Non a caso, ne torniamo a parlare all’indomani della proiezione
trentina di We are making a Film about Mark Fisher, oggetto
audiovisivo non identificato (parte documentario, parte fiction, parte
evocazione di immaginari passati e possibili) nato tra il 2024 e il 2025
dal sodalizio di Sophie Mellor e Simon Poulter, Close and Remote, a partire da una
call su Instagram, senza budget e con il contributo volontario di molte persone
che Fisher lo hanno conosciuto o che comunque ne sono state influenzate.
L’affluenza alla proiezione è stata sorprendente, e in qualche modo confortante, perché segnale di un noi emergente e catalizzato (in modo eerie) da Mark Fisher, che continua ad agire sulla realtà pur essendosene allontanato ormai nove anni fa, e che per molti - tra cui Federico Zappini della Libreria Due Punti, che ha animato il confronto dopo la visione - è stato ed è riferimento decisivo per la propria coscienza critica. Persone che non avevano mai letto nulla di questo autore si sono trovate immerse nei suoni e nelle immagini di un prodotto che ha efficacemente canalizzato il pensiero di Mark Fisher.
Il prodotto è molto British-centrico, inevitabilmente, e
trasmette molto bene la fatica di essere immersi nel TINA (There is no
alternative) del Realismo Capitalista, veicolato anche da quelle
forze politiche (il Laburismo da Blair in avanti) che dovrebbero contrastarlo e
che invece lo danno per ineluttabile (è quello il Castello
dei Vampiri anch’esso molto presente nella storia).
La cornice narrativa può risultare ostica, quasi esoterica,
per chi non ha i riferimenti culturali evocati dal film: il personaggio che ci
accompagna nell’Inghilterra del tardo capitalismo, catapultato all’inizio della
narrazione sulla spiaggia di Felixstowe, arriva da un racconto di fantasmi di
M.R. James del 1904, 'Oh, Whistle, and I'll Come to You, My Lad',
trasposto in un celebre adattamento
BBC nel 1968, ed è impersonato da Justin
Hopper, artista che ha fatto musica per l’etichetta Ghost Box,
massima esponente della musica hauntologica.
I titoli di coda, significativamente, ricalcano quelli di
testa della serie eerie per eccellenza, quel Sapphire and Steel su cui
Mark Fisher ha scritto molto, usandone la puntata finale come metafora di
quella lenta
cancellazione del futuro che è oggetto del saggio che sta all’inizio del suo Ghosts
of my life.
Insomma, Mark Fisher infesta il presente e lo
stimola, esercitando una agency che gli è sopravvissuta, e che è
positiva, entusiastica addirittura, psichedelica in senso stretto (e non
in quello hippy, a lui poco congeniale): apre la mente del singolo e del
collettivo, crea connessioni inopinate, lascia fiorire il nuovo, volge in
positivo la rabbia, irride la rassegnazione – quella stessa rassegnazione che
forse lo ha portato via da questo mondo. Coerenti con il concetto di iperstizione,
se ci crediamo renderemo possibile quello che Mark Fisher intuiva e che ci ha
mostrato, nei mille rivoli della sua produzione (che qualcuno in sala ha
appropriatamente definito ctonia).
We are making a Film about Mark Fisher voleva essere un modo per iperstizionare un mondo diverso: se in così tanti – in tutto il mondo – lo stiamo guardando, forse sta funzionando. Ora tocca a noi. So are you.