domenica 23 maggio 2021

How to let go

A distanza di undici anni dal finale di Lost, al quale chi scrive ha assistito in un’aula universitaria – a mo’ di appendice ad un corso al quale aveva contribuito pochi mesi prima con due lezioni proprio sulla serie – si è manifestata la curiosità di conoscere l’opinione di un accademico eretico come Mark Fisher, spesso citato su questa Lavagna, su Lost.

Undici anni fa, Univr

Mark Fisher (1968-2017) è uno dei più lucidi interpreti della realtà contemporanea, segnata dal neoliberismo compiuto, per cui scrive – in Realismo capitalista – “il capitalismo è quel che resta quando ogni ideale è collassato allo stato di elaborazione simbolica o rituale: il risultato è il consumatore-spettatore che arranca tra ruderi e rovine”. La lucidità che lo ha portato a togliersi la vita a nemmeno cinquant’anni si è manifestata in saggi (comunemente ascritti alla theory fiction), articoli e soprattutto post sul suo blog k-punk, che Minimum Fax sta progressivamente pubblicando, raccogliendoli tematicamente. Gli interessi di Mark Fisher si sono spesso focalizzati sulle manifestazioni della cultura popolare: musica, cinema, televisione, calcio, con frequenti incursioni proprio a proposito delle serie televisive. 
Ma Mark Fisher ha mai scritto di Lost? Anche attraverso la consultazione di lettori, esegeti o semplicemente fan dell’autore, raccolti nel gruppo Facebook Mark Fisher Memes for Hauntological Teens – incidentalmente, un uso eretico del social network che meglio esemplifica le rovine del tardo capitalismo – non si è riusciti a trovare un-articolo-uno dedicato a quella specifica serie. Eppure, ci si è detto, non può essergli sfuggita l’occasione di dire qualcosa su un testo così ricco di spunti politici e filosofici, dalla così tante possibili letture. 

Lost futures

Un podcaster scozzese, Angus Stewart, ad esempio ha fatto notare come tutto quanto riguarda la Dharma Initiative rivesta – se non a livello politico, almeno a quello hauntologico – un interesse prettamente fisheriano: l’utopismo hippie che sopravvive ben oltre l’epoca storica di appartenenza, il sinistro ruolo (aziendalista/capitalista) della Hanso Foundation, l’utilizzo di diversi media e formati, congelati nel tempo, mescolati e impiegati per finalità imperscrutabili (i video di Orientamento, i dischi in vinile, la torre radio, i computer anni '80…). La Dharma Initiative resta uno degli elementi chiave del leitmotiv politico di Lost – cooperazione vs. competizione – in quanto la sua visione e i suoi obiettivi sono proprio un futuro perduto alla Fisher. 

Reaching out for a better tomorrow

Proprio quando ci stavamo rinunciando definitivamente, chi scrive ha trovato – giusto nell’ultimo volume per ora pubblicato in Italia di Mark Fisher, Schermi, sogni e spettri. Cinema e televisione. K-punk/2 – quello che pare essere l’unico riferimento a Lost nel magmatico corpus fisheriano: un articolo del 2015 su New Humanist a proposito di The Leftovers, Broadchurch e The Missing. Nella parte dedicata alla serie – basata sul romanzo di Tom Perrotta – che dobbiamo proprio a Damon Lindelof (curiosamente, nell’articolo originale e nella traduzione italiana, il cognome è sbagliato in due modi diversi: Lindelhof e Lindnhof), si legge: 

Lost si è trovato gradualmente invischiato in una rete sempre più estesa di misteri nascosti, che alla fine hanno assunto i contorni della parodia e a dare l’impressione di essere stati inseriti al solo fine di mandare avanti la storia, senza la possibilità di essere spiegati in modo soddisfacente. 

Possibile che un’opinione di Mark Fisher sia così superficiale? Proprio colui al quale attribuiamo approfondimento mai banale e efferatezza analitica può essersi macchiato di tale pigrizia intellettuale?

