lunedì 9 agosto 2010

Spin off, il mondo dell’apocrifo

Tutto ciò che ruota attorno ad un'opera e ne contribuisce, sia pure in minima parte, al successo, in fondo chiede di sopravvivere. E ancora: quante volte non ci capita, specie nel contesto televisivo, di pensare che quell’attore (sopravvissuto) l’abbiamo già visto in azione, magari in un ruolo minore, nella nostra opera preferita? A me è capitato – visto che anche Lost ama citare le Serie statunitensi – rivedendo in azione l’ormai compianto Paul Benedict, l’Harry "Bentley" (tanto per rimanere sul “filosofico”) della fortunata sit-com The Jefferson: lui per me continua a vivere in “quel” personaggio” e tutto ciò che gli sopravvive, senza continuarne la vicenda, mi pare… apocrifo!

Meno prosaicamente, fin dall’Amleto di Shakespeare tutti gli spettatori più attenti si sono chiesti quale fine potessero aver fatto Rosencrantz e Guildestern tanto che, se proprio lo vogliamo, la loro vicenda è diventata il prototipo del concetto dell’odierno spin off. Tom Stoppard, in particolare, non si è fatto sfuggire l’occasione di raccontarcene l’epilogo, grazie alle memorabili dispute verbali in atto tra questi due personaggi, risultati tanto marginali quanto determinanti per lo sviluppo della tragica vicenda (tenteranno di tradire e in fondo di contribuire alla morte di Amleto, ma il destino seguirà altra strade…). A ben vedere, la moltiplicazione infinita delle storie ha origini ben più antiche, sia in Oriente (le Mille e una notte, tanto per fare un esempio) che in Occidente (le Metamorfosi, tanto per pareggiare i conti con l’Est) per non parlare della Bibbia o delle moderne impronte narrative segnate da Borges. Cervantes, per difendere il valore della propria narrazione, arriva addirittura a dialogare con una versione apocrifa del Don Quixote...

La stessa immagine di Lost è di per sé una e molteplice: lo show costruisce, ricostruisce, interlaccia storie e personaggi nello spazio e nel tempo. Vorrebbe essere una storia (una grande scatola) che contiene tutti gli sviluppi possibili. Lost si spinge addirittura a fornire orientamenti e risposte interne alla narrazione rimandando al suo spazio esterno, spazio composto ora da un vastissimo universo (citazionistico) come quello letterario, cinematografico, televisivo, etc. (in senso lato potremmo chiamarlo culturale, anche di segno pop), ora da vere e proprie esperienze parallele (a loro volta citazionistiche) quali sono state prima tra tutte la Lost Experience per giungere fino alla più recente Damon, Carlton and a Polar Bear.

Insomma, tutta una grande deriva per andare incontro ad uno spettatore che quando si appassiona non vuole che la storia finisca, ma che allo stesso tempo appare consapevole, quasi certo, che ciò che sarà sopravvissuto, anche di marginale, difficilmente si rivelerà all’altezza. Sentimenti contrastanti, dubbi amletici… mescolati a del "sano" merchandising. Difficile perciò separarsi da Lost, andare oltre anche solo al suo expanded universe, ovvero tutto ciò che, pur non indispensabile, gli ruota attorno. Ci sono ad esempio i dieci minuti extra in uscita col cofanetto, già circola(n)ti in rete per altro. Ma vale la pena di (ri)percorrere, magari in modo più massiccio, questa via? Provate a chiedere cosa pensano i fans di Star Wars di libri, fumetti, cartoni animati rieditati… in modo “apocrifo".

Sì, dobbiamo fare in definitiva i conti con la tentazione dell’apocrifo (in senso lato, prequel, sequel o spin off che sia) quasi una brutta copia, quasi un gemello cattivo, la tentazione di coprire in qualche modo “i buchi” lasciati aperti dallo script originale. Concludo a tal proposito con il classico “gancio”, atterrando su un piccolo pianeta dell’expanded universe di Lost…

