mercoledì 31 gennaio 2024

Dogs of War

Si discorre, in diverse sedi online, della deriva conflittuale che avrebbero preso i social network con la pandemia che aveva inizio ormai quattro anni fa. Una deriva in cui i fronti contrapposti su temi estemporanei (e spesso futili) si attaccano con violenza cieca e odio micidiale – a distanza, da dietro una tastiera, ma sempre più spesso con tracimazioni nel mondo reale. Ha senso – ci si chiede – lavorare all’interno dei social per un ritorno a un confronto più umano, a un linguaggio più gentile, alla creazione di comunità fertili e generative (e non sterili e distruttive)?

Mark, volevi dirci qualcosa?

Io temo che i social network siano ormai irrimediabilmente enshittificati, per dirla con Cory Doctorow: non tanto e non solo a causa del trauma pandemico, quanto per una scelta deliberata dei gestori delle piattaforme, finalizzata a spostare il valore generato (inizialmente a vantaggio dell’utenza) agli azionisti delle piattaforme medesime. Questa riallocazione è guidata dagli algoritmi, che ormai veicolano prioritariamente post divisivi sulle bacheche di chiunque, per generare flame e shitstorm che sono il traffico necessario per massimizzare il profitto per gli shareholder. Temo ormai non sia più sufficiente bannare o non nutrire i troll, perché i bias di conferma che ci portiamo tutti dentro sono sollecitati in maniera soverchiante: per un troll che banno, ne arrivano altri dieci – per un contatto che si mantiene rispettoso, altri dieci sbroccano – e alla fine sbrocca chiunque. Si potrebbe addirittura teorizzare che la trollificazione degli utenti sia l’epifenomeno della enshittification – e il modo che hanno gli algoritmi per generare plusvalore per chi lo estrae dalle piattaforme. La soluzione è abbandonare i social come Jaron Lanier raccomanda da anni (ben prima della pandemia)? Sarà una fuga nei boschi?

Sicuri di voler andare di là?

Proprio di recente, mentre parlavo – in un corso di formazione – dell’utilizzo delle piattaforme, mi è sfuggito il famigerato, thatcheriano, ‘non c’è alternativa’ a proposito della presenza sui social di un’impresa, un’iniziativa, un progetto. Non c’è alternativa, perché è da lì che ‘passa tutto’, e guai a usare un linguaggio diverso da quelli socialmente accettati (che sia il tranchant blastatore, che sia il melenso cuoricinabile), pena l’invisibilità e l’oblio. Ora, il TINA (there is no alternative) è la summa e la sintesi del realismo capitalista, di cui ci parla Mark Fisher. Se cediamo su questo punto, non possiamo lamentarci di nulla, perché vuol dire che abbiamo accettato come ineluttabili i meccanismi di lavoro-produzione-consumo del capitalismo compiuto. Non possiamo illuderci di ‘cambiare il sistema dall’interno’: gli algoritmi saranno sempre più forti, fintanto che li nutriamo, e ci trasformeremo in troll prima di accorgercene. L’algoritmo è il meta-troll che dobbiamo smettere di nutrire, e questo lo si può fare solo andandocene. La pandemia, in questo senso, ha esasperato la deriva bellicista dei social, proprio grazie al fatto che essi sono stati l’unico posto dove interagire quando non ci pareva ci fosse un altrove dove andarcene (in realtà c’era, sebbene online e non offline).

Comunque l'unico mio 30 e lode

Racconto spesso di uno dei due autori sovietici del libro più rigoroso e più complesso su cui ho studiato, uno di quei testi totalmente privi di chiacchiere (alle quali tendono di più gli scienziati americani) che trasudano socialismo reale. Ebbene, come noi comuni mortali non ricordiamo un’epoca in cui non sapevamo fare di conto, costui era noto per non ricordare un’epoca in cui non sapesse integrare - per dire quanto connaturata alla sua vita quotidiana fosse l’analisi matematica. E noi, riusciamo a ricordare com’era la vita prima dei social? Non è tanto tempo fa, eppure il web senza social network sembra un nebuloso, lontano passato, tanto la loro prevalenza sulle altre forme di interazione via internet è diventata imponente. La lenta cancellazione del futuro cui ha provveduto il realismo capitalista è stata seguita dalla cancellazione del passato ad opera degli algoritmi: viviamo in un eterno presente conflittuale, dove qualcuno di impersonale ci dice chi è il nemico del momento, su cui ci accaniamo creando branchi (che coincidono con le nostre bolle social), con riflessi pavloviani (bava alla bocca e tutto) tipici di specie diverse di mammiferi. E Orwell, a cui ormai si attribuisce qualunque aforisma, ci guarda da lontano scuotendo la testa.

Oggi tocca all'Estasia

Pensiamo di poter smettere quando vogliamo, come con una droga: ma non è così. Siamo talmente immersi in questo liquido amniotico artificiale che ci conforta e ci dona endorfine, che facciamo fatica a renderci conto di stare nutrendo noi la Matrice, e non viceversa. E smettiamo di desiderare qualcosa di diverso.


mercoledì 31 maggio 2023

I got chills

 Il 6 giugno, fra una settimana per chi scrive, esce per i tipi di Mariner Books BURN IT DOWN: Power, Complicity, and a Call for Change in Hollywood di Maureen Ryan, articolista di cultura pop per Vanity Fair. La rivista ha pubblicato ieri sul proprio sito un estratto dal libro, con il titolo Lost Illusions: The Untold Story of the Hit Show’s Poisonous Culture.

