sabato 6 febbraio 2010

Pensiero laterale

Lo scopo di questo blog, fin dall'inizio, è stato quello di esplorare le possibilità di interpretazione di Lost, alternandoci - nei post e nei commenti - con il fine di capire quale strada, nel borgesiano giardino dei sentieri che si biforcano dipinto dagli Autori, sarebbe stata imboccata, e con quale destinazione. Orbene, gli stessi Autori - da noi amichevolmente chiamati il Gatto e la Volpe - paiono averci preso in parola, esplorando letteralmente le possibilità alternative della narrazione, a partire dalla biforcazione-Jughead. E rieccoci a parlare di Lost, a cercare di capire insieme, stringendoci attorno ad un simbolico fuoco da campo: avrete già notato una maggiore diversificazione degli autori dei post più recenti. Questa è l'idea da oggi in avanti: un blog sempre più cooperativo, per dare insieme un senso alle prime parole di Jack nel pilot: Hey you, just give me a hand! You, come on! Come over here, give me a hand!
Stay Lost!

lunedì 1 febbraio 2010

What happened, happened. What hadn't yet will change everything.

Voi non dovreste essere qui, - lo dice Daniel a Jack, - mia madre si è sbagliata.
Lo dice, perché Jack, Kate, Hugo e Sayid non erano lì quando happened what happened.
La Hawking tuttavia l’aveva preannunciato: senza ricostruire le circostanze del volo Oceanic 815, senza tutti quelli che hanno lasciato l’isola, le conseguenze del tentativo di ritorno sull’isola sarebbero state imprevedibili. Ed ecco che i passeggeri dell’Ajira si dividono in due: parte di loro precipitano soltanto sull’isola, parte finiscono nel 1977. D’altronde Eloise, che ha vissuto “tutti i tempi” dell’isola, lei che ha conosciuto “emissari del futuro” e ha appreso notizie centrali per conoscere in anticipo eventi cruciali, persino lei dice a Penelope Widmore che per la prima volta nella sua vita non sa cosa sta per accadere.

Dunque, secondo quanto dice Daniel: Jack & co. non dovrebbero essere lì, perché lì non erano stati, in quel passato. A evidenziarlo, le osservazioni empiriche di Sawyer, che più volte fa notare come tutto andasse liscio e tranquillo prima che arrivassero quei quattro “intrusi”, e come lui avesse la sua vita, a cui si era affezionato. La stabilità e l’autorità di Juliet e James all’interno di Dharmaville progressivamente vacilla a partire dal momento in cui arrivano i quattro.
I left behind, loro erano “già stati” nel ’77 vissuto dai membri della Dharma, da Eloise, da Richard, da Ben: il loro “percorso” prevedeva quel ripiegamento all’indietro, quel “nodo temporale”, per poi, chissà come, forse tornare al “loro tempo”, o forse restare per sempre nel passato, salire sul sottomarino al momento dell’evacuazione, e chissà.

[Ci sono diversi punti in cui è riscontrabile come il futuro, che gli spettatori hanno già visto e i left behind hanno già vissuto, dipenda proprio dal passato di cui hanno già fatto parte Sawyer & co. Ecco alcuni esempi: Jin dissuade Danielle dall’entrare nella buca sotto il tempio – per questo lei è la sola che si salva, così com’è sempre andata e come lei ha raccontato; Charlotte racconta a Daniel di quando lui la implorava – lei piccola – di non tornare mai più sull’isola, quindi è un ricordo che già le appartiene perché già accaduto (Daniel, quando la ascolta, non sa di cosa parla, perché non l’ha ancora fatto nel suo tempo biologico, ma poi lo farà). Ethan non sarebbe mai nato senza l’aiuto di Juliet, e anzi Amy sarebbe addirittura morta sparata dagli uomini di Alpert senza l’intervento di Sawyer e Juliet.]


