Viene un momento, in un film, in una serie, in un romanzo, forse anche in un’opera musicale, in cui si fanno i conti con l’identità dei personaggi e – per transfert voluto o inconsapevole – dell’autrice o dell’autore.
Non serve che l’opera sia contraddistinta da uno o più twist
narrativi, anche se ci restano più impresse quelle in cui la rivelazione,
finale o intermedia che sia, è spiazzante e ci spinge a una rilettura ‘a ragion
veduta’.
Lost è stata una serie che ha usato il punto di vista
parziale, il flashback rivelatore, il narratore inaffidabile come dispositivi
sistematici per rendere la vicenda appassionante e coinvolgente – e tra l’altro
ci è riuscita attraverso le immagini, che solo con molta perizia possono essere
usate per ingannare la percezione del fruitore.
Make
your own kind of music
Usciamo dalla lettura di due romanzi che dei punti di vista
diversi fanno un uso simile, con risultati di valore letterario differente. Ninfee
nere di Michel Bussi è un ottimo giallo, e per tutta la lettura ci
siamo chiesti come mai non ne fosse ancora stato tratto un film (o una serie
tv): arrivati alla fine, ce lo siamo ampiamente spiegato. Non si tratta di
narratore inaffidabile, bensì proprio di struttura narrativa ingannevole (satis
de hoc). Il romanzo postumo di Anna Toscano, Brava Giulia, è straordinario
nella sua chirurgica umanità, ed è strutturato a punti di vista che, più che
ingannevoli, sono reticenti verso il lettore: si respira un’aria quasi
bergmaniana, ma alcuni non detti (o eventi riferiti in modo diverso perché
percepiti in modo diverso) rendono questo testo – che non è un giallo, né vuole
esserlo, ma ha diversi possibili livelli di lettura – difficilmente
trasponibile sullo schermo.
Punti di vista
La sorpresa è, tra le emozioni, quella che ha uno status
particolare, perché può essere declinata in positivo e in negativo e in tutte
le sfumature intermedie – quasi una meta-emozione che assume le
sembianze di meraviglia, spavento, orrore, agnizione, delusione, e via
discorrendo. La sorpresa è il risultato di uno scarto tra l’aspettativa e la
percezione, e probabilmente la possono provare solo gli esseri umani, perché
l’aspettativa è qualcosa che si sviluppa in soggetti dotati di coscienza. Per Julian
Jaynes, il teorico della mente bicamerale, la coscienza introspettiva e
meta-riflessiva esiste da poco più di tremila anni – tanto che i personaggi
dell’Iliade potrebbero aver avuto una struttura di pensiero totalmente diversa
dalla nostra (Achille provava ira funesta, ma non odio per i
troiani, per dire).
Chi scrive ha scoperto Jaynes e la teoria
della mente bicamerale leggendo Pillola rossa o Loggia Nera? di Paolo Riberi (in particolare a proposito di Westworld),
testo su gnosticismo e cultura popolare, citato da Adriano
Ercolani in un longform
su Twin Peaks. Passando per una serie di coincidenze, ha poi trovato
in libreria una nuova edizione Tlon di Le voci perdute degli dèi di Jaynes, in cui l’autore cita Ibsen:
Qual è il vero sé di ciascuno di noi? Esiste oppure è un nucleo vuoto, ammantato di strati performativi? L’identità è un costrutto o addirittura una serie di maschere?
Una figura che ci interroga ancora oggi sui temi
dell’identità e della percezione di sé e del mondo è Carlos Castaneda
(che, ulteriore coincidenza, viene citato da Andrea Colamedici sia nel suo recente
Arcipelago delle realtà, sia nell’incipit della prefazione al libro di Jaynes).
Ci interroga perché la sua biografia è improntata al
narratore inaffidabile, avendo lui fin da giovane mentito sistematicamente su
origine, famiglia, età, formazione e soprattutto sugli eventi che lo hanno
condotto a vendere milioni di copie dei suoi libri, a partire da quello A scuola dallo Stregone che introduce il personaggio di Don Juan, il primo dei suoi
maestri. Già dal 1976 questo artificio è stato messo in luce da alcuni critici,
ma ciò non ha impedito a Castaneda di assurgere, per generazioni di lettori, a
veicolo di una sapienza solida, coerente e soprattutto nuova, rispetto alle
tradizioni consolidate. Il suo è stato un vero e proprio gioco di prestigio,
che gli è valso il titolo di American Trickster
nella recentissima biografia di Ru Marshall.
Ci interroga perché gli sviluppi della sua vita – favoriti
dal successo editoriale – lo hanno condotto, dall’essere un maître à penser
alternativo, a diventare il guru onnipotente di un entourage di seguaci
che le cronache non esitano a definire ‘setta’. Tanto che alla sua scomparsa,
nel 1998, più di una delle sue ‘streghe’ (una cerchia interna del culto, tutta
femminile, che molti hanno equiparato ad un harem) si è – probabilmente – tolta
la vita nel deserto californiano.
Ci interroga perché – quali che siano le motivazioni
profonde di certi nostri pattern di comportamento – Castaneda è la
manifestazione più cristallina (pun intended) di come possa essere opaca
(rispetto alla nostra identità) l’immagine che proiettiamo, raccontandoci al
mondo – quando non raccontandocela. Anche in contesti (e ormai c’è forse
un contesto in cui non accade?) in cui si proclamano la trasparenza e
l’immediatezza comunicativa, le persone praticano il self-branding,
l’autonarrazione. Si tratti di influencer oppure semplicemente di
persone che interagiscono quotidianamente con il proprio ambiente lavorativo,
politico, culturale, sportivo o sociale – non necessariamente social – chiunque
performa un ruolo, proietta un’immagine perché sia fruibile, interessante, ma
anche confirmatoria per i propri interlocutori.
Anche questo post è performance
Quand’è l’ultima volta che siamo stati veramente sorpresi dalla posizione assunta da una persona che conosciamo (o che credevamo di conoscere)? Quand’è l’ultima volta che siamo andati off-character e abbiamo noi sorpreso chi ci conosce? E si tratta del vero sé che emerge finalmente, oppure di una nuova performance?
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