È il capitolo su Lost, e si è abbattuto come una bomba sul pubblico, in particolare quello costituito dagli appassionati della serie – e che alla serie hanno dedicato tempo, energie, spesso anche sforzo apologetico. È questo il motivo di un articolo che su questa Lavagna non era così ‘tempestivo’ da tredici anni, cioè dall’indomani del finale di serie. Tempestivo non vuol dire irriflessivo, ma è comunque necessario per fare ordine nei pensieri di chi, come chi scrive, ne sentirà ben presto di cotte e di crude sul tema, molto probabilmente da chi della serie sa poco o nulla e che vuole sfruttare l’onda dello scandalo che inevitabilmente il libro, e quel capitolo in anteprima, sta già generando.

Rimandiamo alla lettura del pezzo in questione per condividere la scoperta – francamente agghiacciante – delle dinamiche tossiche della writers' room di Lost, caratterizzate da razzismo, sessismo, bullismo e nonnismo sistematici, da parte di chi quella stanza guidava, e che – fraintendendo in modo più o meno consapevole il proprio ruolo manageriale – ha vessato, messo in fuga oppure direttamente licenziato chi in quella stanza operava (gli altri sceneggiatori, soprattutto le donne) e chi da quella stanza veniva dotato di copioni e linee narrative da interpretare (gli attori, soprattutto i non bianchi).

Stiamo parlando, ebbene sì, di Damon Lindelof e Carlton Cuse, i famigerati Darlton, da noi affettuosamente chiamati il Gatto e la Volpe. Mai avremmo pensato che il nomignolo fosse così appropriato, per una coppia di showrunner che molti spettatori considerano un vero e proprio oracolo della narrazione televisiva e che invece – poco interessa chi più chi meno – ha abusato del proprio potere e manipolato persone e situazioni al fine di consolidare la propria posizione. Non ci avremmo mai pensato perché, come anche l’autrice del volume e della requisitoria conviene, Lost ha un cuore pulsante, vivo, che parla di seconde possibilità e di redenzione, di comunità e di ricerca di senso – e se chi mette in moto quel cuore vive la negazione di quelle stesse pulsazioni, ebbene, non sappiamo più a cosa credere.

Oppure, banalmente, siamo vittima del disincanto e sviluppiamo uno sguardo ancora più cinico sulla realtà, soffocando una specie di senso di ingiustizia con considerazioni qualunquistiche tipo ‘è il mondo dello spettacolo, che cosa credevamo?’

Oppure ancora, cediamo a quella forma posticcia di reincanto che sono le fantasie di complotto e ci chiediamo – con l’aria di quelli a cui non la si fa – perché queste notizie escono proprio adesso? Cui prodest? Sarà un caso che sia in corso uno sciopero degli sceneggiatori e questa bomba non faccia altro che screditare quelli (come Damon Lindelof) che oggi sono ai picchetti?

Una cosa non è in discussione: i fatti. Perché comunque ci sono nomi e cognomi: sceneggiatori che hanno preferito restare anonimi e nomi ‘pesanti’ come quello di Javier Grillo-Marxuach (a cui peraltro dobbiamo pressoché interamente la Lost Experience), attori di cui si immaginano le generalità e figure identificate fin da subito come Harold Perrineau. Che raccontano una storia davvero sgradevole, che fa l’effetto delle riprese con telecamera nascosta nelle caserme o nelle case di qualche confraternita universitaria, durante i riti di iniziazione delle matricole. I brividi, appunto.

Ci sono anche le dichiarazioni dei due principali imputati: dirette quelle di Damon Lindelof, via agente quelle di Carlton Cuse; che ammettono un fallimento quelle del primo, che contestano la veridicità delle testimonianze quelle del secondo; forse a indicare una differenza di responsabilità tra l’uno e l’altro, chissà. Il problema è che comunque, anche se Damon ammette le proprie colpe, c’è al fondo una falsa credenza: quella secondo cui talento e umanità siano mutualmente esclusivi, per cui essere un genio comporta in qualche modo essere un mostro. E l’omertà diventa un requisito fondamentale per aspirare ai livelli più alti (del processo creativo, in questo caso).

Ci si rimane male, anche solo a pensare a quelli che ci diranno ‘hai visto che gente hai difeso in tutti questi anni?’. Ci si chiede, col senno di poi, se in The Leftovers, in Watchmen e nel recentissimo (e straordinario) Mrs. Davis Damon Lindelof abbia voluto espiare in qualche modo i comportamenti riprovevoli messi in atto a partire da quasi vent’anni fa, o se – per crudele ironia – anche quelle writers' room siano state pervase dalla stessa tossicità, pur trattando temi così umanamente sfidanti.

