Fisica e filosofia nel serial televisivo LOST

lunedì 14 giugno 2010

We'll meet again














Ovvero, il post degli indizi che abbiamo "perso".

Let's say goodbye with a smile, dear,
Just for a while, dear, we must part.
Don't let the parting upset you,
I'll not forget you, sweetheart.

We'll meet again, don't know where, don't know when,
But I know we'll meet again, some sunny day.
Keep smiling through, just like you always do,
'Til the blue skies drive the dark clouds far away.

So will you please say hello to the folks that I know,
Tell them I won't be long.
They'll be happy to know that as you saw me go,
I was singing this song.

After the rain comes the rainbow,
You'll see the rain go, never fear,
We two can wait for tomorrow,
Goodbye to sorrow, my dear.


We'll meet again è una canzone del 1939.
Divenne molto famosa durante la Seconda Guerra Mondiale.
Il testo era semplice ma al tempo stesso carico di significati. L'intepretazione era duplice.
Chi partiva per una missione di guerra, non sapendo quale esito avrebbe avuto la missione stessa, sperava di poter tornare dai propri cari, dalla donna amata.
Chi restava invece, a piangere la perdita dei propri cari, veniva confortato da quel luogo imprecisato citato dal testo della canzone.
Non si sapeva dove, non si sapeva quando ma li avrebbero incontrati ancora.


Questa canzone, però, è stata anche utilizzata per chiudere l'ultima scena di un famoso film.
Una serie di esplosioni nucleari illuminano il cielo. Fine del film.
Il flm in questione è Dr. Strangelove or: How I Learned to Stop Worrying and Love the Bomb.

Anche la quinta stagione, si chiudeva in modo simile. Un'esplosione e lo schermo illuminato di bianco (con una bella scritta nera, ... a rivedere quella scena, lo schermo appare "listato a lutto"). La canzone di sottofondo sarebbe potuta essere We'll meet again ma ... davvero troppo come indizio!
In tanti anni ho, abbiamo, individuato tanti e tali riferimenti ai quali Lost si è ispirato ... e uno, fondamentale, ci è sfuggito!
Ma è non è finita qui!
Dr. Strangelove è liberamente ispirato al romanzo Red Alert.
Ci fu una controversia in merito. Nello stesso anno uscì un altro film, Fail-Safe (ispirato ad un omonimo libro) Entrambi i film hanno una trama simile. (l'autore di Red Alert intentò una causa per plagio).
Fail-Safe si conclude con un'esplosione. L'ultima"immagine" è solo bianco abbagliante. Poi appare la scritta FAIL-SAFE.
Il film ruota intorno al fatto che una giornata come tante possa trasformarsi in un incubo. Che in un momento "Will have you sitting on the brink of eternity". Che un banale errore è in grado di scatenare spropositate reazioni a catena. Che, nostante si creda di poter contenere determinate situazioni, l'unica via di salvezza è quella di sacrificare, sacrificarsi in nome di un bene superiore. Perchè lo spettro potrebbe essere "There's nothing to go home to".

Torniamo a Dr. Strangelove. Il titolo, oppurtunamente modificato, ben si adatta alla condizione di Jack nelle ultime puntate della quinta stagione. Dr. Shephard ovvero: come imparò a non preoccuparsi e ad amare la bomba.
Una bomba. Jughead. E' scoppiata, non è scoppiata. Ha funzionato, non ha funzionato.
Per quanto riguarda ciò che ipotizzava Faraday: non ha funzionato.
O meglio, ha funzionato a metà. Non ha cambiato il passato e quindi nemmeno il futuro ma è servita (con buona probabilità) per generare un luogo imprecisato dove potersi incontrare ancora.
Sull'isola, invece, si è resa necessaria un'estrema procedura di fail-safe. Il Dr. Shephard va incontro al suo destino mortale. Salverà l'isola, i suoi amici, il mondo. Jack è il vero fail-safe.


Ma ... they'll meet again.

