (l’ampiamente sottovalutato Jason Segel), coinvolge a molti livelli lo spettatore, che non può restare indifferente. È una sfida dal punto di vista emotivo, intellettuale, politico, artistico, e anche metafisico: chi scrive non usa certi paragoni alla leggera, ma una tale vicinanza a Lost non si era ancora vista, e non è solo per il dato superficiale che l’alternate reality game che fa da sfondo alla vicenda ricorda da vicino la Lost Experience. Le dicotomie che caratterizzano la serie sono quelle esistenziali che hanno fatto da leit-motiv a Lost, sono dialettiche fondative che interrogano in profondità il fruitore non superficiale: sincronicamente, non poteva capitare momento più adatto per un simile prodotto. Il gioco a cui partecipano i protagonisti è l’occasione per ripensare la propria vita, le proprie relazioni, le proprie convinzioni: una sospensione della vita normale che può dare origine a qualcosa di radicalmente nuovo, indipendentemente dagli esiti del gioco stesso.
Indipendentemente da come finirà (se finirà) questa pandemia, è questo il momento per pensare e pensarsi diversi: siamo ancora in tempo.
venerdì 22 maggio 2020
Lockdown
Onde evitare che il virus spoiler potesse contagiare e rovinare la nostra visione di "The End".
Pronti per domani?
Per ricordare e rinverdire i fasti della nostra Lavagna?
Un abbraccio a tutti!
martedì 12 maggio 2020
La possibilità di un'isola
Parliamo della delusione, prima che della vertigine: emerge in questi giorni, significativamente da realtà e tribune anche molto lontane tra loro, eppure in modo sincronico, un sentimento di disillusione, il tentativo di frenare facili entusiasmi o vaticini apocalittici. Due esempi su tutti.
Non aspettatevi troppo dalla fine del mondo, scrive Lorenzo Marsili in un articolo molto affascinante, che tenta anche di rilanciare in chiave ottimistica il concetto di ‘fantascienza del presente’. Il progresso non fa salti quantici ma procede lungo un continuum, al paradigma della crisi va sostituito quello della lisi - che pure contiene elementi sia di cura che di decadimento – la novità si diffonde come un sapore in bocca, non arriva come un muro verso lo schianto contro il quale l’umanità procede inarrestabile.
Non ci sveglieremo, dopo il lockdown, in un mondo nuovo, scrive da par suo Michel Houellebecq; sarà lo stesso, solo un po’ peggio. L’autore francese, ormai quindici anni fa, pubblicò il romanzo La possibilità di un’isola (guarda caso) in cui si immaginava – ma l’idea era presente fin da Le particelle elementari – che parte del genere umano si sarebbe evoluta verso il completo isolamento e la rarefazione dei contatti interpersonali (dall’abolizione di quelli fisici alla scomparsa anche di quelli online), per riprodursi asetticamente per clonazione, eliminando sentimenti ed emozioni, e lasciando il resto dell’umanità alla regressione animalesca. Un postumanesimo che in realtà vediamo già efficacemente all’opera grazie a innovazioni più o meno significative (acquisti online e pagamenti contactless, video-on-demand e social network, smart working e servizi di messaggistica, …), e che i provvedimenti emergenziali per la pandemia in corso non hanno fatto altro che accentuare e accelerare.
Ancora due determinismi, uno ottimista e uno pessimista: uno che cerca di modificare i coefficienti dell’equazione di Valenzetti, come la Dharma Initiative sull’Isola, per allontanare la fine del genere umano, e uno che ritiene che la fine sia inevitabilmente quella – con le caratteristiche del lamento e non del boato, naturalmente. Entrambi i determinismi si sono resi conto che non è vero che nulla sarà più come prima: sarà tutto come prima, se non peggio – più o meno precipitosamente a seconda di come operiamo nel presente.