Fra i left behind c’è anche Daniel Faraday, che già dopo i primi skip nota il sangue dal naso di Charlotte. Capisce cosa sta accadendo, conscio dei pericoli causati dagli spostamenti nello spaziotempo, e farebbe qualunque cosa per salvare Charlotte. A questo punto, ha un’idea, corre a sfogliare il suo diario e trova qualcosa, tanto che dice: “Please, please, let this work”, per poi bussare alla porta di Desmond. Cosa deve funzionare? Che si tratti delle formule che, cercando di superare la convinzione dell’immodificabilità della linea temporale (le costanti), lo hanno portato alla scoperta delle variabili?

Tant’è che Daniel, sfogliato il diario, decide di provare a cambiare qualcosa. E allora si fa coraggio, e prova a bussare alla porta dello hatch di Desmond: da questo momento, cambierà non qualcosa, ma tutto. Da qui, si innescherà il meccanismo per cui sia Desmond che Locke (a cui lo stesso Daniel dirà di Eloise) una volta off-island cercheranno la Hawking e la indurranno ad aiutare Ben (e Locke) nell’intento di far tornare gli O6 sull’isola. Da qui, si ritroveranno Jack, Sayid, Kate e Hugo in un tempo a cui non erano appartenuti. Da qui, inizierà il processo di corruzione dell’equilibrio di quel nodo temporale 1977-2007, di per sé perfettamente bilanciato e conchiuso in un rapporto di causalità reciproca. Da qui, inizieranno dei cambiamenti imprevedibili, quelli che la stessa Hawking non sa predire.

C’è un primo momento in cui le “variabili impazzite” – i quattro intrusi – rischiano di cambiare una grossa fetta di futuro: quando Ben viene sparato da Sayid. Tuttavia, se vogliamo per course-correction, il bambino viene salvato dall’altra intrusa Kate, che lo porta a Richard, che a sua volta lo porta nel tempio. Ben sopravvive, dunque per lo meno la logica è salva (la timeline…chissà).
Quando Daniel torna da Ann Arbor, dopo altri tre anni di ricerche, è ormai convinto che le accanto alle costanti vadano considerate le variabili (spiegando a Jack di essersi finalmente concentrato sulle variabili), e che la linea temporale non è immodificabile, al contrario le variabili permettono di ribilanciare le equazioni: l’incognita, non è altro che il libero arbitrio degli individui.

Per questo, Daniel decide subito di servirsi della bomba a idrogeno per annullare gli effetti dell’incidente. Caso vuole che, perché il piano di Daniel sia compiuto, occorre proprio l’aiuto di quelle incognite che sono gli “intrusi del tempo”, e in generale persone che, con le loro scelte, di ragione (Kate) o di fede (Jack), possono cambiare il passato e il futuro, cambiare insomma la storia (una storia in cui, probabilmente, il tentativo di Daniel è semplicemente fallito con la sua morte). La variabile è il libero arbitrio, l’irrazionalità, l’emozionalità: anche James e Juliet possono cambiare la storia – Juliet, causa sentimenti, cambierà di continuo idea e James, causa sentimenti, la seguirà in tutte le sue oscillazioni. Così, destinati a lasciare l’isola sul sottomarino, finiranno invece per ostacolare e infine per aiutare Jack, perché anche l’amore è una variabile che influenza le scelte dei singoli. Non è un caso che sia la presenza di Kate (una dei quattro “intrusi”) a influenzare i ripensamenti di Juliet, e che sarà proprio Juliet, dalle cui scelte e dai cui sentimenti è dipeso l’intero andamento degli eventi conclusivi che abbiamo visto, a colpire la bomba. A farla esplodere. E a cambiare il futuro.

Domani vedremo se è così.