E veniamo così al momento dell'incontro. Mi sono, sino all'altro giorno, soffermata sul luogo dell'incontro, la Chiesa. Avevo perso di vista, quindi, il momento dell'incontro.
La reunion, il momento decisivo per ricordare ed andare avanti, è subitaneo la nascita del piccolo Aaron! Desmond stava preprando la strada ma il vero punto di svolta è la nascita di Aaron. Nasce e ... tutti sanno che devono andare ...
Bisognava aspettare che Aaron nascesse.
Sappiamo che Aaron, nella timeline line originale, è nato il 1 Novembre del 2004.
In questa timeline alternativa, la nascita di Aaron viene collocata all'incirca una settimana dopo il 22 Settembre.

Mi è così venuto in mente un particolare. Ricordate il famoso errore di continuità commesso da Gregg Nations? La famosa ecografia di Claire, quella che recava la data del 22 ottobre 2004?

Nations, in suo intervento su The Fuselage, disse "the date contains both a clue and an error". La cosa venne rabberciata e venne lasciato intendere che l'errore riguardasse il mese e che l'indizio si riferisse all'anno. Alla luce di quanto accaduto: credo che l'indizio fosse il mese e l'errore riguardasse l'anno. Credo quindi che le rivelazioni, rilasciate dal diabolico duo, fossero tese a depistare noi accaniti fan, quelli che non lasciano sfuggire il minimo dettaglio!

Il mese doveva indurci a pensare che il volo non fosse lo stesso. Che fosse altro. Quindi pensare a qualcosa di anomalo. Altro indizio la cicatrice di Jack (in altra sede, ad esempio, sia io che brunella avevamo sollevato qualche dubbio in merito alla "nuova" cicatrice di Jack. Brunella giustamente aveva fatto notare che risultava alquanto strano che un uomo, quarantenne, non si ricordasse di avere una cicatrice. Eppure nudo si sarà visto! Io avevo sollevato il dubbio in merito al colore. Troppo rosata, troppo visibile per essere una cicatrice di 30 anni e passa prima!) Oppure la stramba richiesta di Claire, accolta dal Dr. Goodspeed (Ethan non quello di The Rock! eh eh eh), di rimandare il parto (a travaglio iniziato e praticamente quasi a termine gravidanza!)

L'anno, e qui probabilmente risiede l'errore, non doveva essere visualizzato. Proprio per non dare una definitiva temporalità agli eventi sideways.
Sappiamo che non esiste un "ora".

Torniamo al momento della nascita di Aaron. Nell'economia dei fatti riguardanti questo giorno (1 Novembre) abbiamo dimenticato che l'evento (nascita di Aaron) è legato ad un altro rilevante evento (la morte di Boone).

Morte e nascita. Sull'isola, il 1 Novembre, finiva una vita e ne cominciava un'altra.

Ed ecco perchè il momento, per incontrarsi e ricordare, avviene nel giorno della nascita di Aaron. Lasciare una vita (quella sideway) andare avanti e iniziarne una nuova (quella oltre la luce)

Perchè quel giorno, quel momento simboleggiano il cosiddetto Circle of Life.

It's the Circle of Life
And it moves us all
Through despair and hope
Through faith and love
Till we find our place
On the path unwinding
In the Circle
The Circle of Life


Infine se aggiungiamo, alla data 22 ottobre, poco più di una settimana ... arriviamo giusti giusti al 1 Novembre.

venerdì 11 giugno 2010

Lost e l’età anarchica

Gian Battista Vico postulava tre fasi della cultura e della civiltà occidentale: teocratica, aristocratica e democratica. La terza fase sarebbe stata seguìta da un’età caotica (o anarchica), la quale avrebbe dato origine a una nuova età teocratica.


Harold Bloom riprende questa schematizzazione per interpretare la storia della scrittura occidentale. L’intero ciclo della scrittura occidentale rappresenta quello che lui chiama il canone occidentale. Il canone occidentale consiste propriamente nell’aspirazione di ciascuna opera a essere eccezione nel confrontarsi con la grandezza. Ci sono poi due tipi di opere canoniche; il primo è costituito da quel tipo di opere che restano una singolarità che mai assimiliamo del tutto; il secondo è costituito da quelle opere delle cui idiosincrasie restiamo schiavi.