Gli autori ci hanno raccontato fin dal pilot la storia “dell’anagrammatico” Gary Troup, autore del “pessimo” Bad Twin (se ho ben capito si tratterrebbe di Alexander, il gemello cattivo di un certo Clifford Widmore) personaggio finito direttamente risucchiato nella turbina ancora in azione dell’aereo in pezzi, come risucchiato, ma dal fuoco, finirà il manoscritto (spintovi da Sawyer). A parte l’intrigante riferimento ad un gemello cattivo e all’idea di una sorta di bozza di sceneggiatura subito esibita in scena, la fortuna e la sorte toccate a Bad Twin e al suo autore mi fanno pensare a come nel raccontare una storia, per quanto avvincente, ci sia la necessità ad un certo punto di mettere un punto fermo, di operare un taglio netto, anche perché con il passare delle seasons, la fruizione diviene via via più complessa, specialmente per chi non è un fan (addirittura alcuni gruppi di puntate, se non stagioni come osservato da Virginia, risultano vere e proprie digressioni). Alla fine risulta forse meno tragico vedere Gary Troup finire nella turbina dell’aereo del sentirsi dire, quasi con nonchalance, che le domande generano altre domande o del doversi sorbire astruse teorie sui possibili significati del finale open source (come lo ha chiamato Faramir, anche in relazione all’intero show) di Lost.

Ma, come ogni teoria o regola che si rispetti, chi vi scrive ammette una sola ed unica eccezione…




Ditemi che fine hanno fatto, per favore?!

domenica 18 luglio 2010

Arrendersi al proprio destino

Un’isola per arrendersi al proprio destino…

Ci
sono luoghi nei quali l’uomo viene sottoposto alle prove più estreme, quasi messo di fronte alla morte: in quei momenti – è opinione comune – ti passa tutta la vita davanti, quella che è stata e quella che poteva essere. A pensarci in questi termini Lost non sembra nemmeno una serie televisiva complicata, anche se in verità lo spettatore appena sembrava aver assunto dei punti di riferimento significativi si è puntualmente trovato spiazzato dalla moltiplicazione dei personaggi, dei punti di vista, dei piani narrativi. A pensarci dopo qualche settimana dalla sua conclusione Lost non ci ha ancora lasciato: ancora adesso, nell’impazzare dell’estate, guardando una spiaggia tropicale, un aereo decollare o sentendo scandire semplici quotidiane battute, la forma mentis che ci siamo (più o meno comunitariamente) costruiti per seguire lo show non sembra avermi(/ci) abbandonato.

Un’isola per arrendersi al proprio destino…

Fin dall’episodio pilota, in compagnia di Jack e Kate sulla spiaggia, abbiamo assistito al tentativo di ricucire gli strappi, le ferite che la vita lascia su di noi, magari senza essere troppo schiavi del tempo, tutti persi su un’Isola catalizzatrice e “cicatrizzatrice”. Lo spettatore è stato attraversato da citazioni letterarie, cinematografiche, televisive, si è posto domande fisiche e metafisiche, ha cercato di tirare le fila di una Serie che nemmeno gli interpreti stessi, per loro stessa ammissione, hanno seguito integralmente sul piccolo schermo, anch’essi in gran parte ignari del quadro che si stava componendo col passare selle varie Seasons.

Un’isola per arrendersi al proprio destino…
Forse perché l’idea alla base di Lost non è poi così complicata e in fondo, in barba ai detrattori, ha funzionato: l’intrecciarsi dei nostri destini dà senso alla nostra storia, alla vita e la morte che combattono dentro di noi; chiediamo solo che qualcuno conservi per noi un luogo nel quale tutto ciò possa sopravvivere, nel quale le leggi dalla fisica e della metafisica non siano così rigide da negare ai nostri sogni, prima o poi, magari dopo un’infinità di sussurri, di prendere forma e soprattutto sostanza; chiediamo solo che quel personaggio che tanto amiamo, perché in fondo ci rappresenta, abbia un ruolo importante nella Storia; chiediamo che le sue vicende, come le nostre, si incanalino nell’alveo giusto, verso un destino non perduto…

Un’Isola… perché tutti, stufi delle lotte tra Titani, sogniamo di abbandonarci al nostro destino.

lunedì 14 giugno 2010

We'll meet again














Ovvero, il post degli indizi che abbiamo "perso".

Let's say goodbye with a smile, dear,
Just for a while, dear, we must part.
Don't let the parting upset you,
I'll not forget you, sweetheart.

We'll meet again, don't know where, don't know when,
But I know we'll meet again, some sunny day.
Keep smiling through, just like you always do,
'Til the blue skies drive the dark clouds far away.