Mark Fisher, da un lato, risente della sindrome del defunto giovane, dai seguaci (come dai parenti, in ambito familiare) idealizzato – e quasi santificato – per le sue sole caratteristiche positive, trascurando (disvedendo, direbbe China Miéville) i tratti umani, meschini, o anche solo apparentemente incoerenti della sua storia. Dall’altro, Lost è una serie che non necessariamente si inserisce in modo decisivo nella storia personale di tutti i suoi spettatori: è corretto ammettere che qualcuno possa averla abbandonata, presto o tardi, comunque prima della fine, perché non gli/le parlava (più). 
Probabilmente è questo il caso di Fisher: è improbabile che abbia guardato Lost fino alla fine (non avrebbe mancato di cogliere il nesso, proprio in quell’articolo, proprio titolato così, con il senso ultimo della serie di Lindelof e Cuse), basandosi per quell’inciso su impressioni colte da altri (e che dobbiamo ammettere legittime), senza ritenere necessario un approfondimento personale. 


È significativo che queste due consapevolezze – Mark Fisher non è infallibile, il non apprezzare Lost non è una colpa – arrivino insieme, a undici anni dal finale. Forse è davvero il momento di farsene una ragione e andare avanti. Ma di ricordare, sempre.

martedì 16 marzo 2021

The tide is turning

Se si è in grado di non ascoltare il rumore di fondo del chiacchiericcio giornalistico e di quello social – che si amplificano a vicenda per raggiungere ormai lo sciacallaggio – o se comunque si riesce ad aumentare il rapporto segnale/rumore per cogliere le trasformazioni dello spirito del tempo, quel mutamento nella direzione del vento che scorre oltre le skinner box della comunicazione di massa, ci si rende conto che qualcosa sta effettivamente cambiando.

È vero che le narrazioni distopiche sono ancora molto di tendenza, è vero che l’apocalisse informativa veicolata dalla pandemia sembra non lasciarci via d’uscita, è vero che il proliferare – anche quello virale – di voci disperanti e disperate anche all’interno delle nostre bolle social (da cui, come in una gabbia della Stazione Hydra, sembra impossibile uscire) sembra ci dica che non c’è domani. Eppure ci sono segnali che stiamo effettivamente uscendo dal decennio della melanconia, per entrare in quello della guarigione.


Melancholy in a Skinner Box


Il decennio della melanconia è cominciato proprio con Melancholia, di Lars Von Trier, che giusto dieci anni fa dipingeva una letterale fine del mondo, ad opera di un pianeta carico di paura, depressione, disillusione. E' il decennio del recupero e della riproposizione di tutte le peggiori distopie in letteratura, cinema, televisione. E' il decennio in cui la hauntologia è assurta a paradigma definitivo di lettura della realtà, assediata dai fantasmi del futuro immaginato una volta e mai realizzato, se non per imitazione, campionamento, remix e avvitamento del tempo su sé stesso.

Il decennio della melanconia faceva seguito a quello della seconda possibilità, quello cominciato con il 9/11 e Donnie Darko, quello che ha avuto in Lost e Battlestar Galactica le narrazioni più significative. L'ultimo decennio del secolo XX, invece, è stato quello della fallacia della realtà, con tutte le narrazioni gnostiche come Matrix, The Truman Show e Dark City.

Perché diciamo che questo 2021 potrebbe segnare l'inizio di uno nuovo zeigeist? La nostra non è forse una pia illusione, del wishful thinking che fa il paio con le illusioni - quando non le allucinazioni - di QAnon?

Un indicatore del fatto che qui non si sta delineando una narrazione salvifica, con al centro personaggi più o meno di rilievo ai quali affidare il futuro, è che la tendenza di cui parliamo è collettiva e dialogica. Non c'è colui che ci salverà tutti, siamo noi che guariremo insieme. 


Ille qui nos omnes servabit


Segnali che qualcosa sta cambiando li possiamo trovare nell'utopia di Yanis Varoufakis, Another Now, oppure in quel capolavoro - che già su questa lavagna abbiamo collegato per molti versi a Lost - che è Dispatches from Elsewhere. Li troviamo nell'affermarsi progressivo anche in Italia del sottogenere della fantascienza noto con il nome di Solarpunk, cui Delos Books ha appena dedicato la collana Atlantis. Ma li troviamo in tutto il dibattito sulle piattaforme e sulla possibilità di ripensare questi costrutti digitali che si collocano tra mercato, contratto e impresa - ma anche oltre essi - in chiave cooperativistica e non meramente estrattiva (nel senso, marxianamente, dell'estrazione di plusvalore) - sulla possibilità che davvero all those kids in the sun - come cantava Roger Waters una vita fa - possano 'strappare la spada della tecnologia dalle mani dei signori della guerra'.