Ci si chiede anche l’effetto che una cosa del genere – che ha potenzialmente la portata di #MeToo – possa avere sul business, oltre che sulle carriere delle persone coinvolte. È comunque qualcosa su cui non si può applicare il Let Go, Move On di lostiana memoria, ma da cui si può partire per migliorare ambienti, comportamenti e modelli dell’industria dell’intrattenimento. Perché cose belle come Lost continuino ad essere prodotte, ma da processi più umani.

lunedì 17 gennaio 2022

Born to run

La cifra esistenziale di questo passaggio al 2022, cavalcando l’ennesima ondata di Covid-19, è la fuga.

... e quando si parla di fuga, viene in mente lei

Fuga da cosa e, soprattutto, verso cosa? Rispetto agli effetti della pandemia sull’economia e sul lavoro, si osservano due direttrici principali, corrispondenti a due macrocategorie socio-economiche, sommariamente definibili come privilegiati e sfruttati.

I privilegiati, i big player del tardo capitalismo (individui, società, governi) stanno preparando la fuga da un pianeta ormai inservibile – nel senso di non più sfruttabile, da cui è impossibile estrarre ulteriore plusvalore – a causa dei cambiamenti climatici, dell’esaurimento delle risorse, della stessa pandemia (che rende difficile il lavoro e quindi la produzione, e quindi il consumo e quindi la generazione di profitti). Non è un caso che questi ultimi due anni abbiano visto una crescita così spedita dell’astronautica privata: è così fantascientifico pensare che i ‘ricconi’ che investono nel viaggio spaziale non si stiano solo togliendo uno sfizio turistico, ma stiano piuttosto preparandosi una via di fuga (letterale) dalla Terra? A questo proposito, il must-see-movie Netflix di fine 2021, Don’t Look Up (niente di particolarmente epocale, probabilmente archiviabile in fretta, buono per effimere polemiche social utili solo a chi ha finto di denunciarle) dice una cosa interessante, con la fuga finale dei duemila ‘pezzi grossi’ che si conclude – farsescamente, forse in modo un po’ banale – su un altro pianeta.

Non merita nemmeno uno spoiler alert? No

C’è poi chi la fuga la prepara – invece che verso un altro luogo del mondo fisico – verso un diverso piano di realtà, in direzione di quel metaverso che – lungi dall’essere una idea recente, basta leggere Snow Crash di Neal Stephenson, che è del 1992 – consente ai più misantropi dei big player di prosperare senza aver bisogno di un rapporto fisico con gli altri esseri viventi. Peraltro, il più grave degli effetti della pandemia sulle nuove generazioni è proprio quello di trasformarne una fetta enorme in hikikomori che non aspirano nemmeno più retoricamente al rapporto umano diretto, e quindi si adeguano volentieri alla dematerializzazione dei contatti – incidentalmente realizzando la profezia del Michel Houellebecq de Le particelle elementari e de La possibilità di un’isola, già qui evocato più volte a proposito della natura dell’Isola di Lost e delle aspirazioni degli Altri. Chi scrive ipotizzava, all’epoca della terza stagione di Lost, che gli Altri potessero essere artefici di un’analoga fuga verso un diverso piano (informatico, virtuale) di realtà, per staccarsi dal mediocre mondo materiale e sperimentare nuove forme di convivenza libere dal fardello del corpo fisico. I nessi, da un lato, con l’oggettivismo di Ayn Rand (specie quella di The Fountainhead), a sua volta ispiratrice del background del videogioco Bioshock, e, dall’altro, con il postumanesimo letterario e cinematografico, ci parevano abbastanza evidenti. Oggi quel podcast suona sicuramente datato rispetto a Lost, ma in qualche modo profetico rispetto alle evoluzioni sociali immaginate in epoche non sospette.

Sono un quasi anagramma di Ayn Rand e vi invito a una utopia che finirà male 

Anche gli sfruttati stanno pensando alla fuga, però. Una fuga dalle dinamiche sociali ed economiche che li rendono sfruttati, a partire dal lavoro. Almeno in Italia, l’aver preferito il green pass all’obbligo vaccinale tradisce la sudditanza del governo agli interessi del grande capitale industriale: viene ribaltata sul lavoratore la responsabilità di sottrarsi al ciclo produttivo, ma viene preservata la possibilità ai ‘padroni del vapore’ di far lavorare i fattori produttivi in barba ai rischi sanitari. I toni marxiani non suonino fuori tempo e fuori luogo: si sta osservando un inasprimento della conflittualità sociale, ma con la frammentazione, lo smembramento della classe subalterna, spaccata dalle parole d’ordine social, per cui si fa di tutte le voci critiche (sebbene articolate e complesse) un fascio di negazionisti e no-vax. Questo stesso capoverso, se letto con la superficialità imposta dai social network, potrebbe farne passare l'estensore per un no-vax, quando dovrebbe essere evidente che la critica è alla gestione politica della pandemia e non all'efficacia dei vaccini. Se a questo si aggiunge che molte voci storicamente critiche abboccano alla dialettica social e si prestano a un dibattito che tale non è – non si capisce se per senilità o ricerca di un nuovo posizionamento o, peggio, calcolo per trovare una via di fuga – anche chi dovrebbe risultare voce oppositiva fa il gioco della voce del padrone e polverizza la coscienza di classe. Quindi la pandemia ha reso difficile ma non impossibile lavorare, ha eroso le tutele con il ricatto del ‘se non vuoi lavorare ho qui il rimpiazzo’ ma chi vi si sottrae è additato come minimo come untore: che via di fuga c’è?

