giovedì 30 aprile 2026

Performative Me

Viene un momento, in un film, in una serie, in un romanzo, forse anche in un’opera musicale, in cui si fanno i conti con l’identità dei personaggi e – per transfert voluto o inconsapevole – dell’autrice o dell’autore.

Non serve che l’opera sia contraddistinta da uno o più twist narrativi, anche se ci restano più impresse quelle in cui la rivelazione, finale o intermedia che sia, è spiazzante e ci spinge a una rilettura ‘a ragion veduta’.

Lost è stata una serie che ha usato il punto di vista parziale, il flashback rivelatore, il narratore inaffidabile come dispositivi sistematici per rendere la vicenda appassionante e coinvolgente – e tra l’altro ci è riuscita attraverso le immagini, che solo con molta perizia possono essere usate per ingannare la percezione del fruitore.

Make your own kind of music

Usciamo dalla lettura di due romanzi che dei punti di vista diversi fanno un uso simile, con risultati di valore letterario differente. Ninfee nere di Michel Bussi è un ottimo giallo, e per tutta la lettura ci siamo chiesti come mai non ne fosse ancora stato tratto un film (o una serie tv): arrivati alla fine, ce lo siamo ampiamente spiegato. Non si tratta di narratore inaffidabile, bensì proprio di struttura narrativa ingannevole (satis de hoc). Il romanzo postumo di Anna Toscano, Brava Giulia, è straordinario nella sua chirurgica umanità, ed è strutturato a punti di vista che, più che ingannevoli, sono reticenti verso il lettore: si respira un’aria quasi bergmaniana, ma alcuni non detti (o eventi riferiti in modo diverso perché percepiti in modo diverso) rendono questo testo – che non è un giallo, né vuole esserlo, ma ha diversi possibili livelli di lettura – difficilmente trasponibile sullo schermo. 

Punti di vista

La sorpresa è, tra le emozioni, quella che ha uno status particolare, perché può essere declinata in positivo e in negativo e in tutte le sfumature intermedie – quasi una meta-emozione che assume le sembianze di meraviglia, spavento, orrore, agnizione, delusione, e via discorrendo. La sorpresa è il risultato di uno scarto tra l’aspettativa e la percezione, e probabilmente la possono provare solo gli esseri umani, perché l’aspettativa è qualcosa che si sviluppa in soggetti dotati di coscienza. Per Julian Jaynes, il teorico della mente bicamerale, la coscienza introspettiva e meta-riflessiva esiste da poco più di tremila anni – tanto che i personaggi dell’Iliade potrebbero aver avuto una struttura di pensiero totalmente diversa dalla nostra (Achille provava ira funesta, ma non odio per i troiani, per dire).

Chi scrive ha scoperto Jaynes e la teoria della mente bicamerale leggendo Pillola rossa o Loggia Nera? di Paolo Riberi (in particolare a proposito di Westworld), testo su gnosticismo e cultura popolare, citato da Adriano Ercolani in un longform su Twin Peaks. Passando per una serie di coincidenze, ha poi trovato in libreria una nuova edizione Tlon di Le voci perdute degli dèi di Jaynes, in cui l’autore cita Ibsen:

Qual è il vero sé di ciascuno di noi? Esiste oppure è un nucleo vuoto, ammantato di strati performativi? L’identità è un costrutto o addirittura una serie di maschere?

Una figura che ci interroga ancora oggi sui temi dell’identità e della percezione di sé e del mondo è Carlos Castaneda (che, ulteriore coincidenza, viene citato da Andrea Colamedici sia nel suo recente Arcipelago delle realtà, sia nell’incipit della prefazione al libro di Jaynes).

Ci interroga perché la sua biografia è improntata al narratore inaffidabile, avendo lui fin da giovane mentito sistematicamente su origine, famiglia, età, formazione e soprattutto sugli eventi che lo hanno condotto a vendere milioni di copie dei suoi libri, a partire da quello A scuola dallo Stregone che introduce il personaggio di Don Juan, il primo dei suoi maestri. Già dal 1976 questo artificio è stato messo in luce da alcuni critici, ma ciò non ha impedito a Castaneda di assurgere, per generazioni di lettori, a veicolo di una sapienza solida, coerente e soprattutto nuova, rispetto alle tradizioni consolidate. Il suo è stato un vero e proprio gioco di prestigio, che gli è valso il titolo di American Trickster nella recentissima biografia di Ru Marshall.

Ci interroga perché gli sviluppi della sua vita – favoriti dal successo editoriale – lo hanno condotto, dall’essere un maître à penser alternativo, a diventare il guru onnipotente di un entourage di seguaci che le cronache non esitano a definire ‘setta’. Tanto che alla sua scomparsa, nel 1998, più di una delle sue ‘streghe’ (una cerchia interna del culto, tutta femminile, che molti hanno equiparato ad un harem) si è – probabilmente – tolta la vita nel deserto californiano.

Ci interroga perché – quali che siano le motivazioni profonde di certi nostri pattern di comportamento – Castaneda è la manifestazione più cristallina (pun intended) di come possa essere opaca (rispetto alla nostra identità) l’immagine che proiettiamo, raccontandoci al mondo – quando non raccontandocela. Anche in contesti (e ormai c’è forse un contesto in cui non accade?) in cui si proclamano la trasparenza e l’immediatezza comunicativa, le persone praticano il self-branding, l’autonarrazione. Si tratti di influencer oppure semplicemente di persone che interagiscono quotidianamente con il proprio ambiente lavorativo, politico, culturale, sportivo o sociale – non necessariamente social – chiunque performa un ruolo, proietta un’immagine perché sia fruibile, interessante, ma anche confirmatoria per i propri interlocutori.

Anche questo post è performance

Quand’è l’ultima volta che siamo stati veramente sorpresi dalla posizione assunta da una persona che conosciamo (o che credevamo di conoscere)? Quand’è l’ultima volta che siamo andati off-character e abbiamo noi sorpreso chi ci conosce? E si tratta del vero sé che emerge finalmente, oppure di una nuova performance?

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