I'm not saying that the battle is won


E' ingenuo questo ottimismo, questa idea che la rotta possa cambiare? 

Parlando proprio di melanconia in un'interessantissima trasmissione di BBC Radio 4, l'autore inglese Horatio Clare (che chi scrive ha avuto l'onore di conoscere sull'erba di un campo da gioco) ha parlato del suo breakdown di due anni fa, oggetto - insieme alle conseguenze, che inclusero l'internamento in una struttura psichiatrica, ma anche un percorso di terapia basata sul dialogo che revoca in dubbio tutti gli assunti, ancora piuttosto incrollabili nel mondo anglosassone, sull'indispensabilità dei farmaci - del suo nuovo libro Heavy Light. Uno degli interlocutori della trasmissione gli ha obiettato che una crisi così non va intesa necessariamente nel modo negativo implicato dal termine breakdown, ma va presa nell'accezione piena di potenzialità di breakpoint, punto di rottura - ma anche rottura di livello, cambio di paradigma.

La pandemia è un game-changer di questo tipo? E' questo il momento di guarire, ma non da soli.

 



mercoledì 9 settembre 2020

Quelli che... risucchiati nello spazio-tempo...

Sarebbe bello, QUI SULLA LAVAGNA, approfittare di Tenet per ritornare per qualche istante a farci risucchiare nei paradossi spazio-temporali che tanto abbiamo amato in Lost o a interrogarci sull'uso della ripresa in senso inverso alla quale già i fratelli Lumière avevano alluso alle origini della settima Arte (per non parlare di altri, a partire da Lynch). 

Come ho già scritto sul mio blog a proposito di #TENET, non credo di riguardarlo, ma avendolo visto nel giorno d'uscita in sala e avendo di conseguenza seguito con interesse il ricchissimo (e devo dire assai stimolante) dibattito scaturito, mi sono convinto che il film paga il fatto di non essere stato girato subito, ovvero sei o sette anni fa, quando è stato concepito (e magari allora il fratello avrebbe pure battuto un colpo in sceneggiatura).

La rottura di paradigma che Nolan difende è ormai lontana qualche anno e pensare alla cifra del palindromo come di rottura epocale ora, mi suona difficile. Gli stessi scenari da spy-movie, inseguiti per tutto il film, non vengono innervati a sufficienza dalla rottura spazio-temporale. C'è molto dejavu, non sempre semplice da decifrare però.

Film come #THEMATRIX o serie Tv come #LOST sembrano a me più riusciti e centrati anche perché maggiormente figli del loro tempo.

O forse la manovra a tenaglia (cara già ai grandi condottieri della storia antica) non si è ancora compiuta. Ma questo lo lascio dire ai nolaniani più esperti di me (io che nolaniano non sono).

Vorrei tanto congedarmi con un palindromo all'altezza, ma non essendo in grado di manifestare cotanta scienza aspetto altre riflessioni su algoritmi più o meno spezzati, paradossi spazio-temporali e cambi di paradigma.

E infine c’è lei, la ruota.



domenica 19 luglio 2020

Dispatches from Eutopia

Quello che il mondo sta vivendo oggi è un periodo, se possibile, di ancora maggiore incertezza rispetto ai mesi iniziali della pandemia. È un periodo nel quale molti – dai governanti dei paesi più industrializzati ai cittadini comuni, passando per imprenditori e lavoratori di ogni settore e livello – stanno scommettendo sul non impennarsi nuovamente della curva dei contagi, sul non presentarsi della necessità di nuovi e più aspri lockdown. Questa scommessa assume molti volti, economicamente significativi, a partire dall’attenuarsi delle misure di sicurezza sui mezzi di trasporto, alla concessione di più ampie disponibilità alle manifestazioni sportive, artistiche e in senso lato culturali, fino all’autorizzazione più o meno esplicita degli assembramenti nella vita sociale, specialmente vacanziera, visti i tempi. Su cosa è fondata questa scommessa? È basata sull’osservazione dell’andamento recente degli indicatori–chiave della pandemia, nell’ipotesi che essi possano predire l’andamento futuro? O forse è basata sull’auspicio che essi non cambino – indipendentemente dai comportamenti dei cittadini – e che si possa tornare, presto, il prima possibile, a fare la vita di prima?
L’incertezza – più ancora che su quello che succederà fra uno, due, tre mesi – è proprio questa: stiamo scommettendo consapevoli delle nostre probabilità di vincita oppure stiamo sperando che la giocata a questa slot machine (di cui non conosciamo costruttore, algoritmo, probabilità di vincita) ci serva un jackpot e non l’ennesimo giro a vuoto?