sabato 17 ottobre 2009

Zeitgeist

Uno dei motivi per i quali Lost affascina tanto in profondità coloro che riescono ad andare al di là dell'apparente astrusità della trama, è il suo essere uno dei rappresentanti più maturi, se non il più completo, di quello che potremmo chiamare lo spirito dei tempi delle narrazioni contemporanee. Dando uno sguardo a film e telefilm che oggi occupano la ribalta mediatica statunitense e - per estensione imperialistica - di tutto il mondo occidentale, è facile cogliere un tema dominante nelle trame, almeno di quei prodotti che per comodità chiamiamo fantastici o fantascientifici, ma che di fatto contengono le riflessioni più ricche e sfidanti sull'oggi, dal punto di vista etico, politico, filosofico. Parliamo del tema banalmente detto destino vs. libero arbitrio, ossia quello che riguarda la dialettica tra libertà e necessità, tra la possibilità di costruire il proprio futuro e l'ineluttabilità di un destino già scritto. In Lost è diventato, nelle ultime due stagioni, il leitmotiv principale - che in The Incident è culminato nel confronto tra Jacob e il suo antagonista nerovestito e nel cliffhanger sull'esplosione della bomba - ma era, abbiamo visto, presente in nuce fin dal pilot. Ma, lasciando l'Isola, è qualcosa di più di una coincidenza l'uscita simultanea di un Terminator: Salvation e di uno Star Trek made in Abrams che parlano sostanzialmente della stessa cosa, così come non è un caso che al Life on Mars inglese seguano remake in USA, in Spagna e prossimamente in Italia. Non è solo legato al successo di Lost l'interesse destato da Flashforward, il suo erede designato, che affronta programmaticamente ed esclusivamente questo tema, mentre è legato solo alla totale atipicità del prodotto l'insuccesso dell'eccezionale Kings, che vede - coerentemente con la sua ispirazione biblica - una lotta costante tra l'uomo e Dio proprio in merito al realizzarsi delle profezie. Infine - ma gli esempi potrebbero andare avanti a lungo - sta forse nell'aver colto questo spirito dei tempi il relativo successo di un Defying Gravity, che per altri versi è più 'leggerino' e meno epocale, almeno rispetto ad un pilot di Virtuality, che è grande televisione, ma fuori tempo massimo come tema, e dunque un fallimento prima ancora di essere messo in onda.
Perché Virtuality è fuori tempo massimo, mentre Defying Gravity no, quando sembrano parlare della stessa cosa? Perché il nuovo prodotto di Ron D. Moore ha scelto come tema principale quello che era lo spirito dei tempi alla fine del XX secolo, cioè la fallacia della realtà che percepiamo. Negli ultimi anni 90 tanti prodotti cinematografici e televisivi hanno rappresentato questo zeitgeist: il culmine è senz'altro Matrix, quasi gnostico nella sua sfiducia nei confronti della realtà percepita, ma possono essere tranquillamente citati - tutti usciti nel giro di pochi anni - The Truman Show di Peter Weir, Dark City di Alex Proyas, Abre los ojos di Alejandro Amenàbar, Harsh Realm di Chris Carter... tutti fondati sulla scoperta, da parte dei protagonisti e/o degli spettatori, del fatto che la realtà che percepiscono non è quella vera. Orbene, Virtuality poteva essere il Lost di fine millennio, se solo fosse uscito dieci anni prima.
Qual è stato il momento di passaggio tra questi due temi portanti? Quale l'opera che meglio rappresenta la fine dell'uno e l'inizio dell'altro? Azzardiamo un titolo, per un motivo che sarà chiaro guardando le date e le circostanze per cui è divenuto un cult movie: Donnie Darko. Oltre ad essere un chiaro ispiratore di Lost fino al livello delle scelte registiche, il film di Richard Kelly contiene entrambi i leitmotiv: la realtà che il protagonista percepisce è dubbia, come minimo, e il loop in cui si ritrova (o che crea, secondo alcune letture della trama) è una manifestazione del contrapporsi di libertà e necessità, di caso e finalismo. Ma soprattutto, Donnie Darko è del 2001: il cominciare con un aereo che distrugge una casa non lo ha favorito, nei confronti di un pubblico colpito dalle immagini del 9/11, ed è circolato quasi di soppiatto per alcuni anni, riemergendo grazie al passaparola per assurgere allo status - meritato - di film di culto. L'11 settembre è forse la chiave: la paura, il senso di insicurezza, il desiderio di tornare indietro ed evitare quello che è accaduto (si legga in proposito Stanlio e Ollio, terror detectives di Valerio Evangelisti), lo struggersi per una seconda possibilità, la volontà di trovare un senso in eventi che paiono non averne affatto, tutto ciò ha segnato il mondo occidentale a partire da quella data, e forse è penetrato nelle trame di film e telefilm come ciò che più si accorda con la sensibilità del pubblico odierno. Con lo spirito dei tempi, appunto.