È possibile reimmaginare il presente? Abbiamo visto come il realismo capitalista di cui parla Mark Fisher ci abbia messo nelle condizioni di considerare inevitabile e incontrovertibile quello che stiamo vivendo nel tardo capitalismo, e quindi di non saper immaginare un futuro che non sia una mera variazione sul tema del presente e del recente passato (un eterno oggi che è descritto, non immaginato, da letteratura, cinematografia e televisione della distopia): il nostro desiderio è senza nome. Ma è possibile reinventare il presente? Non è forse il senso originario dell’utopia?
È possibile una eu-topia che non sia ou-topia? Qualcosa che non sia proiettato in un futuro che non riusciamo a pensare o in un passato sempre più vago e consolatorio?
Senza scomodare Aldous Huxley, che – insieme a una delle più famose distopie – ci ha lasciato anche una utopia del presente, guarda caso intitolata L’Isola (omaggiata da Lost con il nome del molo usato dagli Altri), abbiamo qualche testimonianza nella storia recente della capacità dell’uomo di coesistere con altri uomini senza che gli esiti siano invariabilmente sperequazione, sfruttamento, sopraffazione, annientamento? Un libro di Rutger Bergman, di imminente pubblicazione, ci racconta la ‘vera storia del Signore delle Mosche’: il caso di sei ragazzi tongani naufragati su un’isola del Pacifico nel 1966, dove rimasero per quindici mesi costituendo una società egalitaria e solidale, tutto il contrario di quanto descritto nel romanzo di Golding – a sua volta una delle massime ispirazioni per Lost – paradigmatico nella sua disillusione nei confronti del genere umano. È un fatto documentato, contro l’apoditticità della teoria. È un indizio – non certo la prova – che qualcosa può essere cambiato, qui e ora?
Forse. Non si può replicare al determinismo con formule altrettanto nette. Non ci sono soluzioni analitiche per le vicende umane, solo approssimazioni. Eppure ci piace pensare che – se a quei ragazzi, across the sea, è riuscito un esperimento sociale su cui hanno dibattuto per secoli filosofi e scienziati – potrebbe riuscire anche all’umanità del post–Covid-19. Che ci sia la possibilità, in quest’isola. Non ci resta che provarci, empiricamente.
Ma non si era detto che il virus era il caso, l’azzardo estremo, l’imponderabile? Il dado, l'alea di cui non possiamo prevedere i movimenti? Lo è, ma il gioco che stiamo vivendo in questa fase è più simile alle montagne russe, agli sport estremi, all’ebbrezza un po’ nauseante che associamo al consumo di qualche sostanza stupefacente. Torniamo quindi alla vertigine: l’altalena dei dati, la girandola delle notizie (attendibili e fake), il bungee-jumping dei provvedimenti, di aperture e chiusure, l’abuso di opinioni, meme e complotti: cosa sono se non una ilinx continua? Riusciamo a distaccarcene?
domenica 12 aprile 2020
It only ends once
Non è ammissibile – o comunque non è tollerabile per un tempo troppo prolungato – non riuscire a riconoscere quale parte sia meglio prendere, a quale schieramento aderire, a chi affidarci per sentirci parte di un qualcosa di più grande – fosse anche il principio della totale autodeterminazione del singolo.
Vogliamo poter dire live together die alone oppure every man for himself, vogliamo poterci dire uomini di scienza o uomini di fede, leader pastorali oppure cacciatori – in poche parole, vogliamo poter veder bene la linea di demarcazione tra le dicotomie che caratterizzano la nostra vita, e che sono state – almeno a giudizio di chi scrive, cfr. la vigilia della sesta stagione, una Passione di dieci anni fa – il leitmotiv di Lost.
Lo scambio tra Jacob e suo fratello rappresenta perfettamente la madre di tutte le dicotomie: il tempo è ciclico o è lineare? Finisce sempre allo stesso modo oppure c’è un progresso, un cambiamento? Siamo vincolati a un destino di lotta, distruzione e corruzione, oppure siamo liberi di pensare una fine diversa, magari catalizzata da un fattore imprevisto, imponderabile?