Do we have to go back?

Ma soprattutto, che desiderio è auspicare di tornare a fare la vita di prima? Perché non abbiamo saputo pensare una vita diversa, in questi mesi sulla nostra personale Isola? È vero che – come ci disse Mark Fisher – per ora il nostro desiderio è senza nome, ma non era questo il momento buono per riconoscerlo, farlo nostro, dargli un nome?
Non era questo il momento per sfuggire alla logica distopica del tardo capitalismo? A quel tallone di ferro che non è necessariamente una dittatura para-fascista, ma l’asservimento di intere categorie etniche, economiche e sociali agli interessi di pochi? La distopia – non a caso se ne parla molto, di questi tempi – non è un genere letterario né un sottogenere della fantascienza: l’approssimazione migliore è quella del meta-genere al quale afferiscono più filoni letterari, cinematografici, televisivi – anche musicali e teatrali, peraltro – attualmente particolarmente in voga. Perché ben descrivono la situazione attuale, si dice, estremizzandone qualche aspetto, ma in fin dei conti raccontando fedelmente la realtà. Ma è sano crogiolarsi in questo brodo di coltura distopico, senza cercare di tirarsene fuori? Non è a sua volta malsano nutrirsi di questo tipo di spettacoli, confermandone con la fruizione, il godimento, quasi il compiacimento, la natura descrittiva e ineluttabile? Perché non provare a trovare una utopia positiva, una eutopia che non sia outopia?

An Other kind of Utopia

Qualcuno ci sta provando, durante il suo lockdown: il nuovo EP dei Massive Attack si chiama proprio Eutopia ed è un esperimento singolare, perché rinuncia alla fruibilità immediata della musica per imporre il messaggio politico, rendendolo imprescindibile sebbene dissonante dalla cornice artistica. Volete ascoltarci? paiono dire. Ebbene, ascoltate (e leggete) quello che hanno da dire su questioni-chiave del post-Covid alcuni studiosi esperti – più di noi, che magari saremmo osannati da fan acritici, ma che perderebbero tutto il contenuto che vogliamo veicolare.
Ma perché molti di noi non riescono ad alzare la testa, a liberarsi dal giogo apparentemente inevitabile che ci opprime? Perché siamo acquiescenti, anzi volenterosi abitanti del Villaggio (quello di The Prisoner, ovviamente), che accettano acriticamente le follie dei vari Numeri Due e anzi accusano, ingannano e trattengono chi se ne vuole andare?



I Numeri Sei preferiscono essere presi per stupidi, piuttosto che per carogne.
C’è chi è in grado di voler uscire, da questo villaggio, e seguendo degli indizi (un gioco, anche qui, ma quanto di immaginario e quanto di reale rappresenta?) dare un nome al proprio desiderio di una vita diversa, con qualcuno di diverso, con sogni nuovi di una città nuova, di una società nuova, di un mondo completamente altro. La serie Dispatches from Elsewhere rappresenta qualcosa di totalmente atipico nello scenario televisivo odierno: lungi dall’essere una parabola vagamente autobiografica e metanarrativa di chi lo ha scritto, prodotto e interpretato (l’ampiamente sottovalutato Jason Segel), coinvolge a molti livelli lo spettatore, che non può restare indifferente. È una sfida dal punto di vista emotivo, intellettuale, politico, artistico, e anche metafisico: chi scrive non usa certi paragoni alla leggera, ma una tale vicinanza a Lost non si era ancora vista, e non è solo per il dato superficiale che l’alternate reality game che fa da sfondo alla vicenda ricorda da vicino la Lost Experience. Le dicotomie che caratterizzano la serie sono quelle esistenziali che hanno fatto da leit-motiv a Lost, sono dialettiche fondative che interrogano in profondità il fruitore non superficiale: sincronicamente, non poteva capitare momento più adatto per un simile prodotto. Il gioco a cui partecipano i protagonisti è l’occasione per ripensare la propria vita, le proprie relazioni, le proprie convinzioni: una sospensione della vita normale che può dare origine a qualcosa di radicalmente nuovo, indipendentemente dagli esiti del gioco stesso.
Indipendentemente da come finirà (se finirà) questa pandemia, è questo il momento per pensare e pensarsi diversi: siamo ancora in tempo.