martedì 23 giugno 2009

Das Glasperlenspiel

Ce n'è voluto di tempo, per metabolizzare il pesce alla piastra all'ombra della statua... Fuor di metafora, la scena iniziale del finale di stagione di Lost, The Incident, ha aperto scenari che - sebbene preannunciati e intravisti da tempo - lasciano sconcertati gli spettatori, ora più che mai ansiosi di capire la piega che gli eventi - nel passato e nel presente - prenderanno nella sesta e ultima frazione di una narrazione, che ha raggiunto vette alle quali mai si sarebbe detto una serie televisiva avrebbe potuto puntare. Eppure eccoci qui (here we go again) a disquisire della natura dell'Isola, del senso che potrebbe avere la presenza dei Losties su di essa, e del ruolo (metafisico? fantascientifico? soprannaturale?) che hanno quei due individui - Jacob e il suo antagonista nerovestito - che parrebbero rappresentare i due players di cui già nel pilot parlava Locke, quello vero: one is light, one is dark.

Una soluzione che potrebbe coniugare almeno le due opzioni metafisica e fantascientifica (lasciando fuori il soprannaturale, che risulterebbe un deus ex machina troppo indigesto) è lo scenario che vogliamo chiamare - ipotesi di lavoro - postumano. Lo status postumano ha diverse possibili definizioni, nella letteratura contemporanea: delle tante, ne scegliamo due.

E' postumano ciò che trascende l'umano, a seguito della singolarità tecnologica. La singolarità tecnologica - a sua volta in una tra le definizioni più gettonate - è quel momento della storia umana, nel quale il tasso di sviluppo tecnologico diventa infinito, ossia quell'istante in cui la tangente alla curva dello sviluppo diventa verticale: da lì in avanti, il tempo non viene più misurato nel modo in cui siamo abituati e l'umanità diventa qualcosa di diverso. Pura informazione disincarnata, direbbe Greg Egan - ma è qualcosa che non possiamo nemmeno immaginare, legati come siamo alle nostre categorie classiche: gli autori di fantascienza ne parlano, appunto, in termini informatici, ma solo in mancanza di trascendenti davvero nuovi. Se Jacob e il suo antagonista fossero postumani in questo senso, lo scenario informatico potrebbe ritornare alla ribalta, con il virtuale che diventa - di fatto - il reale della nuova umanità, e con il tempo che perde il suo significato consueto, per essere piegato alle esigenze della disputa che è in corso - e che potrebbe benissimo essere cominciata nel lontano futuro.

Oppure postumano è ciò che diventa l'umano dopo tutte le possibili permutazioni delle sue variabili esistenziali, qualcosa di completamente, definitivamente umano, che si realizza grazie a condizioni spazio-temporali particolari (le proprietà fisiche dell'Isola?). Qualcosa che è descrivibile ancora attraverso le categorie umane, ma solo dopo un tempo, che linearmente può essere visto come infinito, eppure che - avvolgendosi su sé stesso - è contemplabile dall'esterno nella sua interezza. Se Jacob e il suo antagonista sono postumani in quest'altro senso, assomigliano a due giocatori, non già di scacchi - come la somiglianza della scena sulla spiaggia con Il Settimo Sigillo potrebbe lasciar intendere - non già di backgammon - come invece potrebbe evincersi dalla già citata scena tra Locke e Walt - ma del Gioco delle Perle di Vetro di cui parla Hermann Hesse nel romanzo omonimo. Si tratta di un romanzo ambientato in un futuro non meglio precisato, in cui almeno una parte dell'umanità, quella che si raccoglie tra le mura di Castalia, ha raggiunto un grado di sviluppo intellettuale tale da potersi dedicare quasi esclusivamente al gioco che dà il titolo all'opera, una misteriosa pratica combinatoria di tutte le arti e le scienze umane, che esplora tutti i possibili nessi fra i concetti immaginabili dall'uomo, per attingere - questo parrebbe lo scopo del gioco - ad una sintesi superiore e dunque a una conoscenza più completa. Comprendere l'uomo, diventare più compiutamente uomini, attraverso l'iterazione di un gioco sempre più complesso, in un tempo fuori dal tempo: è forse quello che stanno facendo Jacob e la sua nemesi?
Ci piace credere che anche il nostro sia un gioco delle perle di vetro, un piacere intellettuale che esplora però dimensioni profonde della condizione umana; sicuramente lo è quello degli autori di Lost, che connettono le idee, le suggestioni, i contenuti più varii, combinando e scombinando, permutando e riordinando le perle di vetro che poi ci lanciano alla rinfusa.
Ma il tempo sta arrivando, they're coming!