A nessuno fa piacere sentirsi dire di competere con Dante o con Shakespeare, eppure, probabilmente, fu questa lotta per la grandezza a spingere Joyce a scrivere il Finnegans Wake, il quale - assieme a Proust, Freud, Kafka e altri - inaugura l’età anarchica. Non può esserci scrittura canonica senza un condizionamento difficile da digerire e di fronte cui aspirare all’eccezione. La tradizione non è solo qualcosa che si tramanda, ma anche un conflitto tra passato e futuro, tra ciò che si eredita e aspirazione alla sopravvivenza, la cui posta in gioco è l’inclusione nel canone occidentale. Il minimo comune denominatore del canone occidentale è il rapporto nevrotico con la grandezza, tra mitizzazione e annientamento. Dopo Dante e Shakespeare, non ci sono quasi figure che si liberano dall’ansia della grandezza; perché la grandezza riconosce la grandezza e da essa è annebbiata.


Personalmente, concepisco Lost come un fenomeno non soltanto televisivo, ma di scrittura. Che sia elitario o meno in questo contesto non m’interessa. Nè m’interessa il rapporto tra scienza, filosofia e teologia. Penso che faccia parte del canone occidentale nella sua fase anarchica. Come il Finnegans Wake di Joyce, Lost è smontabile e fa un uso serio-comico del ciclo di cui esso stesso fa parte. Ne è segno la banalità televisiva e la pseudocultura del web in cui è inevitabilmente collocato. Gli autori di Lost non hanno scelto i loro precursori, ne sono stati scelti. Hanno avuto però l’intelligenza di considerarli con-posti, e quindi scomponibili.


giovedì 10 giugno 2010

SUB LOST: the show only real when shared…

Lost è stata una serie innovativa sotto tanti punti di vista.

Uno dei più significativi è legato alle sue molteplici possibilità di fruizione. Tanto per rimanere alle principali: in diretta/differita/replica tv (satellitare e non), in streaming, in versione file video reperibile nei modi più diversi dalla rete (ma per lo più via p2p, ovvero file-sharing).

Gli stessi tempi di “visione/sincronizzazione” degli spettatori di varie piattaforme con la trama sono poi un aspetto tutto da sviscerare (dedicato a chi lo “spoiler” lo cercava qualche lustro fa solo come appendìce aerodinamica…).

Io vorrei soffermarmi invece su un’altra interessante questione: “il piatto di Lost” va servito in lingua originale, doppiato o con sottotitoli? Questione di gusti e di possibilità di accessus, mi direte! Sì, va bene, ma che dire di sottotitoli che hanno raggiunto il loro apice con più di un poetico congedo, più o meno citazionista (l’ultimo “Ci siamo… Nessun uomo è un’isola…” sembra muoversi tra John Donne e Thomas Merton) in diversi finali di stagione?

Oltretutto anche il sottotitolo, nelle diverse piattaforme, è soggetto ad una varietà di forme (letterale, riassuntivo, soggetto o meno a una o più revisioni).

Ringraziando, pubblicamente le varie èquipe di indomiti e “squattrinati” traduttori che hanno permesso in tempi record a milioni di spettatori di rimanere in pari con la Serie, mi chiedo quale valore (aggiunto) abbia avuto per molti di noi non avvezzi alla recitazione in lingua originale (anche per chi padroneggia “l’anglosassone”) seguire in tal modo la Serie.

La fruizione di Lost mi sembra confermarsi, sotto tale aspetto, realmente cooperativa, integrando anche con questo originale e imperdibile apporto dei "sottotitolatori" (che ci hanno regalato ulteriori emozioni con nick-names che più “pop” non si può) l’idea già medievale che un’opera appartiene ad una collettività: Lost è patrimonio e contributo di tutti, fin nei minimi ma non trascurabili aspetti.

Come in un grande casting, ognuno di noi finisce per ricevere la propria particina…

[…] DICONO CHE NESSUN UOMO SIA UN'ISOLA, MA NOI TUTTI INSIEME PER QUESTO FANTASTICO VIAGGIO, LO SIAMO STATI. GRAZIE. E PER L'ULTIMA VOLTA... (mentre l'occhio di jack morente si chiude) LOST.