venerdì 22 maggio 2020

Lockdown

Cari amici, dieci anni fa - circa alle 04.38 am, - questo blog veniva messo - dal nostro Faramir - in modalitá lockdown.
Onde evitare che il virus spoiler potesse contagiare e rovinare la nostra visione di "The End".
Pronti per domani?
Per ricordare e rinverdire i fasti della nostra Lavagna?
Un abbraccio a tutti!

martedì 12 maggio 2020

La possibilità di un'isola

Una volta entrati nella Fase 2, ci ritroviamo ad assaporare un misto di delusione e vertigine, come se le nostre aspettative – ottimistiche o pessimistiche – fossero state comunque disattese e come se il gioco che stavamo giocando non fosse una alea ma una ilinx (per usare le categorie di Roger Caillois).
Parliamo della delusione, prima che della vertigine: emerge in questi giorni, significativamente da realtà e tribune anche molto lontane tra loro, eppure in modo sincronico, un sentimento di disillusione, il tentativo di frenare facili entusiasmi o vaticini apocalittici. Due esempi su tutti.

Two players, two sides – one is light, one is dark 

Non aspettatevi troppo dalla fine del mondo, scrive Lorenzo Marsili in un articolo molto affascinante, che tenta anche di rilanciare in chiave ottimistica il concetto di ‘fantascienza del presente’. Il progresso non fa salti quantici ma procede lungo un continuum, al paradigma della crisi va sostituito quello della lisi - che pure contiene elementi sia di cura che di decadimento – la novità si diffonde come un sapore in bocca, non arriva come un muro verso lo schianto contro il quale l’umanità procede inarrestabile.
Non ci sveglieremo, dopo il lockdown, in un mondo nuovo, scrive da par suo Michel Houellebecq; sarà lo stesso, solo un po’ peggio. L’autore francese, ormai quindici anni fa, pubblicò il romanzo La possibilità di un’isola (guarda caso) in cui si immaginava – ma l’idea era presente fin da Le particelle elementari – che parte del genere umano si sarebbe evoluta verso il completo isolamento e la rarefazione dei contatti interpersonali (dall’abolizione di quelli fisici alla scomparsa anche di quelli online), per riprodursi asetticamente per clonazione, eliminando sentimenti ed emozioni, e lasciando il resto dell’umanità alla regressione animalesca. Un postumanesimo che in realtà vediamo già efficacemente all’opera grazie a innovazioni più o meno significative (acquisti online e pagamenti contactless, video-on-demand e social network, smart working e servizi di messaggistica, …), e che i provvedimenti emergenziali per la pandemia in corso non hanno fatto altro che accentuare e accelerare.
Ancora due determinismi, uno ottimista e uno pessimista: uno che cerca di modificare i coefficienti dell’equazione di Valenzetti, come la Dharma Initiative sull’Isola, per allontanare la fine del genere umano, e uno che ritiene che la fine sia inevitabilmente quella – con le caratteristiche del lamento e non del boato, naturalmente. Entrambi i determinismi si sono resi conto che non è vero che nulla sarà più come prima: sarà tutto come prima, se non peggio – più o meno precipitosamente a seconda di come operiamo nel presente.

Utopia e ingegneria sociale nella Dharma Initiative

È possibile reimmaginare il presente? Abbiamo visto come il realismo capitalista di cui parla Mark Fisher ci abbia messo nelle condizioni di considerare inevitabile e incontrovertibile quello che stiamo vivendo nel tardo capitalismo, e quindi di non saper immaginare un futuro che non sia una mera variazione sul tema del presente e del recente passato (un eterno oggi che è descritto, non immaginato, da letteratura, cinematografia e televisione della distopia): il nostro desiderio è senza nome. Ma è possibile reinventare il presente? Non è forse il senso originario dell’utopia?
È possibile una eu-topia che non sia ou-topia? Qualcosa che non sia proiettato in un futuro che non riusciamo a pensare o in un passato sempre più vago e consolatorio?