Riesco a immaginare più la fine del mondo, sì
che la fine della differenza sociale
Marra feat. Mark Fisher

C’è chi si dimette e smette di lavorare, c’è chi smette di idolatrare il lavoro e preferisce la frugalità in attesa del crollo del sistema – sulle cui macerie può ricostruire. C’è chi propone le Comunità Autonome Operative per la Sopravvivenza (l’acronimo CAOS non è evidentemente casuale), come forma di rassegnazione all’inevitabile conclusione di questo ciclo: una rassegnazione che non è passiva ma che punta ad accelerare questa fine attraverso l’abbandono del lavoro e il ritiro in comunità votate all’autosussistenza. Il contrario dell’accelerazionismo alla Nick Land, una pratica gnostica che punta a togliere gli argini al fallimento del sistema capitalistico, smettendo di fare i katéchon dei tempi ultimi. Una delle voci critiche (e oggi non più tali) di cui sopra è ricordato anche per aver chiesto nel 1993 a Giovanni Paolo II di smettere di fare il katéchon (cioè di fare da freno alla venuta dell’Anticristo e quindi all’Apocalisse). Ebbene, col senno di poi, questo appello non aveva a che fare con l’escatologia, ma forse proprio con il destino della società capitalistica: Giovanni Paolo II ha fatto (scientemente? Inconsapevolmente? Probabilmente il suo essere polacco in una certa epoca storica ha contribuito) da freno alla caduta del capitalismo dopo aver accelerato quella del socialismo reale. E lo ha fatto contribuendo in maniera decisiva all’idolatria del lavoro attraverso il suo contributo alla Dottrina sociale della Chiesa: nella Laborem exercens (1981) scrive

Il lavoro è un bene dell'uomo - è un bene della sua umanità -, perché mediante il lavoro l'uomo non solo trasforma la natura adattandola alle proprie necessità, ma anche realizza sé stesso come uomo ed anzi, in un certo senso, «diventa più uomo». (LE 9)

Il lavoro come qualcosa che fa diventare l’uomo ‘più uomo’, non più il ‘male necessario’ a cui la persona è condannata da Dio quando la caccia dall’Eden. E quindi chi non lavora, non produce, non trasforma la natura, è meno uomo? Quanto senso di colpa su chi non vuole lavorare viene proiettato da questo approccio – che è cristiano, ma è profondamente radicato nello spirito del capitalismo (non c’è bisogno di evocare Max Weber per rendersi conto che questo concetto è più protestante che cattolico)?

Togliere il freno alla caduta del capitalismo passa per la fuga dal lavoro, ed è la via che soprattutto gli sfruttati (o comunque quelli che tali si percepiscono, in quanto perennemente esclusi dai privilegi) stanno prendendo in numero sempre maggiore. È la Great Resignation che sta facendo ‘fuggire nei boschi’ tanti novelli Thoreau – paradossalmente è anche una fuga dalla gabbia di Skinner dei social (ormai sempre più canili di Pavlov), quei social che assomigliano al modello (Dharma-like) di Walden 2, ispirato – ma abbiamo già visto in modo quanto fallace – dal primo Walden.

domenica 26 settembre 2021

We must not fear

Se parlare qui di Dune (il romanzo, il film di Villeneuve, ma anche quello – mancato – di Jodorowsky e quello – inclassificabile – di Lynch) può apparire fuori luogo (un blog legato a Lost) e fuori tempo (a parte la possibile tempestività rispetto all’uscita dell’opera di Villeneuve), ricordiamoci che only fools are enslaved by time and space e prendiamoci un pizzico di spezia per viaggiare tra i mondi possibili.

Il primo romanzo del ciclo di Dune (la cui sola prima metà è visibile in questi giorni al cinema – e va vista e sentita al cinema, poche storie) esce nel 1965 ed è un’opera seminale in molte direzioni, in gran parte colte però solo da chi lo ha letto. Al di là dell’influenza diretta su vari universi narrativi fantastici (Star Wars in primis), è un’opera che tratta tematiche filosofiche, politiche e anche ecologiche molto attuali, con una preveggenza che ha dell’inquietante. Sicuramente deve molto, come tutte le narrazioni mitologiche, ad archetipi antichissimi – primo fra tutti il tema messianico – ma li rielabora con una originalità e una profondità rare, immergendoli in un dettagliatissimo mondo futuro (attenzione, è il 10191 dalla fondazione della Gilda Spaziale, a sua volta collocabile tra il 12000 e il 14000 dopo Cristo: il futuro di Dune è lontano oltre ventimila anni) che per accuratezza ha come solo precedente la Terra di Mezzo.

Meriterebbe una riflessione il fatto che il Professor Tolkien non apprezzasse affatto Dune (grazie a Glorfindel per la dritta), cosa che per chi scrive è risultata destabilizzante quasi quanto il fatto che Mark Fisher non apprezzasse Lost, ma sarà per un’altra volta.

Lo stesso Lost deve più di qualcosa a Dune, in particolare nella bellissima puntata 4x09, The Shape of Things to Come, in cui (come cercavo di raccontare in un vecchio Lostbooks) Ben Linus si ritrova a impersonare una sorta di Paul Atreides per l’Isola/Arrakis con tanto di evocazione del Fumo Nero/Shai-Hulud.