So will you please say hello to the folks that I know,
Tell them I won't be long.
They'll be happy to know that as you saw me go,
I was singing this song.

After the rain comes the rainbow,
You'll see the rain go, never fear,
We two can wait for tomorrow,
Goodbye to sorrow, my dear.


We'll meet again è una canzone del 1939.
Divenne molto famosa durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il testo era semplice ma al tempo stesso carico di significati. L'intepretazione era duplice.
Chi partiva per una missione di guerra, non sapendo quale esito avrebbe avuto la missione stessa, sperava di poter tornare dai propri cari, dalla donna amata.
Chi restava invece, a piangere la perdita dei propri cari, veniva confortato da quel luogo imprecisato citato dal testo della canzone.
Non si sapeva dove, non si sapeva quando ma li avrebbero incontrati ancora.


Questa canzone, però, è stata anche utilizzata per chiudere l'ultima scena di un famoso film.
Una serie di esplosioni nucleari illuminano il cielo. Fine del film.
Il flm in questione è Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb.

Anche la quinta stagione, si chiudeva in modo simile. Un'esplosione e lo schermo illuminato di bianco (con una bella scritta nera, ... a rivedere quella scena, lo schermo appare "listato a lutto"). La canzone di sottofondo sarebbe potuta essere We'll meet again ma ... davvero troppo come indizio!
In tanti anni ho, abbiamo, individuato tanti e tali riferimenti ai quali Lost si è ispirato ... e uno, fondamentale, ci è sfuggito!
Ma è non è finita qui!
Dr. Strangelove è liberamente ispirato al romanzo Red Alert.
Ci fu una controversia in merito. Nello stesso anno uscì un altro film, Fail-Safe (ispirato ad un omonimo libro) Entrambi i film hanno una trama simile. (l'autore di Red Alert intentò una causa per plagio).
Fail-Safe si conclude con un'esplosione. L'ultima"immagine" è solo bianco abbagliante. Poi appare la scritta FAIL-SAFE.
Il film ruota intorno al fatto che una giornata come tante possa trasformarsi in un incubo. Che in un momento "Will have you sitting on the brink of eternity". Che un banale errore è in grado di scatenare spropositate reazioni a catena. Che, nostante si creda di poter contenere determinate situazioni, l'unica via di salvezza è quella di sacrificare, sacrificarsi in nome di un bene superiore. Perchè lo spettro potrebbe essere "There's nothing to go home to".

Torniamo a Dr. Strangelove. Il titolo, oppurtunamente modificato, ben si adatta alla condizione di Jack nelle ultime puntate della quinta stagione. Dr. Shephard ovvero: come imparò a non preoccuparsi e ad amare la bomba.
Una bomba. Jughead. E' scoppiata, non è scoppiata. Ha funzionato, non ha funzionato.
Per quanto riguarda ciò che ipotizzava Faraday: non ha funzionato.
O meglio, ha funzionato a metà. Non ha cambiato il passato e quindi nemmeno il futuro ma è servita (con buona probabilità) per generare un luogo imprecisato dove potersi incontrare ancora.
Sull'isola, invece, si è resa necessaria un'estrema procedura di fail-safe. Il Dr. Shephard va incontro al suo destino mortale. Salverà l'isola, i suoi amici, il mondo. Jack è il vero fail-safe.


Ma ... they'll meet again.

E veniamo così al momento dell'incontro. Mi sono, sino all'altro giorno, soffermata sul luogo dell'incontro, la Chiesa. Avevo perso di vista, quindi, il momento dell'incontro.
La reunion, il momento decisivo per ricordare ed andare avanti, è subitaneo la nascita del piccolo Aaron! Desmond stava preprando la strada ma il vero punto di svolta è la nascita di Aaron. Nasce e ... tutti sanno che devono andare ...
Bisognava aspettare che Aaron nascesse.
Sappiamo che Aaron, nella timeline line originale, è nato il 1 Novembre del 2004.
In questa timeline alternativa, la nascita di Aaron viene collocata all'incirca una settimana dopo il 22 Settembre.

Mi è così venuto in mente un particolare. Ricordate il famoso errore di continuità commesso da Gregg Nations? La famosa ecografia di Claire, quella che recava la data del 22 ottobre 2004?