Un modo meno evidente di autodeterminazione del futuro

Nel sistema spaziotemporale in cui la variabile [tempo] ha una natura diversa da quella classica, ovvero linearizzata e progressiva, che siamo abituati a concepire intuitivamente (anzi per eredità filogenetica), in un sistema del genere dunque di nuovo non c’è solo un'interazione crono-causale che prescinde tale principio di linearità – per il quale la causa deve precedere l’effetto – e che in tal modo consente che il futuro contribuisca (in modo effettivamente materiale, corporeo, inviando propri “componenti” indietro nel tempo) a determinare il passato, affinché poi la catena di eventi che ne seguiranno porti a quello stesso futuro; in più c’è anche un’interazione causale inversa di tipo non material-esperienziale, ma psichico-paranormale: il futuro si preannuncia sottoforma di visione, e proprio quella visione permette la realizzazione futura del suo stesso contenuto, che se non si fosse preannunciato non avrebbe potuto poi esistere.
Mentre il primo caso è piuttosto frequente in Lost, e si esplicita senza timori nel momento in cui si assiste a veri e propri skip di viaggiatori temporali nel passato, il secondo caso è meno lampante. In mezzo alle diverse visioni avute da Desmond dopo l’implosione della stazione Swan, che funzionano tutte in modo simile – ovvero Des vede il futuro e, nel caso della morte di Charlie, decide di contrastarlo e provare a cambiarlo – ce n’è una che segue uno schema diverso: la visione confusa che preannuncia a Desmond la catena di eventi che porterà a trovare Naomi appena paracadutata è un presupposto indispensabile alla stessa realizzazione di quegli eventi, compresa la quasi-morte di Charlie (Des anche stavolta non lo lascia morire però lo porta comunque nel punto di morte, affinché si realizzi ugualmente la visione). Senza quella visione, Desmond non avrebbe mai pensato di organizzare quel finto pic-nic e non avrebbe mai saputo cosa fare una volta sulla spiaggia, e quale via seguire nella foresta. Dunque è il futuro che, proprio preannunciandosi, può generare se stesso, attraverso una forma immateriale di interazione causale reciproca con il passato.
Ma questo stesso meccanismo in realtà si era già manifestato in precedenza, quando il veggente Malkin ha visto il futuro di Claire: Malkin, avendo una visione anticipata delle sorti di Claire (probabilmente ha visto Aaron nelle mani di Kate off-island), sapeva che l’unico modo per tenere uniti Aaron e Claire fosse l’isola, e per questo l’ha spinta sull’815 con una scusa, e così anche in questo caso il futuro si è preannunciato nuovamente per autodeterminarsi. Ironia della sorte però, l’isola in tal caso non basterà a tenere uniti Claire e suo figlio. La questione qui è controversa, perchè bisognerebbe chiedersi cosa abbia visto Malkin esattamente, visto che anche sull'isola Aaron correrà non pochi pericoli. Senza però voler indagare le dinamiche narrative, è sicuramente anche questo un caso di interazione immateriale fra futuro e passato.

venerdì 8 maggio 2009

Only fools are enslaved by time and space

E ad un certo punto, tutto mi è parso più chiaro.

Alla fine oramai della fifth season, la frase che per me ha rappresentato un tormentone, ha preso finalmente la sua giusta collocazione, il suo colore appropriato divenendo meno eterea.

“Only fools are enslaved by time and space”; un leitmotiv che mi ha accompagnato costantemente con le mille sfumature che di volta in volta lo show mostrava all’impavido telespettatore.