C’è da sperare davvero nel successo della pellicola di Villeneuve, sia perché ciò consentirebbe il proseguimento della narrazione (oltre alla serie sulle Bene Gesserit, almeno un altro film per Dune, un altro ancora per Messia di Dune?), sia perché indurrebbe molti a leggere finalmente Frank Herbert – un po’ come accadde per Tolkien vent’anni fa (venti anni?!) dopo la visione de La Compagnia dell’Anello.

Ma perché Dune parla così bene al nostro oggi? Sicuramente la messa in scena dello sfruttamento delle risorse naturali di un pianeta, dell’oppressione di popolazioni autoctone e del loro desiderio di riscatto, delle dispute tra potentati economici e dell’uso politico di credenze filosofiche e religiose, dello spregio per la vita umana a favore del profitto, ebbene, è qualcosa che ci tocca da vicino – e Villeneuve lo fa con fedeltà alla lettera del romanzo, che a sua volta descrive dinamiche presenti da sempre nella storia umana (e che negli anni Sessanta, a un osservatore attento come Herbert, già mostravano le possibili derive che oggi vediamo disgregare il tessuto comunitario delle nostre società). Mondi possibili che – collocati nel lontano futuro – descrivono mirabilmente il nostro angosciante presente.

Facciamo due conti

C’è però un tema che fa da sfondo al romanzo, ma che è appena sfiorato dal film in questi giorni in sala, che dice qualcosa di più sull’oggi e che si colloca tra il religioso e il tecnologico. È quello delle ‘macchine pensanti’, contro cui – oltre diecimila anni prima della storia di Paul Atreides – si scatena il Jihad Butleriano (palesemente un riferimento a Erewhon di Samuel Butler, distopia del 1872), una rivolta degli esseri umani, già diffusi su molti mondi, contro le intelligenze artificiali diventate ormai troppo potenti. In Dune, come si nota bene anche dal design delle produzioni cinematografiche (più barocco quello di Lynch, quasi steampunk quello di Villeneuve), non ci sono computer, la tecnologia è molto meccanica e per nulla informatica: anche il viaggio spaziale avviene per la combinazione di conoscenze fisiche e prassi quasi mistiche legate all’uso della Spezia. La computazione rapida non è affidata alle macchine ma ai Mentat, persone appositamente addestrate per fare a meno di intelligenze artificiali (non nominati come tali, se ne vedono almeno due nel film di Villeneuve, uno che opera per gli Atreides e uno per gli Harkonnen). La stessa religione dell’Impero, coagulata nella Bibbia Cattolica Orangista (testo sacro sincretistico), contiene il comandamento Non costruirai una macchina a somiglianza della mente di un uomo.

Sulla Terra di oggi, quanto affidiamo alle ‘macchine pensanti’? Quanto sono determinanti gli algoritmi per le nostre scelte quotidiane e per la formazione di comprensione e giudizio rispetto ai fatti del mondo? Quanto siamo davvero liberi di prendere una strada piuttosto di un’altra, dalla più banale delle scelte di acquisto al più complesso dilemma etico? Quanto le intelligenze artificiali ci allontanano o ci avvicinano – senza che ce ne rendiamo conto, anzi magari gratificati dalla non-scelta – a persone delle nostre cerchie sociali (non solo social, beninteso)? Quanto siamo capaci di immaginare mo(n)di diversi da quelli a cui siamo abituati, senza che la nostra immaginazione sia predeterminata o condizionata da dispositivi tecnologici?

Non osare staccare lo sguardo da quello smartphone

Il comandamento supremo della Bibbia Cattolica Orangista è Non sfigurare la tua anima, mentre la Litania Bene Gesserit recita Non devo aver paura, la paura uccide la mente, la paura è la piccola morte che porta con sé l’annullamento totale (è quella che tiene in vita Paul durante la prova del Gom Jabbar). Le macchine pensanti (leggi: gli algoritmi a cui affidiamo le nostre scelte, i nostri gusti, la nostra stessa capacità di desiderare – pensiamoci: desiderio, de sidera, nostalgia delle stelle) fanno leva sulla paura e sfigurano l’anima, le fanno perdere identità, annullano completamente la persona per renderla un flusso manipolabile di dati, un avatar da posizionare in una scacchiera. Pensiamo alla questione divisiva per eccellenza di questi nostri tempi: quanto viene invocata – a comando, paradossalmente – la libertà? Quanto viene strumentalizzata la paura? Quanta responsabilità hanno gli algoritmi nel creare bolle, fronti contrapposti, frantumazione dei legami comunitari? A proposito di responsabilità, come è possibile fare in modo che questi soggetti non umani rispondano effettivamente di quanto operano in una società?

È il tempo di un Jihad Butleriano? O forse solo di una grande rivolta per tornare a fare le nostre scelte liberi da condizionamenti deresponsabilizzanti? Rivolta, rivolgimento, rivoluzione – non ripresa, ripartenza, riproposizione del già visto, già noto, già pensato (da altri).

