giovedì 12 marzo 2026

Che succederebbe se organizzassi una proiezione e venissero tutti?

Su questo blog si è spesso parlato di Mark Fisher, per la sua capacità di leggere la realtà e anche per i suoi multiformi interessi che spesso hanno incrociato i temi trattati qui sulla Lavagna, soprattutto al crocevia tra musica, cinema, televisione, cultura popolare e teoria politica.

Non a caso, ne torniamo a parlare all’indomani della proiezione trentina di We are making a Film about Mark Fisher, oggetto audiovisivo non identificato (parte documentario, parte fiction, parte evocazione di immaginari passati e possibili) nato tra il 2024 e il 2025 dal sodalizio di Sophie Mellor e Simon Poulter, Close and Remote, a partire da una call su Instagram, senza budget e con il contributo volontario di molte persone che Fisher lo hanno conosciuto o che comunque ne sono state influenzate.

L’affluenza alla proiezione è stata sorprendente, e in qualche modo confortante, perché segnale di un noi emergente e catalizzato (in modo eerie) da Mark Fisher, che continua ad agire sulla realtà pur essendosene allontanato ormai nove anni fa, e che per molti - tra cui Federico Zappini della Libreria Due Punti, che ha animato il confronto dopo la visione - è stato ed è riferimento decisivo per la propria coscienza critica. Persone che non avevano mai letto nulla di questo autore si sono trovate immerse nei suoni e nelle immagini di un prodotto che ha efficacemente canalizzato il pensiero di Mark Fisher.

Il prodotto è molto British-centrico, inevitabilmente, e trasmette molto bene la fatica di essere immersi nel TINA (There is no alternative) del Realismo Capitalista, veicolato anche da quelle forze politiche (il Laburismo da Blair in avanti) che dovrebbero contrastarlo e che invece lo danno per ineluttabile (è quello il Castello dei Vampiri anch’esso molto presente nella storia).

La cornice narrativa può risultare ostica, quasi esoterica, per chi non ha i riferimenti culturali evocati dal film: il personaggio che ci accompagna nell’Inghilterra del tardo capitalismo, catapultato all’inizio della narrazione sulla spiaggia di Felixstowe, arriva da un racconto di fantasmi di M.R. James del 1904, 'Oh, Whistle, and I'll Come to You, My Lad', trasposto in un celebre adattamento BBC nel 1968, ed è impersonato da Justin Hopper, artista che ha fatto musica per l’etichetta Ghost Box, massima esponente della musica hauntologica.

 

I titoli di coda, significativamente, ricalcano quelli di testa della serie eerie per eccellenza, quel Sapphire and Steel su cui Mark Fisher ha scritto molto, usandone la puntata finale come metafora di quella lenta cancellazione del futuro che è oggetto del saggio che sta all’inizio del suo Ghosts of my life.

 

Insomma, Mark Fisher infesta il presente e lo stimola, esercitando una agency che gli è sopravvissuta, e che è positiva, entusiastica addirittura, psichedelica in senso stretto (e non in quello hippy, a lui poco congeniale): apre la mente del singolo e del collettivo, crea connessioni inopinate, lascia fiorire il nuovo, volge in positivo la rabbia, irride la rassegnazione – quella stessa rassegnazione che forse lo ha portato via da questo mondo. Coerenti con il concetto di iperstizione, se ci crediamo renderemo possibile quello che Mark Fisher intuiva e che ci ha mostrato, nei mille rivoli della sua produzione (che qualcuno in sala ha appropriatamente definito ctonia).

We are making a Film about Mark Fisher voleva essere un modo per iperstizionare un mondo diverso: se in così tanti – in tutto il mondo – lo stiamo guardando, forse sta funzionando. Ora tocca a noi. So are you.

Lettori fissi