sabato 5 giugno 2010

Il canone occidentale

Harold Bloom, il più amato e odiato storico, teorico e critico della letteratura del secondo Novecento, fra i più influenti e discussi conoscitori della cultura occidentale ancora viventi, spesso accusato di snobismo, ebreo newyorkese - ma che per essere più alla moda avrebbe preferito nascere “donna eschimese” -, nel suo libro più importante, cui ho barbaramente rubato il titolo del mio post, sostiene che nella produzione culturale occidentale esista, al di qua e al di là delle differenze, un filo rosso, un filo conduttore. Questo filo conduttore corre, sostanzialmente, sull’asse Dante-Joyce; raggiunge il suo acme in Shakespeare, e consiste nel tentativo di esprimere, mediante un’opera creativa, l’intera conoscenza umana dell’epoca e la relativa visione del mondo. Almeno che io sappia, Bloom si è occupato di qualsiasi forma culturale, eccetto che di cinema e di televisione (magari qualche suo scritto a proposito ci sarà, ma io non lo conosco).


Slavoj Žižek, sloveno, fra i più influenti filosofi a livello globale, ha inaugurato, ai massimi livelli, la tendenza di far dialogare cultura altissima (Spinoza, Hegel, Marx) con quella che si è soliti definire cultura pop: cinema, televisione; persino pornografia. Celeberrimo è il suo libro su Matrix (S. Žižek, Benvenuti nel deserto del reale, Roma, 2002), dove egli espone, fra le altre tantissime cose, che gli autori si siano ispirati a Lacan. E’ autoevidente che la stragrande maggioranza degli spettatori di Matrix “bollerebbe” le asserzioni di Žižek come “fuori luogo”; ma questo per il semplice fatto che non capiscono una mazza di filosofia e che a lui non gliene fotte di farsi capire da loro. La democrazia, direbbe Žižek, non è parlare e/o farsi capire da tutti, ma avere la libertà di scegliere i propri interlocutori, fosse anche uno solo.

Lost rientra, a mio parere, nel “canone occidentale”, ne ha pienamente le caratteristiche, l’ambizione-illusione, tipicamente occidentale, di “sincretizzare” la conoscenza del tempo e la sua visione del mondo. Non importa se le tesi di fisica teorica e di teologia, secondo i parametri attuali, sono conciliabili tra loro o no. Quel che conta è il tentativo di aver provato a mettere insieme il sapere in-attuale secondo una prospettiva escatologica (il che, poi, non significa altro, etimologicamente, che parlare delle cose ultime). Lost, ci sono ottime probabilità, secondo me, sarà una pietra miliare della cultura occidentale del XXI secolo, perché, come tutte le opere significative, fa i conti col tempo e col senso.

giovedì 3 giugno 2010

Confession of a Lostaholic

Lostaholic lo son stata sin dall'inizio. E' stato un colpo di fulmine. Vista la prima puntata, ho capito che la passione sarebbe stata insana.
Nel tempo ho coltivato, quasi in modo maniacale, questo vizio. Ogni puntata forniva sempre quel qualcosa che andava ad alimentare quella voglia di sapere, scoprire, ipotizzare.

Io amavo Lost e Lost amava me. Alimentava, alzando anche parecchio la posta, la mia passione. Però, come spesso accade nelle storie di passione bruciante, arriva un momento in cui bisogna scrivere la parola "fine". Time to let go.
E Lost l'ha fatto.
Ed io mi sento come quelle fidanzate che, pur sapendo che la storia avrebbe avuto una fine, iniziano ad analizzare tutti i passaggi salienti della storia stessa. Iniziano a fare un bilancio e si scoprono intente a recriminare.

Lo confesso ... ... I'm not celebrating ... because you left ... you left me behind
Lost è andato avanti. Io invece sono rimasta indietro, mi ha lasciata indietro!

Sono rimasta indietro a chiedermi perchè lasciarsi in quel modo.
Sono rimasta indietro a chiedermi perchè non abbia voluto e potuto concedere anche a me il tempo per capire, ricordare e finalmente andare avanti.
Sono rimasta indietro a chiedermi perchè Lost, parafrasando le parole di Desmond, non abbia scelto la via del "I'm not here to hurt you, I'm here to help you ... to let go"
Sono rimasta indietro perchè non riesco ad accettare che "What's done is done"
Sono rimasta indietro a riflettere sulla famosa massima,"If we can't live together, we're going to die alone." E noi abbiamo vissuto insieme ...
Sono rimasta indietro perchè, proprio io e proprio alla fine, non riesco a dire "I believe you. I don't understand you, but I believe you".
Sono rimasta indietro a rimuginare che "I didn't sign up for this"
Sono rimasta indietro a riflettere in merito a "...blindly following someone in the hopes that they'll lead you to whatever it is you're looking for"
Sono rimasta indietro a compatirmi per aver dimenticato che è sempre stato " ... a leap of faith"
Sono rimasta indietro a consolarmi ricordando che ... "You're not the only one who didn't find what they were looking for".