Le playlist autocompilate uccidono la mente. Non dobbiamo avere paura.

mercoledì 4 agosto 2021

2004 - 2010 - 2021 - Continuano e si accelerano le tappe del nostro viaggio nel tempo

La recente uscita al cinema di “Old” per la regia di M. Night Shyamalan non può certo lasciare indifferenti i lettori della Lavagna. Perché? Cercherò di spiegarlo (brevemente) a partire da tre essenziali (ma corpose) premesse.


1) Trama e note su regia e cast di “Old” - Tredici persone si ritrovano (solo in apparenza casualmente) su una misteriosa spiaggia per trascorrere le loro vacanze. Ben presto, però, nell’isola si manifesta qualcosa di innaturale che fa sì che qualsiasi forma di vita invecchi rapidamente.

Il regista è anche il sceneggiatore del film, film che prende il la da “Sandcastle”, la graphic novel creata dalla penna di Pierre Oscar Levy e di Frederik Peeters.

Shyamalan traspone fedelmente la vicenda sul grande schermo nel cuore del film, apportando con la propria inventiva i necessari adattamenti nella premessa e nel finale, dando così una propria precisa cifra (un'analisi ironica, critica e profondamente filosofica della società, intuendone la "medicalizzazione" e la "de-presentificazione" ben prima del Covid come spiega bene Roy Menarini) a tutta la vicenda.

“Old” vede come protagonisti Gael Garcia Bernal (star di Mozart in the Jungle), Vicky Krieps (protagonista de Il filo nascosto), Alex Wolff, Thomasin McKenzie, Eliza Scanlen, Rufus Sewell, Embeth Davidtz, Aaron Pierre, Abbey Lee, Nikki Amuka-Bird, Emun Elliott e Ken Leung (il Miles Straume di Lost) ed è prodotto dallo stesso Shyamalan.


2) Il cinema di Shyamalan, un cinema sempre meno capito perché sempre più confrontato solo con i gusti del pubblico – Il noto regista ha da anni la possibilità di girare i suoi film sceneggiandoli e producendoli da sé e crede fortemente nel registro fiabesco per veicolare i suoi personali e sempre più incompresi o forse poco apprezzati/condivisi messaggi sulle prospettive del nostro mondo attuale. Questo fa sì che una fetta crescente del pubblico si sia legato indissolubilmente ai capolavori del passato, vivendo con insofferenza la libertà e la creatività che il regista si è sempre di più ritagliato.

Cosa aspettarsi da un film che parte come Fantasy Island e man mano che procede assimila in sé deboli eco dei momenti meno convincenti di Lost? Probabilmente nulla di buono, ma a scrivere e dirigere Old c’è, uno al quale il beneficio del dubbio viene sempre concesso anche nel momento in cui si è consapevoli che il suo genio è stato spesso controbilanciato da scelte cinematografiche di dubbio gusto […] The Visit e soprattutto il successivo Split fanno però nuovamente ben sperare che quella macchina oliatissima fedele al credo di un horror da briciole di pane disseminate possa realmente tornare ai fasti di un tempo. Glass e il suo (forzato) universo narrativo scricchiola ed è un nì, chiuso nei riverberi di un passato che adombra il presente e che con Old fa cadere nuovamente nello sconforto chi sperava un ritorno ai vecchi fasti.

http://www.anonimacinefili.it/2021/07/21/old-shyamalan-spiegazione-significato-finale/


3) Non tutto va letto in chiave Covid, d’accordo. Ma l’ultimo film di M. Night Shyamalan, piaccia o no, ci rimette di fronte al loop che abbiamo vissuto per un anno (anzi, due). E in cui siamo dentro ancora - (Mattia Carzaniga)

La pandemia ha fortemente complicato la lavorazione del film, per cui molte delle critiche sul valore strettamente cinematografico non sono campate per aria, a partire dalla direzione degli attori, ma sicuramente ha impresso alla pellicola un surplus di valore di significato (semantico) non trascurabile: basti solo pensare a come Shyamalan lavora sui bambini, privati dell'infanzia e costretti a crescere in un tempo a cui non è quasi più possibile dare un valore. Molto bello, a mio parere, il modo in cui l’amicizia tra bambini, rivesta un ruolo chiave nel film, in quanto fonte di salvezza.

Ci sono infine (disseminati qua e là ma facilmente riconoscibili) una serie di pseudo/para “easter egg” molto gustosi dedicati al cinema (il quiz cinematografico delirante, il binocolo e l’improvvisa apparizione del “regista”... che a Faramir potrebbe anche ricordare qualcos’altro di molto misterioso legato a una vecchia foto) e al Covid (il dottore del quale è bene non fidarsi, il medicinale dal nome doppio) che danno al film uno spessore ironico importante per controbilanciare la tensione horror.


In breve, quindi, consiglio “Old” ai lettori della Lavagna perché i temi trattati nel film sono molto vicini a quelli di "Lost" e ne sono quasi una naturale evoluzione/aggiornamento alla luce della recente pandemia, con tanto di esplicita e trasparentissima citazione proprio all’inizio del disvelamento finale.