Il molo di Pala

Senza scomodare Aldous Huxley, che – insieme a una delle più famose distopie – ci ha lasciato anche una utopia del presente, guarda caso intitolata L’Isola (omaggiata da Lost con il nome del molo usato dagli Altri), abbiamo qualche testimonianza nella storia recente della capacità dell’uomo di coesistere con altri uomini senza che gli esiti siano invariabilmente sperequazione, sfruttamento, sopraffazione, annientamento? Un libro di Rutger Bergman, di imminente pubblicazione, ci racconta la ‘vera storia del Signore delle Mosche’: il caso di sei ragazzi tongani naufragati su un’isola del Pacifico nel 1966, dove rimasero per quindici mesi costituendo una società egalitaria e solidale, tutto il contrario di quanto descritto nel romanzo di Golding – a sua volta una delle massime ispirazioni per Lost – paradigmatico nella sua disillusione nei confronti del genere umano. È un fatto documentato, contro l’apoditticità della teoria. È un indizio – non certo la prova – che qualcosa può essere cambiato, qui e ora?
Forse. Non si può replicare al determinismo con formule altrettanto nette. Non ci sono soluzioni analitiche per le vicende umane, solo approssimazioni. Eppure ci piace pensare che – se a quei ragazzi, across the sea, è riuscito un esperimento sociale su cui hanno dibattuto per secoli filosofi e scienziati – potrebbe riuscire anche all’umanità del post–Covid-19. Che ci sia la possibilità, in quest’isola. Non ci resta che provarci, empiricamente.

A che gioco giochiamo?

Ma non si era detto che il virus era il caso, l’azzardo estremo, l’imponderabile? Il dado, l'alea di cui non possiamo prevedere i movimenti? Lo è, ma il gioco che stiamo vivendo in questa fase è più simile alle montagne russe, agli sport estremi, all’ebbrezza un po’ nauseante che associamo al consumo di qualche sostanza stupefacente. Torniamo quindi alla vertigine: l’altalena dei dati, la girandola delle notizie (attendibili e fake), il bungee-jumping dei provvedimenti, di aperture e chiusure, l’abuso di opinioni, meme e complotti: cosa sono se non una ilinx continua? Riusciamo a distaccarcene?

domenica 12 aprile 2020

It only ends once

Il protrarsi del lockdown sta comprensibilmente facendo saltare i nervi a più di qualcuno, ma non tanto per il confinamento forzato, quanto per l’incertezza rispetto al futuro. È uno dei bisogni fondamentali dell’essere umano, quello di certezza, quello di sapere “come andrà a finire”. È bisogno di polarizzazioni in cui prendere posizione, è bisogno di poter dire che tutto avviene per una ragione, e questa ragione è con certezza – e magari con semplicità – riconoscibile, che quello che accade ha – in escalation – una causa efficiente, un qualche responsabile, un colpevole.
Non è ammissibile – o comunque non è tollerabile per un tempo troppo prolungato – non riuscire a riconoscere quale parte sia meglio prendere, a quale schieramento aderire, a chi affidarci per sentirci parte di un qualcosa di più grande – fosse anche il principio della totale autodeterminazione del singolo.


Vogliamo poter dire live together die alone oppure every man for himself, vogliamo poterci dire uomini di scienza o uomini di fede, leader pastorali oppure cacciatori – in poche parole, vogliamo poter veder bene la linea di demarcazione tra le dicotomie che caratterizzano la nostra vita, e che sono state – almeno a giudizio di chi scrive, cfr. la vigilia della sesta stagione, una Passione di dieci anni fa – il leitmotiv di Lost.