Il pastore cristiano potrebbe dirmi "The problem is you're just not good at letting go."

E' probabile, sono una Lostaholic ... la speranza è che ... "We're all convinced sooner or later" ...


mercoledì 2 giugno 2010

Gruppo di controllo: quaderni dal sottosuolo

I fans di Lost hanno riempito il quaderno-web (un po' come noi riempiamo la Lavagna di Faraday) con le loro osservazioni: facciamo in modo che il tubo pneumatico della stazione Dharma non posti verso il Nulla...

Senza "togliere luce" ai post precedenti, con i quali vi invito a interagire, ho “spigolato” qua e là per voi, un po' come per le mie precedenti note di orientamento, alcune interessanti questioni.

Ve l'avevamo detto! (firmato: il Gatto e la Volpe) E' gioco-forza in questi giorni di congedo da Lost capire da quanto esisteva un finale. Grazie a Marco Romandini ho focalizzato che, mentre gli spettatori aspettano ben presto al varco gli autori con domande e forti attese, ai produttori non interessa poi tanto sapere come finisce una serie. I produttori, quelli che ci mettono i danèe, si muovono quando una puntata pilota funziona, sperando che poi ci sia abbastanza materiale per portarla avanti. Perciò liberiamoci, a mio avviso, dal pensiero che tutto fosse già definito, ma accontentiamoci, senza troppe polemiche “lunghe dieci minuti”, di accettare la bozza di idee all'origine.

E' altamente improbabile, infatti, che un autore seriale di telefilm presenti subito il suo finale. Quando i produttori di Twin Peaks finirono i soldi, indussero il grandissimo David Lynch ad affrettare una exit strategy, tanto che la conclusione della vicenda lasciò l’amaro in bocca ai più. A Lost, per fortuna, non è toccata questa sorte...

E' un film, e non un serial, ad aver bisogno, per essere valutato, di una conclusione più o meno compiuta. Romandini, infine, consiglia di leggere, a proposito della storia di Twin Peaks, Tennis, Tv, trigonometria, tornado (e altre cose divertenti che non farò mai più) del compianto scrittore David Foster Wallace, che visitò il set lynchano di Lost Highway.

Poche idee, ma... confuse Grazie a Botta, come ha sempre sostenuto anche Alda Merini, ho avuto conferma che quando qualcuno ha le idee confuse finisce per inventare dei discorsi, spacciandoli per veri. Un'isola, dei naufraghi, un aereo, una stazione scientifica – butto lì quattro elementi, tanto per gradire - sono ingredienti con i quali - abbiamo visto - si possono costruire le teorie più disparate.

Invece, chiarire le idee, ricostruire attendibili citazioni e operare collegamenti inter-testuali è un altro paio di maniche.

MyLost Grazie a Sorry ho capito quanto ci si possa appassionare a questa Serie, perché capace di toccare con delicatezza e profondità vicende personali, quali possono essere un grave lutto o un forzato addio, nella speranza che prima o poi tutti noi ci ritroveremo con le persone amate. In tal modo lo spettatore, quando si toccano queste e altre corde così universali, finisce per vivere il suo Lost… e per scrivere il suo finale.

Siamo così sicuri di voler “sparare addosso ai pianisti”, insomma agli Autori, quando sostengono di voler concedere ai fans tale spazio di sogno (!) personale?