In conclusione, vedere questo film, che come "Lost" sa giostrare sui personaggi e sul loro vissuto, sa giocare (certamente non sempre in modo perfetto) con gli stessi elementi fondamentali (la spiaggia, la fuga, il tempo, la necessità/difficoltà/impossibilità di cooperare) non può che ridarci fiducia in quello che in fin dei conti cerchiamo su questa Lavagna nelle note di chi scrive e nell’affetto di chi legge: la bellezza di raccontare un presente sempre più incomprensibile (o forse non accettato), cercando magari una nuova epica e una nuova mitologia attraverso storie come quella di "Lost" o di "Old" che, pur tra mille imperfezioni e approssimazioni, sappiano cogliere e dare emozione e voce (per i più ottimisti anche senso) al nostro smarrimento nel nostro quotidiano viaggio nel tempo.


domenica 23 maggio 2021

How to let go

A distanza di undici anni dal finale di Lost, al quale chi scrive ha assistito in un’aula universitaria – a mo’ di appendice ad un corso al quale aveva contribuito pochi mesi prima con due lezioni proprio sulla serie – si è manifestata la curiosità di conoscere l’opinione di un accademico eretico come Mark Fisher, spesso citato su questa Lavagna, su Lost.

Undici anni fa, Univr

Mark Fisher (1968-2017) è uno dei più lucidi interpreti della realtà contemporanea, segnata dal neoliberismo compiuto, per cui scrive – in Realismo capitalista – “il capitalismo è quel che resta quando ogni ideale è collassato allo stato di elaborazione simbolica o rituale: il risultato è il consumatore-spettatore che arranca tra ruderi e rovine”. La lucidità che lo ha portato a togliersi la vita a nemmeno cinquant’anni si è manifestata in saggi (comunemente ascritti alla theory fiction), articoli e soprattutto post sul suo blog k-punk, che Minimum Fax sta progressivamente pubblicando, raccogliendoli tematicamente. Gli interessi di Mark Fisher si sono spesso focalizzati sulle manifestazioni della cultura popolare: musica, cinema, televisione, calcio, con frequenti incursioni proprio a proposito delle serie televisive. 
Ma Mark Fisher ha mai scritto di Lost? Anche attraverso la consultazione di lettori, esegeti o semplicemente fan dell’autore, raccolti nel gruppo Facebook Mark Fisher Memes for Hauntological Teens – incidentalmente, un uso eretico del social network che meglio esemplifica le rovine del tardo capitalismo – non si è riusciti a trovare un-articolo-uno dedicato a quella specifica serie. Eppure, ci si è detto, non può essergli sfuggita l’occasione di dire qualcosa su un testo così ricco di spunti politici e filosofici, dalla così tante possibili letture. 

Lost futures

Un podcaster scozzese, Angus Stewart, ad esempio ha fatto notare come tutto quanto riguarda la Dharma Initiative rivesta – se non a livello politico, almeno a quello hauntologico – un interesse prettamente fisheriano: l’utopismo hippie che sopravvive ben oltre l’epoca storica di appartenenza, il sinistro ruolo (aziendalista/capitalista) della Hanso Foundation, l’utilizzo di diversi media e formati, congelati nel tempo, mescolati e impiegati per finalità imperscrutabili (i video di Orientamento, i dischi in vinile, la torre radio, i computer anni '80…). La Dharma Initiative resta uno degli elementi chiave del leitmotiv politico di Lost – cooperazione vs. competizione – in quanto la sua visione e i suoi obiettivi sono proprio un futuro perduto alla Fisher. 

Reaching out for a better tomorrow

Proprio quando ci stavamo rinunciando definitivamente, chi scrive ha trovato – giusto nell’ultimo volume per ora pubblicato in Italia di Mark Fisher, Schermi, sogni e spettri. Cinema e televisione. K-punk/2 – quello che pare essere l’unico riferimento a Lost nel magmatico corpus fisheriano: un articolo del 2015 su New Humanist a proposito di The Leftovers, Broadchurch e The Missing. Nella parte dedicata alla serie – basata sul romanzo di Tom Perrotta – che dobbiamo proprio a Damon Lindelof (curiosamente, nell’articolo originale e nella traduzione italiana, il cognome è sbagliato in due modi diversi: Lindelhof e Lindnhof), si legge: 

Lost si è trovato gradualmente invischiato in una rete sempre più estesa di misteri nascosti, che alla fine hanno assunto i contorni della parodia e a dare l’impressione di essere stati inseriti al solo fine di mandare avanti la storia, senza la possibilità di essere spiegati in modo soddisfacente. 

Possibile che un’opinione di Mark Fisher sia così superficiale? Proprio colui al quale attribuiamo approfondimento mai banale e efferatezza analitica può essersi macchiato di tale pigrizia intellettuale?

Mark Fisher, da un lato, risente della sindrome del defunto giovane, dai seguaci (come dai parenti, in ambito familiare) idealizzato – e quasi santificato – per le sue sole caratteristiche positive, trascurando (disvedendo, direbbe China Miéville) i tratti umani, meschini, o anche solo apparentemente incoerenti della sua storia. Dall’altro, Lost è una serie che non necessariamente si inserisce in modo decisivo nella storia personale di tutti i suoi spettatori: è corretto ammettere che qualcuno possa averla abbandonata, presto o tardi, comunque prima della fine, perché non gli/le parlava (più). 
Probabilmente è questo il caso di Fisher: è improbabile che abbia guardato Lost fino alla fine (non avrebbe mancato di cogliere il nesso, proprio in quell’articolo, proprio titolato così, con il senso ultimo della serie di Lindelof e Cuse), basandosi per quell’inciso su impressioni colte da altri (e che dobbiamo ammettere legittime), senza ritenere necessario un approfondimento personale. 