Oggi finalmente il mio plauso va agli autori che, sebbene siano inevitabilmente incorsi in qualche peccato di presunzione scivolando su alcuni paradossi, sono riusciti comunque a giocare con lo spazio-tempo in maniera tuttavia originale.

Un po’ perchè la storia si dipana mostrandosi mediante due piani temporali in movimento parallelo, ma soprattutto perchè coordinate spazio-temporali contenenti eventi e personaggi si incontrano e si scontrano, svilendo miseramente la percezione lineare del tempo che la nostra condizione ci offre.

E’ così che il mio presente si imbatte nel tuo passato condizionandolo e risolvendolo, creando in te un ricordo di me in anni, ragionando in termini consequenziali, nei quali probabilmente non sarei manco dovuto essere nato; ma affichè tutto ciò accada bisognerà attendere che io nasca e che ad un certo punto del mio “tempo lineare”, coordinate spazio-temporali apparentemente lontane (se seguissimo una time-line) si fondano. Un geniale rincorrersi nella trama del tempo, un grosso cane che si morde la coda, un immenso cerchio.

Badiamo bene però, non si tratta assolutamente di creare ponti di interazione tra due epoche inscritte su di una linea, nonostante gli inganni proposti dalla nostre percezioni; si tratta piuttosto di ammettere che il melting-pot quadrimensionale di Minkowski funziona e senza tenere per nulla conto di quale anno convenzionale sia per noi.

In un contesto simile, parole come time-line, allineamenti temporali, date ed ore perdono completamente significato ed hanno il solo scopo di dare un ordine alle cose secondo le nostre convenzioni ; con ciò non voglio dire che vadano snobbate, non fosse solo perchè ci semplificano i ragionamenti, ma è necessario che si utilizzino queste grandezze con la consapevolezza del fatto che non corrispondano ad una realtà oggettiva o quantomeno alla realtà che muove e ordina i corpi nell’universo.

La stessa sapiente consapevolezza che gli autori hanno fin qui utilizzato creando loop temporali, non solo in termini di probabile reiterazione degli eventi, ma soprattutto in relazione ad eventi “futuri” che condizionano quelli “passati” e viceversa, estremizzando il concetto, fino a condurre John Locke ad agire per “conto terzi” su se stesso.

L’immaginaria linea del tempo viene scomposta in elementi sempre più piccoli, infinitesimali e gli stessi elementi si mescolano tra loro creando situazioni paradossali ma teoricamente possibili secondo i rudimenti di fisica relativistica.

Un invito quindi, ad aprire la mente verso un nuovo concetto di tempo più vicino alla realtà. E’ questo, che a mio parere, rende ancora più unico questo show movie, il tentativo di rendere fruibili concetti e tesi di “nicchia” accessibili di solito ai soli addetti ai lavori, la volontà di divulgare ed in qualche modo di far cultura su argomenti assolutamente ignoti ai più; e tutto ciò partendo da una affermazione che ha il sapore di un monito: “Only fools are enslaved by time and space”.