Dieci minuti Di assoluto rilievo, infine, che tanti (anche sulla nostra Lavagna) scrivano solo ora per la prima volta, sottolineando molto un aspetto, forse il più condiviso dei tanto laceranti dieci minuti finali: il cerchio si chiude solo quando i protagonisti sono pronti ad accettare la propria morte e hanno assolto i propri compiti. Solo allora passano oltre. Quando Jack sarà diventato, anche lui a tutti gli effetti, uno Shepard, ovvero un Pastore, il ritrovato padre gli spiegherà come stanno le cose, ricordandogli che bisogna portare a termine il proprio compito per avere le risposte, perché l'isola possa finire il suo tempo (... perduto).

In tal senso, non è sembrato ai più un finale deludente quello di Lost, anche perché ci sono film e telefilm a bizzeffe - per non non parlare di libri (vedere i Lostbooks curati da Faramir) - basati su legami con la vita terrena, che si spezzano solo quando i cari estinti non hanno più “questioni in sospeso”. E così “il paradiso può attendere” per Ben (il perdonato che non si perdona), probabilmente per Michael (ancora imprigionato in un sussurrante mondo di dantesca memoria), certamente per Ana Lucia (forse ancora preda di pulsioni assai terrene, quali il danaro), magari con Mr. Eko (ingiustamente non contemplato nella chiesa) che ha forse già risolto con la confessione e la fede le sue pendenze, senza bisogno di passaggi intermedi.

Continuiamo l'esplorazione dei tanti scenari che l'Isola ci ha regalato... attrazione fatale!


martedì 1 giugno 2010

Chiudendo gli occhi

Ci sono momenti nella vita, a volte brevi altre volte meno, che la caratterizzano spingendola con un soffio in una qualche direzione, imprimendole una traiettoria apparentemente obbligata.

Ebbene, in questi periodi le relazioni con l’ambiente che ci circonda e con gli altri divengono intense, morbose, oserei dire simbiotiche.

Sono quei segmenti di vita che alla fine dei nostri giorni, guardandoci indietro, ci appaiono chiari come un lampo che squarcia il buio, molto più che semplici ricordi, e ci accorgiamo che forse, hanno dato un senso alla nostra esistenza.

In ognuno di noi è chiaro questo elemento, questa scintilla che ci appartiene e che il nostro istinto tende a non sprecare e ad ognuno di noi è data almeno un’occasione per adempiere al proprio compito; non c’è bisogno di un’isola da custodire, nelle nostre vite non c’è alcuna necessità di salvare il mondo da un’implosione spingendo un bottone, perché all’interno delle relazioni createsi, ogni nostra azione è già importante poiché tesa a mantenere un equilibrio e fuori da questi c’è una trama ancor più ampia di relazioni, che sostiene il mondo.

Siamo ugualmente indispensabili nel bene e nel male proprio come i losties sull’isola.

In quest’ottica LOST diviene un inno alla vita e la scelta di missioni così forti e così importanti è solo un’opzione narrativa tesa ad esacerbare questo concetto.

A questo punto però, bisogna andare oltre la vita, si fa forte la necessità di avere, per ognuno di noi, un finale edificante che è poi, ciò a cui tutti aspiriamo, non fosse altro che per difenderci dalla consapevolezza e dalla insostenibilità della miserabile condizione umana; altrimenti a cosa è valso tutto quest’affannarsi? E dove andrà a finire quella scintilla di luce?

Ed è in questo preciso istante che nasce “The end”, un finale frutto di una scelta semplice ma non banale.

Semplice perché arriva diretto a tutti i livelli di consapevolezza, non banale perché omnicomprensivo di gran parte della mistica dal medioevo in poi e forse anche prima.

Cogliere e sentir proprio, nel senso di intimo, questo aspetto è fondamentale, perché rende inutile ogni tentativo esplicativo nei confronti di qualsivoglia aspetto tecnico.

Perché quando si riesce a cogliere l’essenza di una bella opera, le domande si fanno da parte e si rimane in contemplazione, sperando di rimanervi per chissà quanto tempo ancora.

Questa, è oggi ancora la mia condizione, e tenterò di prolungarla quanto più mi sarà possibile, per trattenere in me quel senso di appagamento dal retrogusto vagamente amaro; poi tutto svanirà e anche per me verrà il tempo delle domande, del gatto di Schrödinger, della fisica relativistica, della lotta tra destino e libero arbitrio e del senso religioso di Lost.

Non oggi però, non adesso, ho paura che chiudendo gli occhi tutto possa davvero finire.

Namaste

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