È significativo che queste due consapevolezze – Mark Fisher non è infallibile, il non apprezzare Lost non è una colpa – arrivino insieme, a undici anni dal finale. Forse è davvero il momento di farsene una ragione e andare avanti. Ma di ricordare, sempre.

martedì 16 marzo 2021

The tide is turning

Se si è in grado di non ascoltare il rumore di fondo del chiacchiericcio giornalistico e di quello social – che si amplificano a vicenda per raggiungere ormai lo sciacallaggio – o se comunque si riesce ad aumentare il rapporto segnale/rumore per cogliere le trasformazioni dello spirito del tempo, quel mutamento nella direzione del vento che scorre oltre le skinner box della comunicazione di massa, ci si rende conto che qualcosa sta effettivamente cambiando.

È vero che le narrazioni distopiche sono ancora molto di tendenza, è vero che l’apocalisse informativa veicolata dalla pandemia sembra non lasciarci via d’uscita, è vero che il proliferare – anche quello virale – di voci disperanti e disperate anche all’interno delle nostre bolle social (da cui, come in una gabbia della Stazione Hydra, sembra impossibile uscire) sembra ci dica che non c’è domani. Eppure ci sono segnali che stiamo effettivamente uscendo dal decennio della melanconia, per entrare in quello della guarigione.


Melancholy in a Skinner Box


Il decennio della melanconia è cominciato proprio con Melancholia, di Lars Von Trier, che giusto dieci anni fa dipingeva una letterale fine del mondo, ad opera di un pianeta carico di paura, depressione, disillusione. E' il decennio del recupero e della riproposizione di tutte le peggiori distopie in letteratura, cinema, televisione. E' il decennio in cui la hauntologia è assurta a paradigma definitivo di lettura della realtà, assediata dai fantasmi del futuro immaginato una volta e mai realizzato, se non per imitazione, campionamento, remix e avvitamento del tempo su sé stesso.

Il decennio della melanconia faceva seguito a quello della seconda possibilità, quello cominciato con il 9/11 e Donnie Darko, quello che ha avuto in Lost e Battlestar Galactica le narrazioni più significative. L'ultimo decennio del secolo XX, invece, è stato quello della fallacia della realtà, con tutte le narrazioni gnostiche come Matrix, The Truman Show e Dark City.

Perché diciamo che questo 2021 potrebbe segnare l'inizio di uno nuovo zeigeist? La nostra non è forse una pia illusione, del wishful thinking che fa il paio con le illusioni - quando non le allucinazioni - di QAnon?

Un indicatore del fatto che qui non si sta delineando una narrazione salvifica, con al centro personaggi più o meno di rilievo ai quali affidare il futuro, è che la tendenza di cui parliamo è collettiva e dialogica. Non c'è colui che ci salverà tutti, siamo noi che guariremo insieme. 


Ille qui nos omnes servabit


Segnali che qualcosa sta cambiando li possiamo trovare nell'utopia di Yanis Varoufakis, Another Now, oppure in quel capolavoro - che già su questa lavagna abbiamo collegato per molti versi a Lost - che è Dispatches from Elsewhere. Li troviamo nell'affermarsi progressivo anche in Italia del sottogenere della fantascienza noto con il nome di Solarpunk, cui Delos Books ha appena dedicato la collana Atlantis. Ma li troviamo in tutto il dibattito sulle piattaforme e sulla possibilità di ripensare questi costrutti digitali che si collocano tra mercato, contratto e impresa - ma anche oltre essi - in chiave cooperativistica e non meramente estrattiva (nel senso, marxianamente, dell'estrazione di plusvalore) - sulla possibilità che davvero all those kids in the sun - come cantava Roger Waters una vita fa - possano 'strappare la spada della tecnologia dalle mani dei signori della guerra'.


I'm not saying that the battle is won


E' ingenuo questo ottimismo, questa idea che la rotta possa cambiare? 

Parlando proprio di melanconia in un'interessantissima trasmissione di BBC Radio 4, l'autore inglese Horatio Clare (che chi scrive ha avuto l'onore di conoscere sull'erba di un campo da gioco) ha parlato del suo breakdown di due anni fa, oggetto - insieme alle conseguenze, che inclusero l'internamento in una struttura psichiatrica, ma anche un percorso di terapia basata sul dialogo che revoca in dubbio tutti gli assunti, ancora piuttosto incrollabili nel mondo anglosassone, sull'indispensabilità dei farmaci - del suo nuovo libro Heavy Light. Uno degli interlocutori della trasmissione gli ha obiettato che una crisi così non va intesa necessariamente nel modo negativo implicato dal termine breakdown, ma va presa nell'accezione piena di potenzialità di breakpoint, punto di rottura - ma anche rottura di livello, cambio di paradigma.

La pandemia è un game-changer di questo tipo? E' questo il momento di guarire, ma non da soli.

 



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