venerdì 1 maggio 2009

É parte do plano, meu amigo, é tudo parte do plano

All'indomani del finale di Through the looking glass, quando in molti cercavano ovunque flashforward nascosti nelle stagioni precedenti, qualcuno di noi azzardò che la scena conclusiva di Live together die alone, quella con i portoghesi che chiamano Penelope Widmore per annunciare I think we found it, potesse essere il primo, vero ff a cui avessimo inconsapevolmente assistito. La cosa fu ipotizzata senza tema di smentite, attesa l'imperscrutabilità di quel finale, ancor oggi avvolto nel mistero più fitto. L'anno dopo, notata la simmetria tra i finali della terza e della quarta stagione (con There's no place like home che riprendeva il medesimo flashforward, per completarlo e inquadrarlo nel contesto dell'esperienza off-island degli O6), qualcun altro rincarò la dose scommettendo che il finale della quinta stagione, che non dista - per chi scrive oggi - più di tre settimane, avrebbe ripreso, per analoga simmetria, la scena dei portoghesi, per contestualizzare questo flash (back? forward?) finalmente nella cornice di quanto avremmo appreso nel frattempo. Ci si spingeva addirittura a lanciare l'ipotesi che anche il finale della sesta e ultima stagione si sarebbe attenuto a questa modalità simmetrica, riprendendo il flashback finale di Exodus. Ovviamente qui cascava l'asino, in quanto le scene finali della prima stagione - a parte la botola e la zattera - riguardano l'imbarco dei passeggeri sul volo Oceanic 815 - qualcosa che non ha bisogno di inquadramenti e contestualizzazioni, qualcosa su cui pensiamo di sapere tutto, o quasi. Fino a ieri.
The variable è un episodio decisivo non tanto per le agnizioni più o meno previste tra Daniel Faraday, Eloise Hawking e Charles Widmore, non solo per aver chiarito qualche scena che attendeva collocazione (Daniel nel cantiere dell'Orchidea, oppure in lacrime davanti al notiziario del ritrovamento del finto relitto dell'815), quanto e soprattutto per lo scambio di battute tra Faraday stesso e Jack, in cui viene ipotizzato cosa succederebbe se la Stazione Cigno non venisse mai costruita, cosa che Faraday vorrebbe riuscire ad ottenere quello stesso pomeriggio: If I can, then that hatch will never be built, and your plane... your plane will land, just like it's supposed to, in Los Angeles.
La frase assume i contorni della rivelazione mitologica, se solo pensiamo a quello che sta per avvenire, qualcosa che ha sempre di più l'aspetto di una guerra tra le forze del destino e del libero arbitrio - da qualcuno di noi, ça va sans dire, intravista già un anno fa. Poco importa che il dubbio programma di Faraday venga impietosamente interrotto, come è sempre stato, da sua madre: la battaglia sta per iniziare e si svolgerà su più piani temporali, almeno i due (thirty years earlier/after) sui quali ci siamo abituati a seguire le vicende di questa stagione. Due piani che siamo sempre più convinti dovranno comunicare direttamente fra loro, come nel filmato del Dottor Pierre Chang (o come nel racconto Il mercante e il portale dell'alchimista, premio Nebula e Hugo 2008, pubblicato su Robot n. 55, il cui autore porta un nome che pare conferma indiretta della teoria, Ted Chiang). 
Un ruolo importante - probabilmente il vero ruolo di variabile, checché ne pensi il povero Daniel - lo giocherà Desmond, a cambiare qualcosa tra il 1977 e il 2007, che renda incerte le sorti della disputa. E che renda le scene dell'imbarco dei nostri sul volo Oceanic 815 un finale aperto per l'intera serie. Qui vogliamo arrivare: gli autori sostengono da sempre (lo hanno fatto anche in un recente podcast) che sanno già quale sarà la scena finale di Lost, sebbene non abbiano già sceneggiato l'episodio finale. Ora, se a questo aggiungiamo la nozione - risaputa - che il titolo originale della serie doveva essere The Circle, e se diamo per scontato che una scena finale coincidente con l'apertura dell'occhio di Jack sarebbe troppo banale, ci resta un'ipotesi quantomai lineare: l'ultima scena di Lost sarà quella dell'imbarco dei passeggeri del volo Oceanic 815, ma con lo spettatore che non sa se siano destinati a schiantarsi sull'Isola o ad atterrare serenamente a Los Angeles. Tutto ciò, in virtù degli avvenimenti della sesta stagione, che opereranno presumibilmente cambiamenti nel passato, ma senza che vi sia la certezza della vittoria dell'una o dell'altra parte - incertezza che si ripercuote logicamente sul destino del volo 815.
Perché affrettarsi a postare questa teoria, in luogo di un'analisi dell'episodio? Perché cedere ancora alla tentazione della speculazione estrema? Non è per poter dire, poi, c'eravamo arrivati prima noi! Non è per evitare plagi, attribuendo una data certa alle proprie idee. E' perché queste idee, che raramente sono esclusivamente personali e più spesso comunitarie, nella loro ricchezza e profondità, nel brivido che danno a enunciarle e discuterle e commentarle, quale che si riveli la loro fondatezza, possano non andare del tutto perdute nel tempo, come lacrime nella pioggia.

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