Il virus è – materialmente e metaforicamente – l’imponderabile, il caso che non si può governare, la mutazione non prevista dal sistema, e che lo manda in crisi.
Il sistema in cui ci troviamo (o almeno, ci trovavamo fino a un mese fa) è basato sul presunto irrevocabile primato dell’economia capitalistica, che non ammette alternative e che quindi ritiene possibile solo un riproporsi dei suoi modi e dei suoi ritmi: da qui l’accento sulla ripartenza, sulla riapertura, sul riprendere il ciclo preesistente di lavoro-produzione-consumo. Non è pensabile niente al di fuori di questa ciclicità, e non è un caso che l’economia capitalistica sia quanto di più deterministico la mente umana abbia mai concepito. L’economia aziendale contemporanea – ormai ovunque adattata anche alla gestione della cosa pubblica – ha ammesso una certa dose di indeterminazione, ma sempre con l’obiettivo di quantificare i rischi, renderli prevedibili e mitigarli con mezzi statistici. Ma il virus è una pallina della roulette, non è un cavallo su cui puntare: il caso che rappresenta è totalmente libero, puro e irriducibile.
Non è neppure questione di ottimismo o pessimismo nei confronti del genere umano: si potrebbe pensare che il determinismo sia pessimista, che consideri l’essere umano e la società inevitabilmente votati all’annientamento, e che quindi richieda controllo sociale, diretto o indiretto, statale o contrattuale, da Hobbes, passando per Locke, a Bentham (udite udite) – ma si può sostenere altrettanto a ragione che il determinismo sia ottimista, che una mano invisibile conduca l’umanità al benessere della maggior parte delle persone, in modo efficiente, basta non limitarne la libera iniziativa, la libera circolazione, il libero scambio.
Non è determinista solo il liberismo, specie nella sua accezione contemporanea di realismo capitalista: lo è (stato) anche il socialismo, più o meno reale – con una sfumatura più ottimista – ma lo sono stati anche i fascismi – con una sfumatura più pessimista.
Il dibattito che imperversa in Italia, al netto degli interventi ripugnanti di chi cerca solo un po’ di visibilità per non cadere nell’oblio, è tra due determinismi: uno più controllante e uno più libertario, ma pur sempre due determinismi. C’è chi si appella al primato del politico e chi a quello del tecnicismo scientifico, ma sono – anche qui – due determinismi che si illudono di poter prevedere gli sviluppi della situazione, e che attribuiscono all’uno o all’altro dei propri appigli la possibilità di far tornare sui binari della normalità la vita individuale e comunitaria.
Ma il virus è una pallina della roulette: non puoi prevedere se e quando uscirà il numero su cui hai puntato, nemmeno la dozzina, nemmeno il colore. Lo stillicidio dei dati sulla pandemia ci dimostra ogni giorno di più (ma ieri in modo particolarmente frustrante) che non esiste un modello previsionale adeguato, sulla base del quale acconsentire a riaperture anche solo parziali o a riprese di attività, caldeggiate da chi non ha altro paradigma interpretativo della realtà che non sia quello economico.
Jacob sceglie Jack, il Fumo Nero sceglie Locke, ognuno per far valere la propria idea. Ma la vera variabile impazzita è Desmond, non a caso campione di distanziamento sociale: inserire questo fattore casuale nel quadro d’insieme scompagina completamente la disputa.
E infine, il passaggio di testimone da Jack a Hurley rappresenta una modifica sostanziale del modo di gestire le cose. The new man in charge rappresenta il vero superamento del determinismo, nell’accogliere – a malincuore, controvoglia, contro qualsiasi previsione – una missione che il senso comune ritiene impossibile. Hugo è lo hobbit che porta a compimento l’impresa che nessun grande uomo è in grado di realizzare, la follia che acceca l’occhio del nemico, il fattore che cambia davvero il paradigma, che genera il nuovo che non era stato ancora immaginato.
È uno Hurley che stiamo aspettando: lo sapremmo riconoscere?

