- They come. They fight. They destroy. They corrupt. It always ends the same.
- It only ends once. Anything that happens before that is just progress

Lo scambio tra Jacob e suo fratello rappresenta perfettamente la madre di tutte le dicotomie: il tempo è ciclico o è lineare? Finisce sempre allo stesso modo oppure c’è un progresso, un cambiamento? Siamo vincolati a un destino di lotta, distruzione e corruzione, oppure siamo liberi di pensare una fine diversa, magari catalizzata da un fattore imprevisto, imponderabile?
Il virus è – materialmente e metaforicamente – l’imponderabile, il caso che non si può governare, la mutazione non prevista dal sistema, e che lo manda in crisi.
Il sistema in cui ci troviamo (o almeno, ci trovavamo fino a un mese fa) è basato sul presunto irrevocabile primato dell’economia capitalistica, che non ammette alternative e che quindi ritiene possibile solo un riproporsi dei suoi modi e dei suoi ritmi: da qui l’accento sulla ripartenza, sulla riapertura, sul riprendere il ciclo preesistente di lavoro-produzione-consumo. Non è pensabile niente al di fuori di questa ciclicità, e non è un caso che l’economia capitalistica sia quanto di più deterministico la mente umana abbia mai concepito. L’economia aziendale contemporanea – ormai ovunque adattata anche alla gestione della cosa pubblica – ha ammesso una certa dose di indeterminazione, ma sempre con l’obiettivo di quantificare i rischi, renderli prevedibili e mitigarli con mezzi statistici. Ma il virus è una pallina della roulette, non è un cavallo su cui puntare: il caso che rappresenta è totalmente libero, puro e irriducibile.
Non è neppure questione di ottimismo o pessimismo nei confronti del genere umano: si potrebbe pensare che il determinismo sia pessimista, che consideri l’essere umano e la società inevitabilmente votati all’annientamento, e che quindi richieda controllo sociale, diretto o indiretto, statale o contrattuale, da Hobbes, passando per Locke, a Bentham (udite udite) – ma si può sostenere altrettanto a ragione che il determinismo sia ottimista, che una mano invisibile conduca l’umanità al benessere della maggior parte delle persone, in modo efficiente, basta non limitarne la libera iniziativa, la libera circolazione, il libero scambio.


Non è determinista solo il liberismo, specie nella sua accezione contemporanea di realismo capitalista: lo è (stato) anche il socialismo, più o meno reale – con una sfumatura più ottimista – ma lo sono stati anche i fascismi – con una sfumatura più pessimista.
Il dibattito che imperversa in Italia, al netto degli interventi ripugnanti di chi cerca solo un po’ di visibilità per non cadere nell’oblio, è tra due determinismi: uno più controllante e uno più libertario, ma pur sempre due determinismi. C’è chi si appella al primato del politico e chi a quello del tecnicismo scientifico, ma sono – anche qui – due determinismi che si illudono di poter prevedere gli sviluppi della situazione, e che attribuiscono all’uno o all’altro dei propri appigli la possibilità di far tornare sui binari della normalità la vita individuale e comunitaria.
Ma il virus è una pallina della roulette: non puoi prevedere se e quando uscirà il numero su cui hai puntato, nemmeno la dozzina, nemmeno il colore. Lo stillicidio dei dati sulla pandemia ci dimostra ogni giorno di più (ma ieri in modo particolarmente frustrante) che non esiste un modello previsionale adeguato, sulla base del quale acconsentire a riaperture anche solo parziali o a riprese di attività, caldeggiate da chi non ha altro paradigma interpretativo della realtà che non sia quello economico.
Jacob sceglie Jack, il Fumo Nero sceglie Locke, ognuno per far valere la propria idea. Ma la vera variabile impazzita è Desmond, non a caso campione di distanziamento sociale: inserire questo fattore casuale nel quadro d’insieme scompagina completamente la disputa.


E infine, il passaggio di testimone da Jack a Hurley rappresenta una modifica sostanziale del modo di gestire le cose. The new man in charge rappresenta il vero superamento del determinismo, nell’accogliere – a malincuore, controvoglia, contro qualsiasi previsione – una missione che il senso comune ritiene impossibile. Hugo è lo hobbit che porta a compimento l’impresa che nessun grande uomo è in grado di realizzare, la follia che acceca l’occhio del nemico, il fattore che cambia davvero il paradigma, che genera il nuovo che non era stato ancora immaginato.
È uno Hurley che stiamo aspettando: lo sapremmo riconoscere?

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