Nations, in suo intervento su The Fuselage, disse "the date contains both a clue and an error". La cosa venne rabberciata e venne lasciato intendere che l'errore riguardasse il mese e che l'indizio si riferisse all'anno. Alla luce di quanto accaduto: credo che l'indizio fosse il mese e l'errore riguardasse l'anno. Credo quindi che le rivelazioni, rilasciate dal diabolico duo, fossero tese a depistare noi accaniti fan, quelli che non lasciano sfuggire il minimo dettaglio!

Il mese doveva indurci a pensare che il volo non fosse lo stesso. Che fosse altro. Quindi pensare a qualcosa di anomalo. Altro indizio la cicatrice di Jack (in altra sede, ad esempio, sia io che brunella avevamo sollevato qualche dubbio in merito alla "nuova" cicatrice di Jack. Brunella giustamente aveva fatto notare che risultava alquanto strano che un uomo, quarantenne, non si ricordasse di avere una cicatrice. Eppure nudo si sarà visto! Io avevo sollevato il dubbio in merito al colore. Troppo rosata, troppo visibile per essere una cicatrice di 30 anni e passa prima!) Oppure la stramba richiesta di Claire, accolta dal Dr. Goodspeed (Ethan non quello di The Rock! eh eh eh), di rimandare il parto (a travaglio iniziato e praticamente quasi a termine gravidanza!)

L'anno, e qui probabilmente risiede l'errore, non doveva essere visualizzato. Proprio per non dare una definitiva temporalità agli eventi sideways.
Sappiamo che non esiste un "ora".

Torniamo al momento della nascita di Aaron. Nell'economia dei fatti riguardanti questo giorno (1 Novembre) abbiamo dimenticato che l'evento (nascita di Aaron) è legato ad un altro rilevante evento (la morte di Boone).

Morte e nascita. Sull'isola, il 1 Novembre, finiva una vita e ne cominciava un'altra.

Ed ecco perchè il momento, per incontrarsi e ricordare, avviene nel giorno della nascita di Aaron. Lasciare una vita (quella sideway) andare avanti e iniziarne una nuova (quella oltre la luce)

Perchè quel giorno, quel momento simboleggiano il cosiddetto Circle of Life.

It's the Circle of Life
And it moves us all
Through despair and hope
Through faith and love
Till we find our place
On the path unwinding
In the Circle
The Circle of Life


Infine se aggiungiamo, alla data 22 ottobre, poco più di una settimana ... arriviamo giusti giusti al 1 Novembre.

venerdì 11 giugno 2010

Lost e l’età anarchica

Gian Battista Vico postulava tre fasi della cultura e della civiltà occidentale: teocratica, aristocratica e democratica. La terza fase sarebbe stata seguìta da un’età caotica (o anarchica), la quale avrebbe dato origine a una nuova età teocratica.


Harold Bloom riprende questa schematizzazione per interpretare la storia della scrittura occidentale. L’intero ciclo della scrittura occidentale rappresenta quello che lui chiama il canone occidentale. Il canone occidentale consiste propriamente nell’aspirazione di ciascuna opera a essere eccezione nel confrontarsi con la grandezza. Ci sono poi due tipi di opere canoniche; il primo è costituito da quel tipo di opere che restano una singolarità che mai assimiliamo del tutto; il secondo è costituito da quelle opere delle cui idiosincrasie restiamo schiavi.


A nessuno fa piacere sentirsi dire di competere con Dante o con Shakespeare, eppure, probabilmente, fu questa lotta per la grandezza a spingere Joyce a scrivere il Finnegans Wake, il quale - assieme a Proust, Freud, Kafka e altri - inaugura l’età anarchica. Non può esserci scrittura canonica senza un condizionamento difficile da digerire e di fronte cui aspirare all’eccezione. La tradizione non è solo qualcosa che si tramanda, ma anche un conflitto tra passato e futuro, tra ciò che si eredita e aspirazione alla sopravvivenza, la cui posta in gioco è l’inclusione nel canone occidentale. Il minimo comune denominatore del canone occidentale è il rapporto nevrotico con la grandezza, tra mitizzazione e annientamento. Dopo Dante e Shakespeare, non ci sono quasi figure che si liberano dall’ansia della grandezza; perché la grandezza riconosce la grandezza e da essa è annebbiata.


