venerdì 19 giugno 2026

Breaking the Chain

All’indomani del season finale di Widow’s Bay non possiamo esimerci dal parlarne qui sulla Lavagna, perché quella che era una sensazione superficiale di somiglianza con Lost, è diventata una certezza – e a un livello più profondo. Se a questo aggiungiamo che si tratta di una serie compiutamente folk horror, l’entusiasmo lo riteniamo ampiamente giustificato.

Ovviamente SPOILER su tutta la prima stagione

Meglio di chi scrive, qualcuno (peraltro in un podcast – e la tentazione di resuscitare Lostbooks per l’occasione è forte) ha osservato come molto horror efficace contemporaneo sia scritto da autori con un passato comico (Jordan Peele e Curry Barker ne sono gli esempi lampanti). La cosa è spiegabile con la capacità di gestire il timing, addestrata sui tempi comici e resa funzionale ai tempi orrifici: è la capacità di operare uno scarto tra le aspettative dello spettatore e l’effetto della battuta, un incanto (per certi versi analogo al prestigio dell’illusionista) che assume le forme – alternativamente e nei casi migliori complementarmente – della risata e dello spavento. L’autrice di Widow’s Bay, Katie Dippold, arriva proprio dalla comedy, in particolare da Parks & Recreation – e la mano si vede.

Altra serie comedy di cui ci sono echi nel season finale di Widow’s Bay è The Good Place – che peraltro deve molto a Lost (ricordate l’opening della puntata s03e09 che è un omaggio esplicito alle aperture di Desmond e Juliet?). In particolare, quando viene evocato il problema del tram nella conversazione tra Tom e Ruth, viene subito alla mente l’episodio s02e05 (The Trolley Problem, appunto), che illustra molto bene il dilemma che il sindaco di Widow’s Bay si sta trovando ad affrontare.

Ma la continuità con Lost è esplicita. Per questo finale di stagione, il recap di Vulture non esita a citare il diretto parallelo tra i video di orientamento che Dale trova nel rifugio e i video della Dharma Initiative, con la loro estetica raggelante. Il parallelismo non è meramente estetico, però.

Lost ha avuto il dilemma ‘destino vs libero arbitrio’ come tema centrale di più stagioni – se non di tutta la serie, col senno di poi. E questa ‘domanda di senso’ viene ripresa da Widow's Bay, mettendola in bocca alla segretaria novantenne del sindaco, Ruth (una straordinaria K Callan), nel momento più esplicito del finale: quando Tom le chiede di risolvere il trolley problem – il dilemma per eccellenza sulla scelta, sulla morte, e su chi ha il diritto di decidere.

Non a caso è stato un post entusiastico di Damon Lindelof a farci decidere di seguire Widow’s Bay

La risposta di Ruth è che non si sceglie. "Non puoi controllare le cose cattive che accadono, Tom. Ma se tiro questa leva, sto scegliendo di uccidere quella persona, e non potrei mai farlo." Ruth accetta il fuoco — il male inevitabile — come dato del mondo, mentre Tom, il sindaco moderno e razionale, cerca di spegnerlo.

La citazione da Tennessee Williams messa a punto-croce Ruth l’ha trovata in questo libro
Interessante segnalare che nel 2023 la veridicità delle interviste ivi raccolte è stata messa seriamente in dubbio

Widow's Bay applica il dilemma del tram a una questione di sacrifici umani: l'isola richiede effettivamente sangue, non è una metafora. Un uomo muore (Hanno ammazzato Kenny! Brutti bastardi!), la tempesta si ferma, e il dato rimane incontrovertibile — l'isola è un personaggio (come in Lost), non una metafora.

E se parliamo di sacrifici umani, strani riti e isolamento, non può che venire in mente Adam Scovell e la sua folk horror chain.

Folk Horror: Hours Dreadful and Things Strange

Qui

Se il framework di Adam Scovell per la lettura di questo (sotto-? meta-?)genere è costituito da quattro anelli — paesaggio, isolamento, sistemi di credenze distorti, e il momento rituale finale (happening/summoning) — Widow's Bay li realizza progressivamente nel corso della stagione, ma è nell'episodio 4 che il folk horror si fa palese, che il paesaggio e l'isola cessano di essere sfondo per diventare pienamente agenti.

L'episodio, interpretato straordinariamente da Kate O'Flynn nel ruolo di Patricia, l'assistente eccentrica e disadattata del sindaco, segna il momento in cui la serie abbandona definitivamente la maschera della dark comedy per rivelarsi come narrazione di infestazione rituale. Patricia scopre un libro di auto-aiuto che si rivela essere un grimorio, una manifestazione diretta della volontà dell'isola. Mentre Patricia si ossessiona nel pianificare una festa per guadagnarsi l'accettazione sociale dalle sue coetanee, l'isola – attraverso il libro – la possiede progressivamente. La festa stessa diventa lo spazio del rituale: gli ospiti entrano in trance, camminano verso l’acqua, mentre sulla spiaggia arde un'effigie fiammeggiante (richiamo esplicito a The Wicker Man).

Quando Patricia si guarda allo specchio, scopre di indossare non una tiara ma una corona di corna, denti e pelliccia di roditori – il momento in cui il personaggio comico e vulnerabile che era, diventa il canale dell'isola stessa. È un episodio folgorante perché O'Flynn tiene insieme, con tempi perfetti, la dimensione comica della disperazione sociale di Patricia e la dimensione orrorifica dell'infestazione, fino a renderle indistinguibili.

E quindi, ecco i quattro anelli della folk horror chain:

Il paesaggio: l'isola, l’Isola che non è sfondo, ma agente – L'isolamento: il confinamento dei personaggi in uno spazio inospitale, tagliato fuori dal resto del mondo, non soltanto in senso fisico ma metafisico – I sistemi di credenze distorte: un conflitto permanente tra la razionalità e il lore della comunità, stratificatosi nei secoli – Lo happening/summoning: la tempesta, il sacrificio di Kenny (in una botola, sì), otto rintocchi nel finale che significano otto anime ancora dovute, un patto che è stato rinnovato.

Lost ci ha insegnato che l'isola è un personaggio, che il mistero può strutturare una narrazione, che la razionalità ha dei limiti di fronte alle forze che governa. Widow's Bay accetta questa lezione e la radicalizza: non il mistero, ma il rito funzionante; non l'enigma irrisolto, ma il patto che continua a esigere il suo dovuto.

La domanda che rimane è quella che Ruth pone a Tom, citando Tennessee Williams: "Viviamo in un edificio eternamente in fiamme, e quello che dobbiamo salvarvi, sempre, è l'amore". Ma se il fuoco è l'isola stessa, se il fuoco è metafisico e non materiale, come facciamo a salvare l'amore senza salvare il sangue (del proprio sangue) che l'isola continua a reclamare?

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