Ci sono momenti nella vita, a volte brevi altre volte meno, che la caratterizzano spingendola con un soffio in una qualche direzione, imprimendole una traiettoria apparentemente obbligata.
Ebbene, in questi periodi le relazioni con l’ambiente che ci circonda e con gli altri divengono intense, morbose, oserei dire simbiotiche.
Sono quei segmenti di vita che alla fine dei nostri giorni, guardandoci indietro, ci appaiono chiari come un lampo che squarcia il buio, molto più che semplici ricordi, e ci accorgiamo che forse, hanno dato un senso alla nostra esistenza.
In ognuno di noi è chiaro questo elemento, questa scintilla che ci appartiene e che il nostro istinto tende a non sprecare e ad ognuno di noi è data almeno un’occasione per adempiere al proprio compito; non c’è bisogno di un’isola da custodire, nelle nostre vite non c’è alcuna necessità di salvare il mondo da un’implosione spingendo un bottone, perché all’interno delle relazioni createsi, ogni nostra azione è già importante poiché tesa a mantenere un equilibrio e fuori da questi c’è una trama ancor più ampia di relazioni, che sostiene il mondo.
Siamo ugualmente indispensabili nel bene e nel male proprio come i losties sull’isola.
In quest’ottica LOST diviene un inno alla vita e la scelta di missioni così forti e così importanti è solo un’opzione narrativa tesa ad esacerbare questo concetto.
A questo punto però, bisogna andare oltre la vita, si fa forte la necessità di avere, per ognuno di noi, un finale edificante che è poi, ciò a cui tutti aspiriamo, non fosse altro che per difenderci dalla consapevolezza e dalla insostenibilità della miserabile condizione umana; altrimenti a cosa è valso tutto quest’affannarsi? E dove andrà a finire quella scintilla di luce?
Ed è in questo preciso istante che nasce “The end”, un finale frutto di una scelta semplice ma non banale.
Semplice perché arriva diretto a tutti i livelli di consapevolezza, non banale perché omnicomprensivo di gran parte della mistica dal medioevo in poi e forse anche prima.
Cogliere e sentir proprio, nel senso di intimo, questo aspetto è fondamentale, perché rende inutile ogni tentativo esplicativo nei confronti di qualsivoglia aspetto tecnico.
Perché quando si riesce a cogliere l’essenza di una bella opera, le domande si fanno da parte e si rimane in contemplazione, sperando di rimanervi per chissà quanto tempo ancora.
Questa, è oggi ancora la mia condizione, e tenterò di prolungarla quanto più mi sarà possibile, per trattenere in me quel senso di appagamento dal retrogusto vagamente amaro; poi tutto svanirà e anche per me verrà il tempo delle domande, del gatto di Schrödinger, della fisica relativistica, della lotta tra destino e libero arbitrio e del senso religioso di Lost.
Non oggi però, non adesso, ho paura che chiudendo gli occhi tutto possa davvero finire.
Namaste