Personalmente, concepisco Lost come un fenomeno non soltanto televisivo, ma di scrittura. Che sia elitario o meno in questo contesto non m’interessa. Nè m’interessa il rapporto tra scienza, filosofia e teologia. Penso che faccia parte del canone occidentale nella sua fase anarchica. Come il Finnegans Wake di Joyce, Lost è smontabile e fa un uso serio-comico del ciclo di cui esso stesso fa parte. Ne è segno la banalità televisiva e la pseudocultura del web in cui è inevitabilmente collocato. Gli autori di Lost non hanno scelto i loro precursori, ne sono stati scelti. Hanno avuto però l’intelligenza di considerarli con-posti, e quindi scomponibili.


giovedì 10 giugno 2010

SUB LOST: the show only real when shared…

Lost è stata una serie innovativa sotto tanti punti di vista.

Uno dei più significativi è legato alle sue molteplici possibilità di fruizione. Tanto per rimanere alle principali: in diretta/differita/replica tv (satellitare e non), in streaming, in versione file video reperibile nei modi più diversi dalla rete (ma per lo più via p2p, ovvero file-sharing).

Gli stessi tempi di “visione/sincronizzazione” degli spettatori di varie piattaforme con la trama sono poi un aspetto tutto da sviscerare (dedicato a chi lo “spoiler” lo cercava qualche lustro fa solo come appendìce aerodinamica…).

Io vorrei soffermarmi invece su un’altra interessante questione: “il piatto di Lost” va servito in lingua originale, doppiato o con sottotitoli? Questione di gusti e di possibilità di accessus, mi direte! Sì, va bene, ma che dire di sottotitoli che hanno raggiunto il loro apice con più di un poetico congedo, più o meno citazionista (l’ultimo “Ci siamo… Nessun uomo è un’isola…” sembra muoversi tra John Donne e Thomas Merton) in diversi finali di stagione?

Oltretutto anche il sottotitolo, nelle diverse piattaforme, è soggetto ad una varietà di forme (letterale, riassuntivo, soggetto o meno a una o più revisioni).

Ringraziando, pubblicamente le varie èquipe di indomiti e “squattrinati” traduttori che hanno permesso in tempi record a milioni di spettatori di rimanere in pari con la Serie, mi chiedo quale valore (aggiunto) abbia avuto per molti di noi non avvezzi alla recitazione in lingua originale (anche per chi padroneggia “l’anglosassone”) seguire in tal modo la Serie.

La fruizione di Lost mi sembra confermarsi, sotto tale aspetto, realmente cooperativa, integrando anche con questo originale e imperdibile apporto dei "sottotitolatori" (che ci hanno regalato ulteriori emozioni con nick-names che più “pop” non si può) l’idea già medievale che un’opera appartiene ad una collettività: Lost è patrimonio e contributo di tutti, fin nei minimi ma non trascurabili aspetti.

Come in un grande casting, ognuno di noi finisce per ricevere la propria particina…

[…] DICONO CHE NESSUN UOMO SIA UN'ISOLA, MA NOI TUTTI INSIEME PER QUESTO FANTASTICO VIAGGIO, LO SIAMO STATI. GRAZIE. E PER L'ULTIMA VOLTA... (mentre l'occhio di jack morente si chiude) LOST.


sabato 5 giugno 2010

Il canone occidentale

Harold Bloom, il più amato e odiato storico, teorico e critico della letteratura del secondo Novecento, fra i più influenti e discussi conoscitori della cultura occidentale ancora viventi, spesso accusato di snobismo, ebreo newyorkese - ma che per essere più alla moda avrebbe preferito nascere “donna eschimese” -, nel suo libro più importante, cui ho barbaramente rubato il titolo del mio post, sostiene che nella produzione culturale occidentale esista, al di qua e al di là delle differenze, un filo rosso, un filo conduttore. Questo filo conduttore corre, sostanzialmente, sull’asse Dante-Joyce; raggiunge il suo acme in Shakespeare, e consiste nel tentativo di esprimere, mediante un’opera creativa, l’intera conoscenza umana dell’epoca e la relativa visione del mondo. Almeno che io sappia, Bloom si è occupato di qualsiasi forma culturale, eccetto che di cinema e di televisione (magari qualche suo scritto a proposito ci sarà, ma io non lo conosco).


Slavoj Žižek, sloveno, fra i più influenti filosofi a livello globale, ha inaugurato, ai massimi livelli, la tendenza di far dialogare cultura altissima (Spinoza, Hegel, Marx) con quella che si è soliti definire cultura pop: cinema, televisione; persino pornografia. Celeberrimo è il suo libro su Matrix (S. Žižek, Benvenuti nel deserto del reale, Roma, 2002), dove egli espone, fra le altre tantissime cose, che gli autori si siano ispirati a Lacan. E’ autoevidente che la stragrande maggioranza degli spettatori di Matrix “bollerebbe” le asserzioni di Žižek come “fuori luogo”; ma questo per il semplice fatto che non capiscono una mazza di filosofia e che a lui non gliene fotte di farsi capire da loro. La democrazia, direbbe Žižek, non è parlare e/o farsi capire da tutti, ma avere la libertà di scegliere i propri interlocutori, fosse anche uno solo.

Lost rientra, a mio parere, nel “canone occidentale”, ne ha pienamente le caratteristiche, l’ambizione-illusione, tipicamente occidentale, di “sincretizzare” la conoscenza del tempo e la sua visione del mondo. Non importa se le tesi di fisica teorica e di teologia, secondo i parametri attuali, sono conciliabili tra loro o no. Quel che conta è il tentativo di aver provato a mettere insieme il sapere in-attuale secondo una prospettiva escatologica (il che, poi, non significa altro, etimologicamente, che parlare delle cose ultime). Lost, ci sono ottime probabilità, secondo me, sarà una pietra miliare della cultura occidentale del XXI secolo, perché, come tutte le opere significative, fa i conti col tempo e col senso.

giovedì 3 giugno 2010

Confession of a Lostaholic

Lostaholic lo son stata sin dall'inizio. E' stato un colpo di fulmine. Vista la prima puntata, ho capito che la passione sarebbe stata insana.
Nel tempo ho coltivato, quasi in modo maniacale, questo vizio. Ogni puntata forniva sempre quel qualcosa che andava ad alimentare quella voglia di sapere, scoprire, ipotizzare.

Io amavo Lost e Lost amava me. Alimentava, alzando anche parecchio la posta, la mia passione. Però, come spesso accade nelle storie di passione bruciante, arriva un momento in cui bisogna scrivere la parola "fine". Time to let go.
E Lost l'ha fatto.
Ed io mi sento come quelle fidanzate che, pur sapendo che la storia avrebbe avuto una fine, iniziano ad analizzare tutti i passaggi salienti della storia stessa. Iniziano a fare un bilancio e si scoprono intente a recriminare.

Lo confesso ... ... I'm not celebrating ... because you left ... you left me behind
Lost è andato avanti. Io invece sono rimasta indietro, mi ha lasciata indietro!

Sono rimasta indietro a chiedermi perchè lasciarsi in quel modo.
Sono rimasta indietro a chiedermi perchè non abbia voluto e potuto concedere anche a me il tempo per capire, ricordare e finalmente andare avanti.
Sono rimasta indietro a chiedermi perchè Lost, parafrasando le parole di Desmond, non abbia scelto la via del "I'm not here to hurt you, I'm here to help you ... to let go"
Sono rimasta indietro perchè non riesco ad accettare che "What's done is done"
Sono rimasta indietro a riflettere sulla famosa massima,"If we can't live together, we're going to die alone." E noi abbiamo vissuto insieme ...
Sono rimasta indietro perchè, proprio io e proprio alla fine, non riesco a dire "I believe you. I don't understand you, but I believe you".
Sono rimasta indietro a rimuginare che "I didn't sign up for this"
Sono rimasta indietro a riflettere in merito a "...blindly following someone in the hopes that they'll lead you to whatever it is you're looking for"
Sono rimasta indietro a compatirmi per aver dimenticato che è sempre stato " ... a leap of faith"
Sono rimasta indietro a consolarmi ricordando che ... "You're not the only one who didn't find what they were looking for".

Il pastore cristiano potrebbe dirmi "The problem is you're just not good at letting go."

E' probabile, sono una Lostaholic ... la speranza è che ... "We're all convinced sooner or later" ...


Lettori fissi